- Tags: Abn-Amro, Alessandro-Profumo, alleanza, analisti, azioni, Banche, board, Borsa, Bruno-Tabacci, Cansob, Capitalia, Cesare-Geronzi, credito, finanza, fusione, Giovanni-Bazoli, Intesa-Sanpaolo, investitori, Mario-Draghi, Massimo-DAlema, Mediobanca, Monte-dei-Paschi, poltrone, quotazioni, risiko, risparmio, Romano-Prodi, sportello, Tarak-ben-Ammar, Unicredito, Vincent-Bolloré
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Sette giorni per sciogliere i nodi più importanti (il prezzo, le poltrone, le alleanze, gli effetti dominanti sul controllo di Mediobanca e Generali), firmare e spedire gli inviti alle nozze dell’anno. La fusione tra Unicredito e Capitalia ha un termine-obiettivo, sabato 27 maggio: in pochi giorni i rispettivi leader Alessandro Profumo e Cesare Geronzi proveranno a chiudere la manovra bancaria destinata a rivoluzionare il panorama finanziario italiano e a scompaginare il quadro politico. Prima che la controffensiva, più o meno palese, mandi tutto all’aria: il consenso attorno all’operazione è talmente elevato, bipartisan e istituzionale da risultare sospetto.
L’agenda ipotizzata nei colloqui fra i due gruppi permetterebbe al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, di presentarsi all’assemblea annuale del 31 maggio sbandierando l’unione che più d’ogni altra sembra rispondere alla sua esortazione a superare campanilismi e personalismi, per consolidare un sistema che è assai debole rispetto all’avanzata straniera, ma che invece si dimostra straordinariamente influente sulla politica economica di casa nostra.
Di qui il primo banco di prova: la nuova superbanca di che colore sarà? La chiave di interpretazione corrente la descrive come la risposta di Massimo D’Alema allo strapotere dell’Intesa Sanpaolo, il gruppo creato da Giovanni Bazoli e attraverso il quale il premier Romano Prodi ha finora monopolizzato le più importanti partite economiche. Del vicepremier e presidente dei Ds sono note amicizie e frequentazioni con Profumo e Geronzi. Quest’ultimo ha lavorato non poco per smontare (senza romperlo) l’abbraccio mediatico di Silvio Berlusconi, che due anni fa lo battezzò come l’unico banchiere non di sinistra e che ancora oggi è presente con la Fininvest nel patto di sindacato della banca romana.
Lo smarrimento diessino negli affari, accentuato con l’unione ulivista tra Intesa e Sanpaolo, celebrata a scapito dell’ultima roccaforte rossa rappresentata dal Monte dei Paschi, è fonte di depressione per i notabili del partito, estromessi dai giochi sul riassetto delle infrastrutture primarie del Paese: autostrade, telecomunicazioni, reti d’energia, aerei e aeroporti. Guai a perdere del tutto la presa sui centri nevralgici del potere: Mediobanca, Generali, Rcs MediaGroup (che controlla il Corriere della sera).
Così D’Alema negli ultimi mesi ha esplorato convergenze, facendo visita allo stesso Bazoli e intensificato i rapporti con gli uomini di punta del gruppo di francesi alleati di Geronzi nei santuari della finanza: Tarak Ben Ammar e Vincent Bolloré, amico del nuovo presidente Nicolas Sarkozy. Contatti che gli verranno buoni se Profumo troverà la via per riprendere il dossier Société Générale accantonato di fronte alle pretese transalpine di avere sede e presidenza esecutiva.
Tuttavia, la teoria del nuovo cappello dalemiano sul risiko, otto anni dopo il famoso incontro con Enrico Cuccia (in casa dell’imprenditore Alfio Marchini, anch’egli socio stabile della Capitalia), non convince Bruno Tabacci, deputato dell’Udc, profondo conoscitore degli intrecci con la finanza. “Macché contromossa, non ci credo. Profumo non è uno che fa politica, è un signore che fa operazioni di mercato: avrà fatto bene i suoi conti”.
Frase sibillina se si pensa al timore di investitori e analisti che sulle logiche industriali prevalgano quelle politiche per sistemare la Capitalia in mani amiche e ridisegnare gli equilibri di potere sulla Mediobanca e, a cascata, sulle Generali, che a loro volta sono azioniste e alleate del concorrente Intesa Sanpaolo. “No, le aziende non fanno più operazioni in funzione della politica” insiste Tabacci “semmai è la politica che si adegua per fare da mosca cocchiera. Certo, c’è il problema Mediobanca, ma non credo che verranno meno alla linea di autonomia dell’istituto, penso che faranno un passo indietro”.

Su questo aspetto si concentra la contraerea: Unicredito e Capitalia fondendosi arriveranno ad avere il 18 per cento di Mediobanca e quasi il 20 per cento di Generali e il 17 per cento del mercato bancario domestico. Dalla lettera del patto della banca d’affari è però esclusa la sommatoria delle due partecipazioni, fior di giuristi sono pronti a riaffermarlo: l’Unicredito-Capitalia peserà per il 9 per cento, l’altro 9 dovrà essere ceduto.
Già, ma a chi? La quota fa gola soprattutto all’Intesa Sanpaolo e la misura dell’interesse sta nella fretta e nella frequenza delle smentite. Gridare alla minaccia del monoblocco Uni-Capitalia che governerà incontrastato Mediobanca e Generali rafforza la possibilità che alla fine si proceda alla spartizione delle azioni in eccesso e amplifica la forza contrattuale di chi verrà chiamato in “soccorso” per ribilanciare le leve del potere.
Il punto è ben chiaro a Geronzi, che il Financial Times definì “power broker”: il mandato di advisor per la fusione affidato a Claudio Costamagna è la classica carambola al tavolo da biliardo. Con l’ex manager della Goldman Sachs Geronzi rassicura Prodi (di cui è uno dei più ascoltati collaboratori) e al tempo stesso rimarca le distanze da Bazoli (scottato dai tentennamenti del consulente sull’affare Mittel).
Non solo, Costamagna parla la lingua dei mercati, che piace tanto a Profumo, e ha la visione americana di Draghi, con cui ha diviso anni di esperienza nella potente banca d’affari a stelle e strisce. Rimane il versante francese, che (forse l’elemento più comico e drammatico insieme) difende a spada tratta l’”italianité” e ha immediatamente messo le mani avanti sull’indipendenza di Capitalia e Mediobanca. Un modo per alzare la contropartita: se l’alleato Santander conquisterà i possedimenti italiani dell’Abn Amro, Vincent Bolloré, azionista forte della Mediobanca, potrà far leva sul controllo dell’Antonveneta e sul 9 per cento di Capitalia.
Il più esperto tra i banchieri italiani conosce tattiche e strategie dei francesi. Saprà gestirla ancora? La palla è sui piedi dell’acquirente: Profumo i conti li ha fatti, se vuole crescere in Italia non resta che una strada, un’offerta pubblica d’acquisto sulla Capitalia. La prima volta ci provò il 20 marzo 1999, voleva la Comit (oggi inglobata in Intesa Sanpaolo), fu stoppato da Antonio Fazio che non era stato preavvertito. In Banca d’Italia adesso c’è Draghi, che non pretende nemmeno una telefonata: è già pronto col disco verde.
- Venerdì 18 Maggio 2007
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Commenti
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Il 18 Maggio 2007 alle 16:46 Geronzi e Profumo, si sposano il Diavolo e l’acqua santa » Panorama.it – Economia ha scritto:
[...] Fusioni bancarie: di che colore è Unicredito-Capitalia? [...]
Il 21 Maggio 2007 alle 10:41 prat ha scritto:
Un anno di “successi riconosciuti “dal Paese e dalla comunità internazionale hanno incrementato l’arroganza virulenta di Romano Prodi .Cosi lui si mette l’ennesima ciliegina sulla torta della felice ricorrenza.
Mortadella ,sempre più livoroso e vendicativo,ha portato l’ultimo affondo al sistema imprenditoriale che in seno a Confindustria ed altre organizzazioni gli hanno mostrato freddezza al momento dell’ascesa a Palazzo Chigi.Con questa aggregazione tra grandi banche ha cancellato di fatti ogni concorrenza nel sistema del credito.Viene imposta,come una spada di Damocle, una sbarra clientelare da super lobby ed una propensione alla corruttela .Sarà difficile per molti piccoli e medi impenditori ottenere una valutazione di merito positiva se non legata ad un aumento delle commissioni occulte .Sarà più difficile per tutti coloro ,e sono naturalmente i più,che non appartengono a tale Mega Lobby ottenere credito con condizioni e tempi accettabili.
Esiste inoltre un grosso pericolo per la trasparenza dei rapporti con i risparmiatori:
la maggior parte della provvista di danaro sarà investita per finanziare grandi progetti di pochi,grandi gruppi .
E’ facile sapere in anticipo quali saranno :prendete i soci della Holding RCS con tutte le collegate e capirete.
Vedrete saranno finanziati faraonici progetti e joint-ventures ,magari con i Cinesi ,che i risparmiatori non avranno alcuna possibilià di controllare.Una colossale quanto rischiosa concentrazione di rischio puro.A questo punto si obietterà che esistono gli organi di vigilanza come la Banca D’Italia ,la Consob,il comitato per il Credito.Tutte poltrone già storicamente compromesse dai passati megascandali italici e tutte accomunate da un linguaggio aziendale cresciuto e codificato nel pianeta Goldmann&Sachs,la stessa vulgata del Mortadella .
Questi elefantiaci Moloch ,nati da una fecondazione assistita (perchè tali diventeranno ,altro che la tanto ventilata “normalità del mercato”) faranno le migliori condizioni di credito a pochi Top.Nei consigli di amministrazione ,di questi grandi Clienti,sedieranno sempre più rampanti manager delle Mega Lobby,con sempre più larghe e consistenti partecipazioni al capitale sociale. Prodi ,quindi,rappresenta l’avanguardia armata ,meschina ed arrogante ,di una ben determinata elite pronta a lanciare una Creditocrazia dei supervertici bancari.Un oligarchia di finanzieri pronta a stringere tutti gli spazi di libertà economica e quando dico tutti ,dico proprio di tutti ,dal piccolo correntista al medio industriale fuori dalle logiche partitiche .
Ora la prima grande priorità è mandare a casa Mortadella ,ogni giorno che passa a Palazzo Chigi richiederà molto tempo per sanarne gli effetti devastanti.Preghiamo le opposizioni vere o presunte di trovare il coraggio,la voce e gli strumenti per farlo.
http://pratico.splinder.com
Prat
Il 2 Agosto 2007 alle 18:17 Andiamo Cesare, non stare sulle Generali » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla. Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona. Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione. Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata? La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion. Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra. Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia. [...]
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