Hugo Boss l’ha spuntata nella battaglia contro Reemtsma una società tedesca facente parte della multinazionale Imperial Tobacco Group - nota sul mercato per la produzione delle sigarette Peter Stuyvesant, Davidoff, Ritzla, JPS - su una vicenda di marchio.
La società nel 2002 aveva messo in commercio un tipo di sigarette denominato Boss. La maison di moda facente parte del gruppo Valentino a quel punto è insorta e ha citato in giudizio Reemtsma nei tribunali delle maggiori capitali del mondo, denunciando la contraffazione del proprio marchio.
Tre tribunali ( qui il giudizio della corte di Singapore) avevano dato torto a Hugo Boss perché, secondo i giudici, l’utilizzo del marchio si riferiva a tipologie di prodotti completamente differenti tra loro (sigarette e pantaloni, camicie o occhiali). Il tribunale di Roma che si è pronunciato lo scorso maggio, ha dato ragione al brand di Valentino, riconoscendo la forza del marchio Boss sul mercato. “Il giudice Gabriella Muscolo” dice il legale di Hugo Boss per l’Italia Mario Franzosi “ha invece riconosciuto il principio del cosiddetto link, un collegamento misterioso che si viene a creare tra uno stesso simbolo (parola, logo, monosillaba, immagine) che rappresenta cose diverse”.
Un simbolo potrebbe ad esempio indurre il consumatore che veste Hugo Boss a preferire un determinato tipo di sigarette rispetto ad altre. La tesi di Franzosi potrebbe condizionare l’andamento degli altri processi pendenti negli altri Paesi. La sentenza di Roma è già temporaneamente esecutiva e un comitato scientifico sta valutando il danno economico di appannamento dell’immagine subìto da Hugo Boss.
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- Martedì 5 Giugno 2007
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