
“Avevamo la polmonite e siamo guariti” ha annunciato con enfasi Romano Prodi, usando la metafora sanitaria per parlare dello stato dell’economia e dei conti pubblici. L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sostiene che il premier italiano dice una mezza verità. Nel voluminoso rapporto sull’Italia (150 pagine), trasmesso al ministero dell’Economia e di cui Panorama è entrato in possesso, l’autorevole organizzazione economica internazionale certifica un netto miglioramento rispetto a qualche tempo fa (”è in atto una ripresa e vi sono segni di un miglioramento fondamentale”), ma avverte che, nonostante i benefici effetti del “periodo ciclico europeo favorevole” e della cura adottata, la malattia non è debellata: “Le prospettive a medio termine restano impegnative”.
Il debito pubblico “minaccia la sostenibilità fiscale e l’invecchiamento della popolazione si profila grave”, mentre “la crescita della produttività dei fattori totali ristagna dall’inizio del decennio”.
Per evitare ricadute che, come l’esperienza insegna, possono essere peggiori del male, non solo è necessario non mollare la presa, ma è opportuno aumentare la terapia e calibrarla meglio. In altre parole, senza quelle riforme intorno alle quali i vari governi girano inutilmente da più di un decennio l’Italia rischia grosso.
Avverte l’Ocse: senza le misure necessarie “per ristabilire il dinamismo economico”, gli italiani potrebbero avere “un tenore di vita peggiore rispetto a quello di altri paesi” perché “è troppo presto per dire che l’economia abbia veramente voltato pagina”.
Per la politica economica del governo, insomma, il bello comincia proprio ora. Finora l’emergenza finanziaria ha funzionato come un collante capace di evitare irreparabili rotture all’interno della maggioranza tra le componenti radicali e quelle riformiste e fra queste ultime e i sindacati. Ora, invece, grazie alla congiuntura economica favorevole e al miglioramento del bilancio, si apre una stagione nuova, quella delle scelte e delle sfide. Una fase paradossalmente più rischiosa per la coalizione di quella precedente.
Per consolidare la ripresa il governo deve fare i conti con quelle misure che l’Ocse e pure le altre organizzazioni economiche internazionali ritengono necessarie, dalla riforma delle pensioni all’accelerazione del timido processo di liberalizzazioni, senza tralasciare la necessità di un chiarimento sulla destinazione del surplus fiscale. Tutti temi che per la maggioranza appaiono come i fili dell’alta tensione: chi li tocca senza precauzioni muore.
Per le pensioni, in particolare, l’Ocse prescrive una ricetta drastica, destinata a un’accoglienza diversa all’interno del governo tra l’ala rigorista che fa capo al ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, orientata verso un intervento, seppur graduale, e l’ala radicale, spalleggiata in particolare dalla Cgil di Guglielmo Epifani, contraria a ogni novità che non sia l’abolizione dello scalone introdotto dalla riforma dell’ex ministro del Lavoro, Roberto Maroni.
Secondo l’organizzazione internazionale, “entro il 2008 si dovrà elevare da 57 a 60 anni (61 per i lavoratori autonomi) l’età minima per la pensione di anzianità”. E inoltre “un ulteriore innalzamento a 62 anni (63 per gli autonomi) dovrà essere effettuato a partire dal 2014″. E non è finita perché secondo l’Ocse va anche adottata al più presto la revisione dei coefficienti previdenziali prevista dalla riforma del 1995 di Lamberto Dini: misura che doveva essere presa nel 2005, “ma non ancora attuata”. Gli esperti dell’organizzazione per lo sviluppo hanno ben chiaro che questi provvedimenti stanno suscitando le obiezioni dei sindacati e sono in corso discussioni con il governo, ma avvertono che le riforme previdenziali “sono essenziali”.

Per dare slancio alla produttività i tecnici Ocse suggeriscono inoltre all’esecutivo di Prodi maggior coraggio sul versante delle liberalizzazioni. I due “pacchetti Bersani” approvati tempo fa vengono giudicati positivamente, ma ora la maggioranza è invitata a liberalizzare anche gli orari dei negozi e ad “aumentare la concorrenza nel commercio al dettaglio e all’ingrosso”. Contro le limitazioni, spesso imposte da regioni e comuni, all’apertura del settore l’Ocse suggerisce al governo di istituire “autorità di controllo a livello regionale” in grado di correggere “l’operato delle rispettive amministrazioni locali in base a criteri di valutazione delle prassi pro concorrenza definite a livello nazionale”.
Sul versante dell’extragettito, cioè i miliardi di euro del cosiddetto tesoretto, l’Ocse invita l’Italia a perseguire “una politica fiscale prudente”, soprattutto in considerazione “dell’ancora ingente debito pubblico”, fermo intorno al 107 per cento del pil, il livello più alto tra i grandi paesi dell’area europea. Su questo punto l’indicazione dell’organizzazione internazionale è chiarissima: le “maggiori entrate dovrebbero essere utilizzate interamente per ridurre ulteriormente il deficit”.
Obiettivo semplice da dire, difficilissimo da attuare, perché lo stesso Ocse ha ben chiaro che ci sono forti “pressioni politiche per aumentare la spesa o ridurre le tasse”.
L’Ocse riconosce che la posizione rigida nei confronti delle frodi fiscali e la decisione assunta dal viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, sui condoni “hanno fatto sì che i cittadini pagassero le tasse e hanno prodotto benefici duraturi”. Tuttavia, “resta un certo grado di incertezza sulla possibilità che si ripeta l’aumento delle entrate fiscali anche nel 2007″.
Per l’Ocse è importante non solo che l’extragettito non sia disperso, ma che sia disciplinata la “spesa, in particolare per pensioni, pubblico impiego, salute ed enti locali”.
Obiettivo da raggiungere eventualmente anche introducendo “un tetto di aumento reale zero nella spesa primaria generale dello Stato finché l’avanzo primario non avrà raggiunto il 5 per cento del pil”, livello che il governo ha detto di voler centrare entro il 2011.
- Giovedì 17 Maggio 2007
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Commenti
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Il 17 Maggio 2007 alle 19:03 neretino35 ha scritto:
Condivido pienamente quello che suggerisce l’Ocse.La spesa pubblica aumenta anzicchè diminuire, purtroppo lo scalone delle pensioni è necessario come cura d’attacco al male. Nessun politico è disposto a prendere una decisione impopolare perchè attaccato alla poltrona e di poltrone ce ne sono circa mille che poi diventano una cifra esorbitante con tutti i vari porta borse e consulenti vari.E’ NECESSARIO cambiare in qualche modo la Costituzione riducendo il numero dei parlamentari e tutti i figli della politica che gravitano sulle spalle dei contribuenti che a causa dell’età che avanza diventano sempre di meno. E’ risaputo, la politica costa troppo al popolo italiano.Sarebbe ora che concretizzasse quella cura che molti suggeriscono, ma che nessuno adotta. BASTA
Il 18 Maggio 2007 alle 3:19 kkkk ha scritto:
Meno male che c’e’ Padoa-Schioppa come ministro dell’economia, e’ la cosa piu’ giusta fatta da Prodi al governo (non riesco a vederne altre, ma probabilmente sono male informato).
Il 18 Maggio 2007 alle 3:21 kkkk ha scritto:
Padoa-Schioppa all’economia e’ la cosa migliore fatta da Prodi. L’unica?
Il 19 Giugno 2007 alle 14:15 Pensioni, precari, casa. Si fa presto a far sparire il tesoretto » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Inizia oggi quello che dovrebbe essere il rush finale tra governo e sindacati per decidere sulle principali partite economiche: dalle pensioni (primo punto all’ordine del giorno) alla destinazione del tesoretto, alle tasse, alla casa, al sostegno ai redditi bassi. L’obiettivo è di chiudere entro fine giugno, quando l’esecutivo dovrà presentare al Parlamento il Documento di programmazione economica, cioè gli impegni di spese, entrate e relative riforme per i prossimi tre anni. Ma al momento ci sono poche probabilità che si trovi un accordo su tutto. Il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha messo sul tavolo 2,5 miliardi del totale di 10 del tesoretto, gli introiti extra che il governo si trova quest’anno in cassa. Ma secondo Romano Prodi, 1,3 miliardi dovranno servire per aumentare le pensioni al minimo e 600 milioni per non meglio precisati interventi a favore dei giovani e dei redditi bassi. Insomma, restano altri 600 milioni. Abolire lo scalone Maroni sulle pensioni significa rimetterci da qui al 2016, ben 65,6 miliardi. Questo solo nel caso non si facesse nulla. Ma anche se lo scalone fosse sostituito con scalini, si tratterebbe di trovare da 9,3 a 2,5 miliardi nei prossimi otto anni. La prima cifra se dal 2008 l’età per la pensione di anzianità venisse innalzata di un anno, e di un altro ancora ogni 18 mesi. La seconda se, sempre dal 2008, si andasse in pensione di anzianità a 59 anni. Un limite, però, troppo simile ai 60 dello scalone. Dunque? Dunque il governo deve come minimo reperire soldi per almeno 8 miliardi da qui al 2016. E non basteranno certamente i due miliardi ottenibili con la fusione dei maggiori enti previdenziali. Né si possono aumentare i già alti contributi per i dipendenti: ci sarà un altro ritocco sugli autonomi, e forse un altro ancora sui precari, cosa però che fa a botte contro le promesse di aiutare i giovani senza lavoro fisso. Del tutto risibile appare poi l’idea di coprire il buco con “tagli ai costi della politica”: un buon proposito sempre disatteso, che certamente non passerebbe il vaglio della commissione di Bruxelles e dei vari organismi internazionali. Non solo. Si profila una nuova guerra tra governo e comuni: oggetto, 4,4 miliardi di avanzi comunali non spesi, e che il governo vorrebbe incamerare: I comuni dicono che si tratta di una beffa per le amministrazioni più virtuose, e probabilmente non hanno neppure torto. Ancora: per i costi aggiuntivi del recente contratto degli statali occorrono 3,5 miliardi, e altri 4-5 per i cantieri Anas che altrimenti rischiano di chiudere. Poi c’è la lista delle richieste dei singoli ministri e partiti. Dagli sgravi Ici reclamati dalla Margherita al piano casa di Rifondazione. Fino all’allentamento della morsa sugli studi di settore, cosa che sta provocando una mezza rivolta fiscale al Nord. Insomma, improvvisamente la coperta si è fatta cortissima. Al punto che i buoni propositi di varare per il 2008 una Finanziaria “leggera”, dopo quella durissima sul piano fiscale del 2007, rischiano di restare nel casseto. Nella maggioranza c’è addirittura chi parla di una “patrimoniale” per mettere a posto le cose, una tassa che copirebbe ovviamente “i grandi patrimoni ed i grandi redditi”. Ma in Italia il concetto di grandi redditi e patrimoni è opinabile, ed il rischio di spremere ulteriormente chi dichiara tutto al fisco è in agguato. Previsioni? Quasi impossibili. Molti vorrebbero rinviare tutto a settembre. Il che significa entrare già nel periodo della Finanziaria e, quanto alle pensioni, tenersi lo scalone Maroni. In alternativa i sindacati potrebbero essere messi di fronte alla proposta di trasformare lo scalone in scalini, ma assieme ad una drastica revisione dei coefficienti che determinano le pensioni (quelli previsti dalla riforma Dini). Una cosa che le confederazioni, finora, non hanno neppure voluto prendere in considerazione. [...]
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