Certo la scelta di tempo non è stata felicissima. E la polemica politica è scoppiata feroce quando il governo ha annunciato l’aumento della tassazione sui Bot proprio con i mercati finanziari in crisi per i problemi dei mutui statunitensi. La sortita di Paolo Ferrero, ministro di Rifondazione comunista, è stata confermata dal sottosegretario all’Economia, il diessino Alfiero Grandi: verrà inserita nella Legge finanziaria 2008 l’armonizzazione del prelievo sulle rendite finanziarie, che innalzerà al 20 per cento (contro l’attuale 12,5 per cento) l’aliquota fiscale su bot, cct, btp, nonché su tutte le obbligazioni private e sui guadagni derivanti dalla compravendita di azioni. Contemporaneamente verrà abbassata dal 27 al 20 per cento l’imposta sui conti correnti e i depositi in genere.
Insomma, rispunta un’ipotesi che era già nel programma dell’Unione (qui il .pdf). E proprio contestando l’aumento della tassazione sui bot era partito il recupero di consensi, in campagna elettorale, di Silvio Berlusconi.
Ora l’equiparazione delle rendite finanziarie infiamma nuovamente il dibattito. Anche se in verità il viceministro Vincenzo Visco aveva già anticipato a fine luglio la scelta di collegare alla Finanziaria 2008 il discusso provvedimento. E torna a fare capolino anche se il vantaggio per le casse dello Stato è tutto da dimostrare.
Il problema è capire come avverrà il cosiddetto riordino della tassazione. Al ministero del Tesoro precisano che non è stata ancora presa una decisione. Si tratta di scegliere soprattutto se aumentare l’aliquota solo sui titoli di nuova emissione (sarebbe l’intenzione del governo) o se il provvedimento riguarderà anche le future cedole dei vecchi titoli.
Le banche, che sono favorevoli al riordino delle tassazioni, come hanno dichiarato anche i loro rappresentanti, premono a favore dell’ipotesi di equiparare anche i vecchi titoli. “Se l’aumento ci sarà, deve riguardare tutte le emissioni, comprese quelle già in circolazione” afferma
Laura Zaccaria, responsabile del settore tributario
dell’Abi (l’Associazione delle banche italiane), “altrimenti si crea un mercato secondario di titoli vecchi e più vantaggiosi e si dà maggiore possibilità di evasione ed elusione fiscale”.
Va chiarito che la nuova tassazione riguarderebbe di fatto meno del 25 per cento dei titoli di Stato già emessi: quelli nei portafogli dei privati e degli investitori istituzionali italiani, mentre la riforma non toccherebbe gli investitori esteri, le banche e le imprese. Tecnicamente saranno gli intermediari finanziari (quindi in oltre il 90 per cento dei casi le banche) a fare i nuovi conti. L’idea, spiega Zaccaria, è prevedere “un meccanismo in cui a partire da una certa data tutto quello che matura ha la nuova aliquota”.
Se il problema tecnico è risolvibile, resta il nodo della diminuzione dei rendimenti per i risparmiatori. Infatti gli investitori esteri, che detengono il 55 per cento dei titoli della Repubblica, continueranno a percepire gli stessi interessi lordi. Invece le famiglie italiane incasseranno meno: un rendimento lordo del 4 per cento oggi diventa poco più del 3,5 per cento netto, ma con la nuova aliquota il guadagno scenderà al 3,2 per cento. In sostanza, il governo non dovrebbe spendere di più per gli interessi sul debito pubblico ma i risparmiatori italiani avrebbero una diminuzione dei rendimenti netti.
Bisognerà vedere se dopo aver alzato le tasse sulle rendite finanziarie “ci sarà l’abbassamento delle rendite immobiliari e se saranno tassate al 20 per cento” si chiede il presidente della Banca popolare di Milano, Roberto Mazzotta. Un’ipotesi, a favore dell’investimento immobiliare, su cui concorda Laura Fincato, capogruppo dell’Ulivo alla commissione Finanze della Camera: “La maggioranza chiederà che vengano introdotte nella prossima Finanziaria sia l’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20 per cento, ma solo per le nuove emissioni, sia l’introduzione della cedolare secca sugli affitti”.
Infine c’è il problema dei fondi d’investimento. La loro associazione di categoria, l’Assogestioni, ha come obiettivo l’armonizzazione con i fondi esteri, attualmente avvantaggiati dal punto di vista fiscale (pagano le tasse solo quando il risparmiatore vende le quote, mentre i fondi italiani sono tassati sul patrimonio gestito), e chiedono di introdurre meccanismi “che non comportino l’applicazione dell’imposta anche nel caso in cui siano realizzate perdite”.
Insomma, è ancora tutta in salita la strada dell’armonia fiscale sugli investimenti.
Il VIDEO servizio:
- Venerdì 24 Agosto 2007

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Commenti
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Il 24 Agosto 2007 alle 12:38 Tasse: spuntano 4 miliardi. Ora il problema diventa politico » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] Bot da orbi sul risparmio [...]
Il 24 Agosto 2007 alle 16:26 Corrado Buccieri ha scritto:
Ma il risparmio non dovrebbe essere incoraggiato?
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