Cazzola: la legge Biagi va difesa e applicata. Vi spiego perché

Un impiegato di un call center
di Giuliano Cazzola*

Dopo alcuni giorni di sofferenza (prima a causa delle sciagurate offese di Francesco Caruso che almeno ha la scusante di essere un ragazzotto scapestrato; poi le considerazioni sconvolgenti di un’anziana signora come Lidia Menapace) la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’intervista di Franco Giordano al Corriere della Sera, dove il segretario del Prc chiedeva l’abolizione (o qualcosa di molto simile) della legge Biagi senza neppure prendersi il disturbo di avanzare una sola critica di merito.
La misura è colma, mi sono detto. Quanto a pregiudizio e a sottocultura, nella storia recente c’è un solo caso che eguaglia le posizioni neocomuniste sulla legge Biagi: i Protocolli dei savi anziani di Sion, un clamoroso falso storico che alimentò la campagna antisemita del nazismo. Chiunque si occupi di lavoro con un po’ di onestà intellettuale sa benissimo che nessun provvedimento è perfetto. La legge n.30/2003 rappresenta insieme la continuazione dell’opera avviata da Tiziano Treu nel 1997 (da ministro del Lavoro del primo Governo Prodi) e l’apertura di una fase nuova che doveva essere completata con un ampliamento delle tutele a favore delle diverse tipologie d’impiego scaturite da un mercato del lavoro che richiede flessibilità (di ciò vi è ampia traccia nell’accordo del 23 luglio scorso).
Come si vede il processo riformatore si snoda coerentemente attraverso Governi e maggioranza differenti. Ma essendo i problemi da risolvere i medesimi anche le risposte finiscono prima o poi per assomigliarsi, quando si mettono da parte le ideologie becere e ci si misura sui fatti. È ora di ragionare e non di inveire. E di fare appello all’Italia matura e civile che è ampiamente rappresentata in ambedue gli schieramenti politici. In particolare, occorre sollecitare un impegno comune alla sinistra riformista certamente convinta che sulla moderna legislazione del lavoro (da Treu a Biagi) si giocherà la sfida decisiva con la sinistra reazionaria. Ecco perché, alla ripresa, il Comitato per la difesa e l’attuazione della legge Biagi e l’associazione Giovane Italia scenderanno in campo non per contrapporre slogan a slogan, frasi fatte a frasi fatte ma per realizzare incontri e dibattiti in preparazione di un evento nazionale (probabilmente un Convegno scientifico) da svolgere il 20 ottobre, onde evitare che, in quella giornata, parlino soltanto i propagandisti di luoghi comuni, i nemici del pacchetto Treu e della legge Biagi. Cederemo volentieri la parola ai fatti.
È noto che i primi anni 2000 hanno conosciuto andamenti economici parecchio depressi. Eppure anche in quegli anni l’occupazione è aumentata in Italia. Le variazioni medie annue dell’occupazione sono state dello 0,4% nel periodo che va dal 1986 al 1990, sono state addirittura negative (- 1,1%) negli anni compresi tra il 1991 e il 1995, mentre dal 1996 al 2000 e dal 2001 al 2006 sono state positive rispettivamente per un 1% e per un 1,4%. Il tasso di occupazione non è mai stato così elevato e quello disoccupazione mai così basso (è praticamente dimezzato in un decennio). Quanto al cosiddetto lavoro saltuario i trend italiani sono al di sotto di quelli medi della UE-15. Ma proprio il monitoraggio 2007 del Ministero del lavoro avverte che “continua a manifestarsi una estensione del lavoro non standard che, come solitamente accade nelle fasi espansive, è il primo a reagire alla crescita della domanda”. Quest’ultima osservazione è molto significativa, in quanto ammette che la scelta da parte delle imprese di siffatti rapporti risponde, in gran parte dei casi, all’esigenza di fornire risposte immediate a picchi di produzione di cui non si è ancora in grado di apprezzare l’effetto di carattere strutturale.
Ciò porta a concludere ragionevolmente che l’avere a disposizione strumenti contrattuali flessibili ha consentito alle imprese di esporsi nella conquista di spazi di mercato in contesti congiunturali assai problematici. Certo, vi sono sacche di lavoro precario, che è difficile svuotare e che costituiscono la principale contraddizione di processi che, al momento del loro affermarsi, hanno colto tutti impreparati. Le risposte a tali situazioni cominciano ad intravedersi nel protocollo del 23 luglio.
Ma se il ministro Damiano ha voluto metter mano nel problema dei call center, ha potuto farlo grazie ad una norma contenuta nella legge Biagi. E non a caso è sull’accordo di luglio (cucito col filo rosso del riformismo possibile) che si svolgerà, in autunno, la sfida tra le due sinistre.

*Presidente del Comitato per la difesa e l’attuazione della Legge Biagi e del Comitato scientifico della Giovane Italia

Commenti

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Il 16 Agosto 2007 alle 16:14 Legge Biagi: la quarta volta del governo contro se stesso » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Hai voglia a chiamarla Unione. E non è solo una battuta buona per l’opposizione di centrodestra. È un dato di fatto, noto anche al popolo che il 28 aprile 2006 ha portato al governo Romano Prodi. Che da allora ha dovuto più volte scontrarsi con la difficoltà di governare una coalizione così composita e variopinta, con l’ala radicale della sinistra che gli ha sfilato contro almeno tre volte. E che per l’autunno (il 20 ottobre prossimo) si prepara a una quarta mobilitazione. Niente male per una coalizione che governa da poco più di un anno. Il 17 febbraio scorso, a Vicenza, migliaia di persone sfilarono per dire no all’ampliamento della base americana. Quando il premier invitò ministri e sottosegretari della sinistra massimalista a non manifestare “contro il governo”, ebbe, come per ripicca, la piazza invasa dal mare magnum del popolo della base: la Cgil, i No Tav, l’associazionismo cattolico e laico, pax Christi, Emergency, i boy scout, gli ambientalisti, i centri sociali, i Disobbedienti. I partiti della sinistra radicale erano defilati, per una volta non protagonisti, ma c’erano eccome. Soprattutto dopo che Fausto Bertinotti, presidente della Camera ma vero leader di Prc, buttò lì: “Se non avessi responsabilità istituzionali andrei senz’altro al corteo”. Poi venne il 12 maggio 2007. Quello del Family Day fu un successo per Savino Pezzotta e tutti i cattolici italiani (soprattutto quelli al governo). Allora in piazza, a urlare la loro idea di famiglia “normale” e ad affossare i Dico, c’erano i ministri Clemente Mastella, Giuseppe Fioroni e un nutrito gruppo di onorevoli della maggioranza. Le 700 mila persone di piazza San Giovanni fecero impressione soprattutto di fronte ai piccoli numeri di Piazza Navona, dove radicali, socialisti, laici ed esponenti della sinistra radicale si erano dati appuntamento per la giornata del Coraggio Laico. Insomma, una vera e propria crisi di famiglia tra i ministri di Prodi… Neanche un mese dopo, il 9 giugno, mentre il Professore stringeva la mano al presidente Usa George Bush, per le strade di Roma andava in scena il No Bush No War day, con ben due manifestazioni diverse. In piazza del Popolo c’erano “quattro gatti” per l’happening di Fiom, Arci, Libera, Un ponte per, Rifondazione e Pdci. Da piazza della Repubblica a piazza Navona sfilava invece un corteo più numeroso fatto dai “duri e puri”: un pezzo di Rifondazione, Sinistra critica, i centri sociali, i Cobas, i trotzkisti. “Non è un corteo contro Prodi, ma contro le politiche dell’amministrazione statunitense”, si giustificò allora il Prc. Come a dire: questa è la democrazia, bellezza. E la democrazia passa per la piazza: un luogo politico su cui la sinistra sta perdendo il controllo e la sua anima, di lotta e di governo. Una bella lotta è prevista anche per il prossimo 20 ottobre, quando sostenitori e denigratori della legge Biagi si divideranno nelle piazze con due manifestazioni contrapposte. Tradotto? L’ennesima divisione tra membri dello stesso esecutivo. Da una parte la sinistra radicale, che chiede a gran voce (ora che sta cadendo nell’Unione il paravento della condanna al deputato no-global Francesco Caruso per le sue accuse a Marco Biagi e Tiziano Treu, definiti “assassino”) di cambiare radicalmente la legge che porta il nome del giuslavorista ucciso dalle br. Dall’altra chi la difende dagli attacchi, con i radicali in prima fila. L’iniziativa è partita dall’economista Giuliano Cazzola (qui il suo intervento su Panorama.it), presidente del comitato di difesa della legge Biagi, e ha ricevuto il plauso di Emma Bonino, ministro per le Politiche Europee che già per la questione delle pensioni aveva rimesso nelle mani di Romano Prodi il proprio mandato. In realtà, lei non ci sarà, ma Marco Pannella e gli esponenti della rosa nel pugno sì. E così il centrosinistra si ritroverà ancora spaccato nella guerra delle piazze. Il 20 ottobre anche buona parte dell’opposizione manifesterà in favore della legge Biagi. Ci saranno Forza Italia, Lega e l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Ma a rimettere di nuovo in agitazione il Professore è l’ennesima divisione tra riformisti e radicali della propria squadra: “Questa maggioranza ha una sola ragione per stare insieme ed è il rispetto del programma”, sostiene il capogruppo del Prc al senato Giovanni Russo Spena, che detta così l’avvio dell’offensiva dell’ala radicale dell’Unione per spostare a sinistra il programma della coalizione nella speranza di riconquistare la base delusa dell’elettorato. I Ds e i Dl, zitti e in imbarazzo, assistono al dibattito e non muovono un dito. Anche se dietro i riflettori, si sta già mettendo mano a una modifica della legge. Ad annunciarlo è proprio il ministro del lavoro Damiano in un’intervista a Radio popolare: sullo staff leasing, uno dei punti più criticati dalla sinistra, “una commissione esaminerà questa forma di lavoro nell’ambito di quello che dice il programma dell’Unione”. Il tentativo del ministro è quello di disinnescare la miccia del 20 ottobre: “Non si può stare al governo e manifestare contro il governo di cui si fa parte: è una grave contraddizione”. Frasi che per ora non sembrano nemmeno scalfire chi da sinistra scenderà in piazza. E che oggi ha una sola grande preoccupazione. Come è meglio chiudere la mobilitazione? Classico corteo con comizio in un tripudio di bandiere rosse e striscioni (come vorrebbe Prc) o “un happening, un concerto”, uno ‘Young day’ (come lo definisce Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente e leader dei Verdi) per provare a parlare un linguaggio diverso, a comunicare coi giovani sul modello del 1° maggio sindacale? [...]

Il 17 Agosto 2007 alle 13:02 Carlalberto Iacobucci ha scritto:

L’impostazione della legge è riconducibile ad una visione liberista dell’economia, secondo il modello di Adam Smith “difetto nel privato” “pregio nel pubblico”. Non è tuttavia possibile valutarne in senso assoluto i risultati, in quanto i fattori da prendere in considerazione sono molteplici ed interconnessi con quelli di altre aree economico- sociali.È possibile invece raccogliere quelli che, nel comune sentire, sono stati i pregi ed i difetti della legge.Alla prevista flessibilità non ha fatto seguito una riforma parallela sugli ammortizzatori sociali, tramutando di fatto una situazione di lavoro flessibile in una situazione precaria.Dovendo le aziende versare minori contributi, i lavoratori precari hanno un accantonamento pensionistico inferiore ai loro colleghi con contratti tipici. Questa situazione, combinata al progressivo invecchiamento dei componenti del nostro paese, ha fatto emergere un dibattito sull’opportunità di integrare le pensioni statali (tutelate da un fondo Inps ) con un fondo pensione privato (il cui rischio ricade totalmente sul sottoscrittore).
L’elevato numero di forme contrattuali previste ha, in molti casi, disorientato le società (soprattutto quelle medio-piccole), spingendole a sfruttare solo una piccola percentuale dell’ampio ventaglio di soluzioni messo a disposizione. Forme come il lavoro condiviso, il lavoro a chiamata o lo staff leasing sono concretamente poco o per nulla usate.Nel mercato del lavoro, le retribuzioni e i livello di qualifica non sono proporzionate al livello di istruzione crescente delle ultime generazioni. Esiste inoltre una forte varianza, a parità di mansioni, di operaio, quadro e impiegato di concetto, fra i differenti contratti nazionali.Alcuni dati pongono in discussione l’ipotesi del libero mercato efficiente e della capacità del mercato del lavoro di assumere la migliore configurazione possibile nell’interesse economico delle parti, in assenza di vincoli legislativi.

Il 18 Agosto 2007 alle 10:14 p.g.r. ha scritto:

Si parla di legge Treu e Biagi ma sarebbe ora che si riconoscesse che in Italia i problemi non sono costituiti dalle leggi ma dalla loro applicazione spesso attuata in modo distorto e mai controllata da organi a questo preposti.Ci si dimentica che il lavoratore dipendente è sempre parte debole nella accettazione del rapporto di lavoro, in quanto il contratto rappresenta l’unica possibilita per esso di entrare in possesso di danaro, che gli è indispensabile per vivere.Il problema degli italiani quindi è sempre quello della applicazione delle leggi. Sopratutto non esistendo organi che possano tutelarlo in quanto l’assunzione è sempre nelle mani del datore di lavoro. E non esistono garanti che proteggano le parti deboli. Inoltre l’utilizzo delle norme flessibili non è mai sottoposto a controlli di correttezza Il contratto a part-time per esempio diventa il modo di utilizzare un posto di lavoro, facendo diventare esponenziale il ricorso allo straordinario e forzando il lavoratore a non godere del contratto applicato, una contraddizione quindi.Ma molte altresono le contraddizioni nell’applicazione della flessibilità.

Il 19 Agosto 2007 alle 23:54 maxlutero ha scritto:

Caro Signor Cazzola, ma lei lo sà che cosa è la cessione di ramo d’azienda? Lei ha la minima idea di cosa siano le esternalizzazioni? Ha idea di come viene chirurgicamente applicata la legge che difende per effettuare epurazioni di personale indesiderato o semplicemente per aprire in romania?
L’abbattimento della professionalità italiana derivato dal precariato farà parte del suo modo di intendere il lavorno. Non del mio.

Il 20 Agosto 2007 alle 8:10 joiyce ha scritto:

Chi muore giace e chi conta i soldi si dà sempre pace.

Il 12 Settembre 2007 alle 15:39 Ma ve l’immaginate Prodi che ringrazia Berlusconi (e viceversa)? » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Ha detto che la Germania degli ultimi vent’anni aveva davanti due grandi sfide. Una interna: la ricostruzione dell’Est (dopo la riunificazione del ‘90). Una esterna: la globalizzazione dei mercati e dell’economia. Ha detto che la Germania le vinte entrambe. E ha detto, tirando davanti al Bundestag le somme di metà legislatura, che buona parte del merito va assegnato anche alle riforme varate dal governo rosso-verde del socialdemocratico Gerhard Schroeder, suo predecessore. Ha detto. Ma chi? Niente meno che l’attuale primo cancelliere donna della Germania e leader cristiano-democratica Angela Merkel: la Repubblica teutonica, secondo la sua analisi, “ha di nuovo tutte le ragioni per essere fiduciosa”, dato che attualmente c’è nel Paese il più basso tasso di disoccupazione degli ultimi dodici anni, il più alto numero di occupati dal giorno della riunificazione, ed è in vista un bilancio statale in pareggio, senza dover più ricorrere all’indebitamento. Pur rivendicando che i successi ottenuti sono il frutto della linea di risanamento, riforme e investimenti messa in atto dall’attuale esecutivo di Grosse Koalition (in Germania governano la Cdu insieme alla Spd), “quell’Angela” della Merkel ha anche espressamente reso omaggio alla politica portata avanti da Schroeder, che l’ha preceduta alla carica di cancelliere della Repubblica federale tedesca. “La favorevole congiuntura ha dimostrato che erano giuste le riforme avviate con l’Agenda 2010 dal governo rosso-verde. I dati lo dimostrano”, ha sportivamente ammesso il cancelliere, ribadendo infine l’impegno del suo governo per un’ulteriore riduzione della disoccupazione. Affermazioni sorprendenti, se lette dall’Italia: si è mai sentito, da noi, Prodi ringraziare Berlusconi (e viceversa), davanti ai deputati o a favore di telecamera? Non scherziamo… Certo, la Merkel guida, appunto, un’alleanza rosso-nera e farsi ben volere dai socialdemocratici, coccolando uno dei loro leader, potrebbe servirle per continuare a sedere sullo scranno da cancelliere. Eppure le sue parole vanno prese come sincere. Vuoi perché in Germania (e non solo) il fair play costituzionale è prassi consolidata. Vuoi perché in Germania (e non solo: succede anche nella Francia del decisionista Sarkozy, dove sono ormai una piccola legione i cervelli della gauche che collaborano con il governo dell’Ump) gli avversari politici sono appunto avversari e non nemici e, quando c’è di mezzo il bene del Paese, tutti puntano a collaborare e non a farsi del male; vuoi perché la Germania (e non solo) è davvero un Paese normale dove il dialogo tra maggioranza e opposizione non “puzza” di inciucio. Come, invece, succede da noi. In Italia ogni governo pare si impegni a distruggere, smantellare, abbattere le riforme e le leggi dell’esecutivo precedente e di diverso colore. Riferendosi solo a quest’anno (perché uno ne passato dalle elezioni di aprile 200, vinte dall’Unione con un margine di 24mila voti), è davvero difficile trovare una legge della maggioranza berlusconiana che sia stata mantenuta in vigore dal governo prodiano. Non è stato così per quella sulle pensioni (al centro di un feroce dibattito tra la sinistra radicale e i riformisti della squadra prodiana); non per quella sulla Rai (con la recentissima estromissione di un consigliere in quota Cdl a favore di un manager amico del Prof.); non per la riforma della scuola (le tre “I” della Moratti accantonate per tornare a un’istruzione più di base, fondata su tabelline, storia e italiano); non per la Legge 30, quella che porta il nome di Marco Biagi, sul mercato del lavoro; non la legge elettorale (per cambiare la quale non pochi indicano, guarda caso, il modello tedesco). E intanto non passa giorno che gli esponenti - anche quelli più autorevoli e responsabili - dei due schieramenti non trovino motivo per darsi contro. Mentre tutt’intorno s’alza il vento, pericoloso, dell’antipolitica; il debito non cenna a diminuire; l’economia ristagna; la ripresa zoppica; il clima cambia (in peggio) ed è alle porte un inverno buio, freddo e senza riscaldamento. Leggendo del riconoscimento del cancelliere Merkel al suo predecessore Schroeder vien da pensare che la Germania sia su un altro pianeta. Invece dista solo qualche centinaio di km dall’Italia. [...]

Il 13 Settembre 2007 alle 12:20 Ichino: La legge Biagi? Certo non una svolta epocale » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Nato a Milano nel 1949, è stato dirigente sindacale della Fiom-Cgil dal 1969 al 1972; dal 1973 al 1979 è stato responsabile del Coordinamento servizi legali della Camera del lavoro di Milano. Nell’VIII legislatura (1979-1983) è stato membro della commissione Lavoro della Camera dei deputati, eletto nelle liste del Partito comunista italiano. Ricercatore dal 1983 all’Università statale di Milano, dal 1986 al 1991 è stato professore straordinario di Diritto del lavoro all’Università di Cagliari; dal 1991 è professore ordinario della stessa materia all’Università Statale di Milano. Nel 1985 ha assunto l’incarico di coordinatore della redazione della Rivista italiana di diritto del lavoro di cui è direttore responsabile dal 2002. Dal 1997 è editorialista del Corriere della sera. L’8 settembre a Bologna Beppe Grillo l’ha mandata (per dirla eufemisticamente) a quel paese. Lei tace? Preferisco ignorare gli insulti. Su alcune cose Grillo ha ragione. Sulla legge Biagi, invece, sbaglia clamorosamente il bersaglio. L’ho invitato a un confronto pubblico in televisione, ma lui ha rifiutato. Non le pare che sulla Biagi ci sia troppo conformismo? Solo a parlarne si fa peccato. È il risultato di un fenomeno di faziosità bipartisan. Ne hanno fatto un simbolo: a destra e a sinistra, come se quella legge avesse segnato una svolta epocale. Che invece non c’è stata affatto. In fondo contro la legge non c’è solo la sinistra radicale. Ma anche qualche imprenditore che ha storto il naso perché complica il mercato del lavoro più che semplificarlo. Per certi aspetti è così. Soprattutto, ma non soltanto, sui co.co.co.: qui la legge ha portato una restrizione drastica, tant’è vero che questi rapporti di lavoro precario si stanno riducendo. Si fa un grande elogio della flessibilità. Ho paura che talvolta il termine sia il sinonimo alla moda di precariato. La sicurezza è un bene della vita. Il problema è come conciliarla con la flessibilità del sistema produttivo. In altri paesi si sono fatte delle esperienze interessantissime su questo terreno. Baratterebbe l’abolizione della legge Biagi con l’obbligo dell’assunzione a tempo indeterminato, ma con libertà di licenziare? Baratterei volentieri tutti i rapporti di lavoro a termine, “a progetto”, e simili con un contratto di lavoro unico a tempo indeterminato, nel quale l’imprenditore può licenziare per motivi economici pagando un indennizzo al lavoratore proporzionato all’anzianità di servizio e garantendogli un trattamento di disoccupazione efficiente e moderno. Al giudice solo il controllo sui licenziamenti disciplinari e quelli discriminatori. A sinistra si esagera, e spesso si dicono infamie. Ma i comunisti non hanno tutti i torti a sostenere che nel programma dell’Ulivo c’era un esplicito impegno a modificare la legge. Sì: era il frutto di una demonizzazione faziosa e disinformata. Altrimenti, nello stesso spirito, avrebbero dovuto parlare piuttosto di superamento della legge Treu del 1997. Ma questo non potevano farlo, perché la legge Treu era stata voluta da una coalizione di centro-sinistra di cui faceva parte anche Rifondazione, e sulla scorta di accordi firmati da tutti i sindacati, compresa la Cgil. Sulla flessibilità a parole sono tutti d’accordo. Poi le varie indagini sociologiche sui giovani dicono che sognano ancora il posto fisso in banca o in un ministero. Come dicevo prima, la sicurezza è un bene della vita. Ma costa, come costano tutte le polizze assicurative. I giovani italiani devono valutare questo costo; e rifiutarsi di pagarlo se è troppo alto. In Italia (come in Europa) la disoccupazione è scesa. In percentuale, quanto è merito della Biagi e quanto della ripresa economica? Non sono un economista. Però starei attento a individuare nella legge Biagi la causa di questa riduzione. La realtà è che le retribuzioni della fascia bassa si sono ridotte; e quando cala il prezzo aumenta la domanda. Soddisfatto che i suoi reiterati appelli a licenziare i nullafacenti stiano cominciando a dare qualche frutto? Soddisfatto è una parola grossa. C’è ancora molta strada da fare. Alla fine hanno rimosso persino quell’insegnante campione di “fannullonismo” cui lei ha fatto riferimento in molti dei suoi interventi. Rimosso, ma non licenziato. Prende ancora lo stipendio senza far nulla. [...]

Il 18 Ottobre 2007 alle 12:42 Pezzotta: Così la legge 30 ha “tradito” Marco Biagi » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta ha svolto gran parte della sua carriera in Cisl, sindacato cui si iscrisse nel 1964 quando lavorava come operaio tessile. È stato segretario organizzativo della Cisl di Bergamo, poi, dal 1993 al 1998, segretario della Cisl lombarda. Il 4 dicembre 2000 viene eletto segretario generale della Cisl, carica confermata nel 2001 e nel 2005. Nell’aprile dell’anno successivo si dimette con oltre due anni di anticipo sulla scadenza del mandato. Da allora inizia la sua attività politica nelle file del centrosinistra, maturando posizioni critiche che lo porteranno a non partecipare alla costituzione del Partito democratico. Recentemente Pezzotta è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007. Sabato 20 ottobre marce parallele, pro e contro la legge Biagi. Lei da buon ex democristiano che fa, sta nel mezzo? Il problema non è essere pro o contro, ma capire che la legge Biagi è stato un passaggio importante per regolare posizioni di lavoro non regolamentate. Detto questo, penso che la legge esiga un completamento recuperando molti degli spunti offerti dal libro bianco scritto dal professore bolognese. Vuol dire che la legge 30 ha tradotto male il pensiero di Biagi? Voglio dire che c’è una differenza. Il libro bianco di Biagi era una visione organica del mercato del lavoro, ma con tanto di tutele e garanzie. Non a caso prevedeva uno statuto dei lavori per tutti coloro che non rientravano nella legge 30. In fase di stesura poi si è persa ogni traccia, come se tutti si fossero dimenticati del libro bianco. Sa che ci sono insospettabili critici della Biagi anche tra gli industriali? Dicono che ha complicato loro la vita. Nel libro bianco c’erano una semplificazione del modello contrattuale, un suo decentramento e una comparazione tra mercato del lavoro italiano ed europeo. La legge 30 è un’incompiuta, riflette poco o nulla del disegno organico su cui Biagi aveva lavorato. D’accordo con chi dice che la Biagi scarica su 2 milioni di lavoratori i costi della precarietà, lasciando intatti privilegi e tutele degli altri 20? Non è così. La Biagi regola quello che era un mercato del lavoro frammentato. Che poi occorra accompagnare la flessibilità con le garanzie è ovvio. Non le piace la proposta del contratto unico targata Treu-Boeri? Mi sembra una proposta velleitaria. In primis perché il mondo del lavoro è differenziato e i contratti devono mantenere la capacità di cogliere le specificità dei diversi settori. Non si può mettere insieme lo statale e il metalmeccanico. Non crede che il problema della Biagi sia di non risolvere in modo convincente i problemi di ingresso e di disoccupazione temporanea? Sì, ma non bisogna fare una battaglia contro la flessibilità che è insita nel nostro sistema produttivo. Bisogna combattere perché la precarietà venga riportata a normalità. Ma sbaglia chi pensa che la precarietà sia colpa della Biagi. Non è velleitario proporre riforme del mercato del lavoro che siano a costo zero per le casse dello Stato? Le riforme a costo zero non sono riforme, è una follia pensarlo. È sbagliato l’approccio mentale: la riforma non è un costo, ma un investimento. Dovrebbe produrre nel tempo dei miglioramenti. E se investi ci devi mettere qualcosa. Il Pd e il suo leader Walter Veltroni hanno recuperato in extremis il tema della precarietà. Sa un po’ di posticcio. Non si capisce ancora bene che posizione avrà il Pd sui temi del lavoro. Sicuramente dovrà cogliere quello che un certo tipo di riformismo ha messo in campo. Per fare questo bisogna però capire le alleanze che fa. Se si allea con la sinistra radicale avrà gli stessi problemi che ha oggi Romano Prodi. Accetterebbe la libertà di licenziamento in cambio di un convincente sistema di ammortizzatori? In Italia la libertà di licenziamento c’è già. Per giusta causa, non arbitrariamente. Anche il licenziamento collettivo è sempre stato fatto, da sindacalista ho gestito ristrutturazioni tremende. Stiamo parlando di un’altra cosa. Per poter licenziare ci deve essere un motivo. Il problema vero è la riforma della giustizia: una controversia di giusta causa non può durare 5 anni. [...]

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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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