
Con l’ala sinistra della maggioranza che dichiara battaglia in Parlamento contro l’accordo governo-sindacati sulla riforma delle pensioni messa a punto da Romano Prodi, non sono pochi a pensare che per la contropartita offerta dai riformisti sia lo smantellamento della legge Biagi. Perché Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, per contenere la rabbia della base e distogliere l’attenzione dagli scalini e da quella che considera poco più di una riedizione dell’odiata riforma Maroni, si stanno preparando a rimettere in cima all’agenda delle lotte di autunno proprio la riforma del lavoro che prende il nome dal giuslavorista ucciso dalle Br.
In realtà, il ministro del Lavoro, il diessino Cesare Damiano, ha detto chiaramente nel giorno della presentazione della riforma Prodi della previdenza: “Lunedì 23 luglio, quando verrà formalizzato l’accordo sulla previdenza con le parti sociali, si affronterà anche la questione del mercato del lavoro. Si parlerà della legge 30 e cercheremo di orientarci in base al programma dell’Unione, anche sui contratti a termine”. Insomma, l’intenzione del ministro è non andare oltre piccoli ritocchi circoscritti: non abdicare alla richieste di flessibilità delle aziende e costruire una rete di garanzie per i precari (che l’Inps, in una recente fotografia quantifica in un milione e 800mila persone: un variegato mondo di ex co.co.co, nuovi collaboratori a progetto, collaboratori occasionali, lavoratori autonomi occasionali, i dottori di ricerca universitaria, venditori porta a porta e così via).
Per raggiungere l’obiettivo, nel piano del ministro dovrebbero sparire almeno due tipi di contratti previsti, ai quali le imprese hanno fatto un ricorso quasi nullo, e che alcuni ritengono particolarmente precarizzanti: il job on call, il contratto che si basa sulla chiamata (eventuale) da parte del datore di lavoro, e lo staff leasing, cioè l’affitto di manodopera anche a tempo indeterminato. Per i contratti a termine il governo si propone un giro di vite, per stoppare le reiterazioni senza fine di questi contratti da parte delle imprese. Sono due i meccanismi ipotizzati per rendere più stabili i tanti lavoratori a tempo determinato: da un lato il limite massimo dei 36 mesi (oltre questo limite le imprese, se vogliono stipularne ancora con la stessa persona invece di assumerla in pianta stabile, dovranno spiegare il perché, attivando una procedura presso l’ufficio del lavoro), dall’altro il diritto di precedenza al rinnovo per il titolare del contratto precedente.
Inoltre il piano Damiano prevede il “contratto di inserimento”, con sgravi fiscali e contributivi per le imprese che lo utilizzeranno. Anche il part-time pare destinato a cambiare volto, diventando più lungo, tramite l’aumento del numero di ore lavorate, in modo da portare chi lavora con questo contratto (soprattutto donne) a ottenere maggior reddito e diritti previdenziali, e con la valorizzazione della contrattazione collettiva in materia di straordinari e flessibilità oraria. Nel piano di Damiano c’è anche l’entrata in vigore del lavoro accessorio, cioè dei lavoretti occasionali per i quali sarà possibile acquistare voucher di circa 7,50 euro, comprensivi di versamenti a Inps e Inail.
Sono misure in grado di soddisfare la sinistra radicale? Certo è che, ora che gli scalini previdenziali sono nero su bianco nell’intesa con il sindacato, le rivendicazioni di Pdci e Prc su questo argomento avranno più peso. Tanto da far dire a Maurizio Sacconi di Forza Italia (già sottosegretario al Welfare e uno degli autori della riforma che ha tradotto in norme le indicazioni del Libro bianco) che sulla legge Biagi e i contratti a termine, il governo prepara una “restaurazione”.
Un allarme simile a quello lanciato dal senatore Lamberto Dini (Ulivo): “La Biagi ha dato un’apertura al nostro mercato del lavoro e ha creato occupazione”, quindi essa va “assolutamente” mantenuta. Per l’ex presidente del consiglio, infatti, “mettere ulteriori lacci al mercato del lavoro è un passo indietro, non avanti”.
La boccata d’aria che Prodi ha tirato sulle pensioni, da qui all’autunno potrebbe esaurirsi: dopo le ferie il governo potrebbe trovarsi ancora col fiato corto.
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- Lunedì 23 Luglio 2007
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Commenti
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Il 23 Luglio 2007 alle 17:33 Corrado Buccieri ha scritto:
E’ una corsa ad ostacoli si rischia di rompersi le gambe.
Il 26 Settembre 2007 alle 14:12 Finanziaria leggera e poi alle urne? Intanto ci sono da superare queste trappole » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] La manovra sulle tasse, attraverso l’Ici, appare abbastanza ridotta rispetto a quanto chiesto dalla Margherita e dai Ds: un miliardo in luogo di 3-4. Il rinvio a tempi migliori della tassa sulle rendite indispettisce l’estrema sinistra, che ripete che l’impegno fa parte del programma dell’Unione. L’ostacolo maggiore viene però dal decreto sul Welfare. Le misure contro il precariato non ci sono: se non in forma indiretta, perché gli sgravi alle imprese presuppongono che queste si impegnino a fare più contratti a tempo indeterminato. E anche la riforma delle pensioni è stata bocciata dalla Fiom. Non solo. Il ministero dell’Economia sta studiando una misura per mandare in pensione di vecchiaia alcune categorie di dipendenti pubblici. Il pensionamento avverrebbe a 65 anni, anziché a 67; o addirittura a 70 e 75 anni come adesso è consentito per esempio a magistrati e docenti universitari. Certo, si tratta di una misura che contraddice la richiesta del governo di aumentare l’età pensionabile, ma che farebbe risparmiare dei soldi allo Stato. Scontentando però molti interessati: magistrati, cattedratici e dirigenti del settore pubblico. [...]
Il 27 Settembre 2007 alle 9:22 Il miglio verde del Governo: ma sarà davvero la Finanziaria a farlo cadere? » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] La rottura sulla Finanziaria tra estrema sinistra e Romano Prodi ha messo in moto il conto alla rovescia per il premier. La domanda è: cadrà subito, entro fine anno, quindi prima dell’approvazione della legge di bilancio, oppure dopo, all’inizio 2008? Benché siano stati Rifondazione, Pdci e Verdi ad andare all’attacco del testo predisposto da Tommaso Padoa-Schioppa, chiedendo che venga riscritto di sana pianta, non è detto che le vere insidie si annidino davvero nell’ala radicale. Anche se incombono la manifestazione del 20 ottobre e il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil. In questo momento il malumore principale, anche se meno vistoso, è nell’area del Partito democratico. Ds e Margherita, ma soprattutto i primi, in particolare Walter Veltroni, diffidano sia di Prodi sia di Padoa-Schioppa. Al ministro dell’Economia i Ds addebitano di aver complicato una manovra già pronta, alla quale avevano contribuito non poco due loro uomini: Vincenzo Visco, con i maxi introiti fiscali, e Cesare Damiano, con gli accordi su Welfare e pensioni. E la posizione di TPS si fa ora dopo ora più difficile. Quanto a Prodi, Veltroni e alleati temono che il capo del governo, notoriamente vendicativo, prima di affondare trascini con sé anche il candidato alla guida del Pd. Mentre Veltroni, a sua volta, ha sempre più paura di essere infettato dall’impopolarità del governo. A palazzo Chigi ha fatto scalpore un’intervista di Marco Follini, ex Udc transitato alla corte di Veltroni. Follini chiede a Prodi di varare la Finanziaria e subito dopo chiudere bottega “agevolando” le elezioni nel 2008. Si può star certi che all’opinione pubblica queste iniziative non dicono nulla, o quasi, ma nello staff di Prodi tutto ciò è stato letto come un messaggio veltroniano affidato a un postino compiacente. Tornando invece a ciò che più incide sulla vita quotidiana della gente, cioè ai provvedimento economici, ciò che chiede la sinistra massimalista è di tassare subito le rendite finanziarie, in primo luogo Bot e azioni, aumentando l’aliquota dal 12,5 al 20%. In linea di principio non hanno torto, visto che un’armonizzazione a livelli europei sarebbe logica. Ma non ha torto neppure Prodi quando ribatte che con le attuali tempeste di borsa è meglio attendere. Inoltre il capo del governo non vuole aggiungere un altro prelievo ai molti già attuati nel 2007. Il secondo cavallo di battaglia di Rifondazione e Pdci è il Welfare. Chiedono modifiche consistenti alla legge Biagi, in particolare l’abolizione di alcune forme di flessibilità. Qui Prodi è più disponibile: ma il tutto è già stato inserito nel pacchetto sul Welfare che comprende anche la riforma delle pensioni. Il capitolo è stralciato dalla Finanziaria, ma se si riapre la trattativa e non si approva in Parlamento l’accordo sul Welfare entro poche setimane, dal primo gennaio entra in vigore lo scalone Maroni. A livello politico sono Ds e Margherita a chiedere di blindare l’accordo sul Welfare: per questo Piero Fassino, segretario uscente dei Ds, chiede di infilare nella Finanziaria anche queste misure. Nella destra della maggioranza i transfughi di Lamberto Dini, l’Udeur di Clemente Mastella, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro attendono al varco soprattutto al Senato. Non marciano compatti - soprattutto Mastella e Di Pietro - ma al Senato i loro voti, sommati, sono più che sufficienti per far cadere il governo. E tutti quanti hanno una gran voglia di scendere da un treno che a loro avviso non li porta più da nessuna parte. Magari per prenderne un altro che li conduca in qualche stazione più sicura: capotreno, Silvio Berlusconi. Qual è la differenza se Prodi riesce a fare o non fare la Finanziaria? Nella prima ipotesi, con crisi di governo all’inizio 2008, è quasi scontato il voto nella prossima primavera. Nel secondo occorre un governo-ponte che faccia approvare la legge di bilancio. Paradossalmente se il Professore cade prima, si vota dopo. [...]
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