- Tags: anzianità, Cesare-Damiano, contributi, Inps, lavoratori, legge-Dini, Ocse, pensioni, riforma, Roberto-Maroni, scalone, sindacati, welfare
- Un commento

Se non è scontro aperto, poco ci manca. Sicuramente si tratta di un confronto serrato e non privo di polemica, quello in atto tra l’Ocse, l’Organizzazione europea per la cooperazione e lo sviluppo economico, e il governo di Roma. Tema del confronto: le pensioni.
Le riforme fatte dall’Italia sulle pensioni, afferma l’Ocse nel suo rapporto, vanno implementate e non alleggerite perché già così i tempi di entrata a regime sono “troppo lunghi”. Di fronte alla strigliata dell’Ocse, questa volta il Governo non ci sta e non firma il Rapporto pubblicato per “seri dubbi” sui dati.
Mentre si riaccende il dibattito politico sulla materia, il Rapporto Ocse segnala come nella gran parte dei Paesi membri l’età di pensionamento degli uomini sia già a 65 anni.
In Italia questa soglia vale invece solo per gli uomini che hanno meno di 35 anni di contributi mentre le donne possono ritirarsi ancora a 60 anni (un divario che, sottolinea l’Ocse, esiste solo in Messico, Polonia e Svizzera).
Qui, i servizio dell’Ansa
- Giovedì 7 Giugno 2007
EURO SI O NO?
STRATEGIE E NUMERI DELLA BIG IPO
COME SI CALCOLA
LA CRISI IN CIFRE
FAME, DISOCCUPAZIONE, NUOVI POVERI
ECONOMIA 2.0
IL PIANO MONTI
LA RIFORMA: ARTICOLO 18, PROPOSTE, DIBATTITO
LA RIFORMA, I NUMERI, LE POLEMICHE
RIVOLUZIONE IN CORSO PER LA UE
START UP E IL NETWORK ITALIA-USA
APPLE - LUCI E OMBRE
FOTOGRAFIA EUROPEA 2012
IL GRAFICO DELLA SETTIMANA
VITE STRAORDINARIE
DIETRO LE QUINTE
IL MADE IN ITALY DI SUCCESSO










IL MEGLIO DEL 2011
G20 di Cannes: i protagonisti e le loro sfide






Commenti
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Il 5 Luglio 2007 alle 14:30 Pensioni, diamo i numeri. Perché Cgil e Prc si battono per pochi a danno di molti » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] Ma qual è la vera posta in gioco, in termini di soldi, sulle pensioni? Per esempio, quando Massimo D’Alema (vicepremier e ministro degli Esteri del governo Prodi) dice, rivolto all’estrema sinistra e alla Cgil, “Non abbiamo i soldi per abolire lo scalone, e anche se li avessimo non ce li metteremmo”, a che cosa si riferisce? E a loro volta che cosa e chi difendono Rifondazione e Cgil? Vediamo, sulla base di dati ufficiali della Ragioneria dello Stato e dell’Inps. Centoventinovemilacinquecento: sono i potenziali candidati alla pensione di anzianità nei prossimi quattro anni. Coloro che maturando i requisiti attuali (57 anni di età e 35 di contributi) resterebbero intrappolati dallo scalone Maroni. In media 33 mila l’anno, ma occorre considerare che non tutti scelgono la pensione di anzianità, anzi la maggior parte resta al lavoro fino a circa i 60 anni. Quanto al costo della mancata attuazione dello scalone, esso è stato calcolato dalla Ragioneria dello Stato in due punti del Pil previsto nei prossimi quattro anni: 36 miliardi di euro. Che diverrebbero addirittura 65 nei futuri 10 anni. Ma limitiamoci alla prima cifra: è il totale cumulato, cioè la somma dei risparmi per le casse pubbliche, fino a quando (2011) la legge Maroni andasse a regime. Se tutti i 129.500 interessati optassero dal gennaio prossimo al 2011 per la pensione di anzianità, ne deriva un costo per lo Stato, e dunque per i contribuenti, di 280.000 euro netti a testa: 11 volte il reddito (lordo) della media dei dipendenti italiani. Se invece ci riferiamo alla spesa media annua, l’operazione “abbattete lo scalone” costa dai 7,5 ai 9 miliardi l’anno: la prima cifra se dal 2008 l’età minima salisse a 58 anni, secondo la proposta del governo; la seconda se restasse a 57. Ma questi numeri non tengono conto degli incentivi a restare chiesti dai sindacati. Probabilmente mai una riforma risulterebbe tanto cara in rapporto a così pochi interessati (ai quali certo questi soldi non entrerebbero in tasca). Ma soprattutto mai apparirebbe tanto ingiusta per due categorie di lavoratori. La prima è costituita dagli attuali pensionati al minimo, quelli da 440 euro al mese, a cui il governo pensa di dare un aumento di 40 euro dal 2008 ed una tantum di 350 a fine 2007. I “beneficiari” dovrebbero essere 3,8 milioni per l’esecutivo, e stranamente meno - 3 milioni - per i sindacati, i quali evidentemente mirano a convogliare le risorse sull’operazione scalone. Qui in ballo ci sono 1,3-1,5 miliardi l’anno. La seconda categoria ad essere colpita dall’ingiustizia sono i più giovani entrati da pochi anni nel mondo del lavoro. Essendo il nostro sistema pensionistico a ripartizione (i pensionati sono mantenuti dai versamenti dei lavoratori attivi), quante più pensioni ci sono da pagare oggi, tanto più si riduce la torta per le pensioni di domani. Quanti meno lavoratori attivi ci saranno in futuro, tanto più basse saranno le pensioni. D’Alema tutto questo pare averlo capito. Altrettanto, pare, Walter Veltroni, che ne ha fatto un accenno al Lingotto. E così molti esponenti (da Lamberto Dini a Tiziano Treu) della maggioranza. Quanto al centrodestra, aveva appunto istituito lo scalone. Non si sa che cosa pensi Romano Prodi. La Cgil, al contrario, sembra battersi per quei 129.500 che potrebbero lasciare il lavoro già dal prossimo gennaio. E così Rifondazione. Tra loro, certo, ci sono molti operai sottoposti a turni usuranti. Ma ci sono anche impiegati, dipendenti pubblici, autonomi (il 30% del totale). Domanda: ma ne vale la pena? [...]
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