
Che si tratti di un ente pubblico o un ente no profit il risultato non cambia: bilanci e rendiconti appaiano alla maggior parte dei cittadini come una nebulosa incomprensibile. Eppure in mezzo a quelle tabelle, numeri e tecnicismi c’è scritto come vengono spesi i nostri soldi.
E così dalla categoria “portatori d’interesse” si passa troppo spesso in quella meno convenzionale di portatori di disinteresse. Di chi deve garantire la trasparenza e spesso anche di chi ne subisce la mancanza. La conferma arriva da uno studio, presentato oggi, elaborato dall’ordine dei commercialisti di Milano e dall’università Bocconi.
“Ci giungono segnali sempre più frequenti” spiega il presidente dell’Ordine, Luigi Martino “che sottolineano come il cittadino non abbia conoscenza di come vengono spesi i denari dei tributi dagli enti pubblici e i denari volontariamente elargiti in beneficenza agli enti no profit. Questa sete di informazione diventa sempre più pressante se consideriamo che nel 2006 l’incidenza della spesa pubblica sul Prodotto Interno Lordo (PIL) ha superato la soglia del 50% ed è ulteriormente cresciuta nel 2007; sempre nel 2007 la pressione fiscale apparente è salita al 43% del PIL; rispetto alla Francia e alla Germania, l’Italia ha il più basso livello di PIL per abitante e la più bassa crescita dello stesso negli ultimi 6 anni”.
E alla fine, conclude Martino, “si sta soffocando l’iniziativa privata”. Se il confronto con gli enti pubblici anglosassoni posiziona l’Europa nel “paleolitico” della trasparenza, ben più complicato è il settore no profit.
L’indagine dello Sda Bocconi si è concentrata su 153 Onlus (destinatarie del 38 per cento delle preferenze dei contribuenti italiani) e 40 aziende no profit. Nel primo caso soltanto il 33 per cento delle organizzazioni pubblica il bilancio sul proprio sito web e solo il 23 per cento mette online documenti di rendicontazione integrativi. In controtendenza gli enti principali che pubblicano sia il bilancio di esercizio che il bilancio sociale.
Nel settore delle aziende no profit risulta che più del 60 per cento ha un’attività di rendicontazione da almeno quattro anni mentre il 23 per cento è alla prima edizione. Alla fine la trasparenza dei bilanci negli enti no profit appare più come un esperimento che un metodo consolidato. Mentre in quelli pubblici un obiettivo di lunga data ancora lontano dal raggiungimento.
- Venerdì 9 Novembre 2007
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Commenti
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Il 11 Novembre 2007 alle 11:07 lebonsens ha scritto:
Temo che in Italia siamo giunti ormai al momento di fare piena chiarezza su questi enti esentasse. Un tempo c’erano le cooperative e adesso ci sono loro. Se si tiene conto del fatto che il 30% del PIL è in nero e che ci sono troppe nicchie fiscali, non stupiamoci poi se chi paga le tasse arriva, con i contributi sociali e con gli altri balzelli, a vedere un residuo ridicolo. Diciamo che la rivolta e la secessione fiscale sono già una realtà: quella dei furbi. Purtroppo sia Berlusconi e sia Prodi fanno riferimento all’imposizione media in Italia, e cioè al rapporto tra il totale delle Imposte e dei contributi ed il PIL. Questo, al cittadino non interessa, poichè dimostra soltanto una pessima preparazione economico statistica, o …. ancor peggio (volontà di disinformare il cittadino e di non voler intervenire). Sarebbe poi interessante avere un’indagine sul livello degli stipendi dei dirigenti di queste ONLUS. Non penso sin d’ora che riflettano il grave stato di povertà e di disagio del Paese. Sarei ben contento se dovessi sbagliarmi.
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