Draghi: il tesoretto va usato per abbattere il debito

Mario Draghi, numero uno di Bankitalia
Le prossime considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia saranno le prime, vere di Mario Draghi. Quelle del 31 maggio dell’anno passato, infatti, furono frutto di una situazione ibrida: Draghi era arrivato alla guida dell’istituto da nemmeno cinque mesi, sull’onda delle dimissioni del predecessore, Antonio Fazio. Il neogovernatore, quindi, non aveva vissuto in prima persona gli eventi interni di Bankitalia dell’anno precedente, né aveva potuto osservare i fatti economici e politici dal punto di vista speciale di Palazzo Koch, sede della banca centrale.
Quest’anno il governatore è nel pieno del suo mandato e la sua relazione sarà inevitabilmente soppesata come l’espressione compiuta del Draghi pensiero.
Cosa dirà Draghi? Panorama è in grado di anticipare le linee essenziali e gli spunti intorno a cui ruoteranno le sue note. Secondo lo stile Bankitalia, la relazione sarà onnicomprensiva, cioè cercherà di non trascurare alcuno dei punti cruciali del dibattito di politica economica nazionale e internazionale. Esaminerà la spinosa questione della direttiva europea sulle opa (offerte pubbliche di acquisto) e sui servizi di investimento (Mifid), i temi complessi dei derivati, del risparmio gestito e del carry trading, cioè la destabilizzante tendenza dei grandi investitori a indebitarsi in un tipo di moneta per poi puntare su un’altra più vantaggiosa.
Affronterà la delicata faccenda delle fusioni bancarie centrando l’attenzione sugli eventuali accordi transfrontalieri tra istituti di nazionalità diverse, nei confronti dei quali Draghi ha espresso la necessità di un maggior coordinamento europeo. Si occuperà delle trasformazioni bancarie, come quelle delle popolari, sulle quali, secondo il governatore, il Parlamento dovrebbe intervenire con un ampliamento delle deleghe e della quota di possesso concesso a ogni singolo azionista.
E si concentrerà sui temi della crescita e dello sviluppo, insistendo sulla necessità di tagliare la spesa pubblica per ridurre in prospettiva il livello delle tasse. Per questa via finirà per incrociare uno dei temi di più stretta attualità: la destinazione dell’extragettito.
I governatori in genere non si sono mai concessi entrate a gamba tesa nei confronti dei governi, e Draghi non è tipo da sottrarsi a questa felpata tradizione, anche se non si esimerà dall’esprimere la sua autorevole opinione. La Banca d’Italia si è già occupata della faccenda con un sostanziale invito alla prudenza rivolto all’esecutivo, partendo dal presupposto che non è ancora del tutto chiaro quale sia l’origine del surplus fiscale (detto “tesoretto”) e soprattutto non è scontato che esso si riveli duraturo.
Riferendosi al bollettino della Banca europea, nel quale l’Italia è stata sollecitata a utilizzare le maggiori entrate straordinarie per l’abbattimento del debito, anche Draghi ribadirà in via di principio la necessità di incrementare il processo di risanamento, mettendosi sulla stessa lunghezza d’onda, di fatto, del capo del governo, Romano Prodi, e del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, i quali vorrebbero evitare l’ennesima, pesante manovra autunnale di lacrime e sangue.
In questo modo il governatore potrebbe rischiare, però, di provocare la reazione di altri settori del governo, per esempio quelli della sinistra radicale, propensi a indirizzare l’extragettito all’aumento delle pensioni basse o al miglioramento del welfare, e quelli che vorrebbero usare l’extragettito per limare l’Ici.
Anche sulla delicata faccenda del governo occulto delle banche evocato dal presidente della Bocconi, Mario Monti, il governatore farà tesoro delle elaborazioni di Bankitalia e Draghi ripescherà dai suoi stessi interventi sul tema dei rapporti fra credito e imprese, nei quali si era espresso a favore di un graduale superamento delle limitazioni azionarie imposte agli istituti creditizi.
Rispetto alle poche pennellate di solito riservate alla situazione interna della banca, questa volta la relazione del governatore sarà più circostanziata, dovendo affrontare due novità: la riforma delle autorità e la riorganizzazione interna.
La riforma delle authority amplia i poteri dell’istituto centrale e prevede, fra l’altro, il passaggio di proprietà della Banca d’Italia allo Stato, idea su cui Draghi ha espresso le sue riserve sia davanti al Parlamento sia davanti ai banchieri in occasione della Giornata del risparmio.
L’altra novità che Draghi affronterà è l’annunciata soppressione di decine di sedi periferiche, un ribaltone organizzativo che ha già provocato proteste da parte di sindaci, parlamentari, prefetti. Il governatore, infine, tirerà un bilancio del nuovo metodo collegiale di direzione della banca, sistema di cui Draghi è di fatto lo sperimentatore.
Come gli altri anni, il lavoro di preparazione delle considerazioni è cominciato dopo gli “spring meetings” di metà aprile del Fondo monetario internazionale, ma rispetto al passato questa volta il clima è meno concitato, senza riunioni massacranti, sostituite da incontri brevi e quasi sbrigativi. L’assemblaggio dei vari contributi è curato da Federico Signorini, titolare della direzione statistica, mentre i più coinvolti nella elaborazione dei contenuti sono il direttore generale, Fabrizio Saccomanni, e due vice, Ignazio Visco e Giovanni Carosio. Ai quali si aggiunge una sequela di dirigenti: Salvatore Rossi, direttore della ricerca economica, Francesco Passacantando, direttore della banca centrale, Giorgio Gomel, delle relazioni internazionali, Fabio Panetta e Daniele Franco del servizio studi.

Commenti

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Il 15 Maggio 2007 alle 16:37 Corrado Buccieri ha scritto:

Che il tesoretto vada ad abbattere il
debito pubblico è giusto,l’avevo già
scritto subito in altra parte del
forum.
E’ giusto pure sopprimere le sedi
periferiche,che cosa rappresentano solo
spese e poco utile.
Sarebbe più giusto e utile tenere in
vita gli uffici postali nei piccoli
comuni,visto che le Poste scoppiano di
salute e un impiegato periferico non
sarebbe una grande perdita,per il
servizio che comunque darebbe alla
popolazione.

Il 17 Maggio 2007 alle 12:06 Padoa-Schioppa non recede: Ora tocca alle pensioni » Panorama.it – Economia ha scritto:

[...] Draghi: il tesoretto va usato per abbattere il debito [...]

Il 21 Maggio 2007 alle 18:29 Il tesoretto non si tocca. Per il voto Padoa-Schioppa non concede spot » Panorama.it – Economia ha scritto:

[...] Il governo trova l’accordo su come utilizzare il tesoretto (l’extragettito che arriva dalle maggiori entrate fiscali) e così il presidente del Consiglio Romano Prodi può guardare fiducioso allo sblocco della vertenza sul contratto degli statali. Per trovare la quadratura del cerchio, ci sono volute due ore, attorno al tavolo di Palazzo Chigi. Presenti: il premier Romano Prodi, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, i vicepremier Massimo D’Alema e Francesco Rutelli, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta. La squadra di governo conferma quindi “la volontà di concentrare l’azione politica per accentuare la crescita del Paese e la necessità di aumentare lo sviluppo economico italiano”. Questa la rotta generale, ma nell’incontro premier e ministri hanno fatto di più: “Abbiamo trovato un accordo completo - spiega Prodi - sulle direzioni verso cui dirigere queste risorse”. Cioè: è stata trovata la road map dei prossimi mesi: al più tardi, entro quindici giorni, il Consiglio dei ministri darà il via libera al piano casa, mentre per il 28 giugno giugno arriverà l’ok al Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria). E per scongiurare lo sciopero generale (per ora confermato) del primo giugno, vicinissimo all’importante appuntamento elettorale di fine maggio, il governo propone un aumento di 101 euro con l’allungamento della durata dei contratti degli statali da due a tre anni a partire dal 2008. I soldi verrebbero stornati dal tesoretto fiscale, anche se Padoa-Schioppa ha ribadito la sua contrarietà. Il contratto del pubblico impiego verrebbe comunque dopo le priorità individuate durante la riunione: con al primo posto le pensioni più basse. Precari, ammortizzatori sociali “per i disoccupati o chi vive in condizioni di particolare disagio” chiudono il primo capitolo; “infrastrutture, innovazione e ricerca, il Piano casa e le politiche a sostegno della famiglia” sono, invece, gli altri punti chiave. Le strade a cui verrà destinato il tesoretto entreranno, quindi, a far parte del Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria). Ma il Dpef disegna il profilo dei conti pubblici su cui verrà elaborata la legge finanziaria. Però del 2008. In altre parole, le misure tratteggiate dal premier finiranno nella Finanziaria del prossimo anno; e saranno, pertanto, fruibili a partire dal 1° gennaio 2008. E poi: a quanto ammontano le risorse a disposizione? “Vedremo”, risponde. Sembra, infatti, che per vincere le resistenze di D’Alema e Rutelli ad accogliere una dilazione al prossimo anno della restituzione del tesoretto, il premier abbia fatto uscire dal cilindro due argomenti. Il primo, caldeggiato da Padoa-Schioppa: la Commissione europea, applicando il Patto di stabilità, considera che ogni euro di maggior gettito debba andare a riduzione del deficit. Insomma, il tesoretto di quest’anno deve andare a riduzione dell’indebitamento: tant’è che la commissione prevede per quest’anno un deficit al 2,1%, che sconta la contabilizzazione dell’extragettito. Il secondo. Da calcoli più approfonditi fatti dal ministero dell’Economia sembra che il maggior gettito disponibile non sia di 10 miliardi di euro, ma sia più alto: intorno ai 12 miliardi di euro. Di questi, sempre 7,5 (pari allo 0,5% del pil: la manovra chiesta dall’Ue) destinati a riduzione del deficit. Ne rimarrebbero a questo punto, non più 2,5; bensì 4 miliardi. Anche se, come più volte sostenuto da Padoa-Schioppa, qualunque sia l’esatto ammontare dell’extragettito, questo potrà essere fotografato dalla finanza pubblica soltanto in giugno con il Bilancio d’assestamento. E solo dopo essere stato contabilizzato potrà - eventualmente - essere speso. Le elezioni, però, sono domenica prossima… [...]

Il 30 Maggio 2007 alle 11:28 Blarasin ha scritto:

In merito all’intervento di Corrado Buccieri, a mio avviso non è affatto giusto sopprimere le sedi periferiche della Banca d’Italia che non sono paragonabili agli uffici postali, che pure debbono avere una forte presenza territoriale.
Le filiali provinciali della Banca d’Italia, oltre all’attività di ricerca economica e di osservatorio diretto dell’economia territoriale, svolgono “gratuitamente” servizi importanti a favore dell’utenza ed esercitano funzioni essenziali in materia di vigilanza sull’operato delle banche e degli intermediari non bancari, tramite poteri autorizzativi, di analisi e di controllo. Ruoli, questi, che la legge ha recentemente aumentato con nuove competenze in tema di controlli finanziari, prevenzione e lotta al riciclaggio e all’usura.
Chi farà tutto questo sul territorio e per il territorio una volta chiuse le filiali e chi tutelerà il cittadino “contraente debole” nei confronti delle banche?
Le sedi regionali risulterebbero troppo lontane dai territori provinciali.
I cittadini non hanno bisogno di una moltiplicazione regionale di servizi “ministeriali” che, anche per la distanza, diventano difficilmente fruibili e raggiungibili.

Andrea Blarasin

Il 8 Giugno 2007 alle 18:37 Stop agli studi di settore, sarà utilizzato il tesoretto » Panorama.it – Economia ha scritto:

[...] Marcia indietro del governo sugli studi di settore. Dopo aver inserito nella legge Finanziaria 2007 una previsione di incremento di gettito di circa 3 miliardi da ottenere attraverso la revisione dei 206 studi di settore che riguardano oltre 4 milioni di partite Iva (artigiani commercianti e liberi professionisti), pressato dalle proteste delle categorie interessate, ora il governo sta pensando di utilizzare una parte dell’extragettito fiscale ottenuto nel 2006 e in parte nel 2007 per coprire il mancato introito preventivato. In pratica la maggioranza utilizzerebbe 3 dei circa 5,5 miliardi di euro da tempo indicati come il “tesoretto”. Il clamoroso ripensamento del centrosinistra giunge dopo 6 mesi di rapporti travagliati con i lavoratori autonomi e dopo che una parte della stessa maggioranza, in particolare il vice premier Francesco Rutelli, avevano detto esplicitamente che era opportuno un ripensamento complessivo per quanto riguarda la politica fiscale. Sull’opportunità di una revisione degli studi di settore, gli strumenti che servono per calcolare i redditi presunti di artigiani, commercianti e professionisti, il 14 dicembre dell’anno passato era stato solennemente siglato un accordo tra il governo e i rappresentanti delle categorie, dalla Confcommercio alla Confesercenti, dalla Cna alla Confartigianato. Subito dopo, però, in Finanziaria il governo inserì una previsione di incremento di gettito di circa 3 miliardi di euro da ottenere proprio dalla revione degli studi. Per la prima volta nella storia recente dei rapporti tra lavoratori autonomi e amministrazione fiscale, gli studi furono riscritti in maniera unilaterale dagli uffici del fisco. Da quel momento le varie categorie interessate sono scese sul piede di guerra e la protesta è diventata durissima negli ultimi giorni. [...]

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Giampiero Cantoni
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