Alitalia, il Nord resta a terra

Ap 2004
di Renzo Rosati
Ventiquattro milioni di passeggeri, 470 mila tonnellate di merce, un bacino pari al 31 per cento del pil italiano, al 41 dell’export, al 47 per cento delle importazioni: sono le cifre, tutte in crescita, della Malpensa, l’aeroporto intercontinentale lombardo rifatto giusto 10 anni fa per rilanciare l’Alitalia. Che ora la compagnia ex di bandiera, per nulla riconoscente, vuole retrocedere al rango di scalo minore, qualunque sia il compratore scelto dal governo: nero su bianco nel caso dell’Air France; ma più o meno la stessa cosa anche nella eventualità (il condizionale è d’obbligo, visti gli interpreti e le puntate di questa fiction politico-industriale) di una rimonta della cordata AirOne-Intesa Sanpaolo per la quale pure tifano il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, e le altre istituzioni di Milano.
Insomma, Malpensa non sarà più un hub, uno snodo di primo livello per le rotte intercontinentali: si potrà continuare a prendere il volo diretto per New York, forse per Shanghai, San Francisco o Tokyo. Di sicuro per Londra e Berlino. Ma per il business a Hong Kong o le vacanze a Rio de Janeiro, Sydney, o le Maldive, per l’Africa e il Medio Oriente i viaggiatori del Centro-Nord dovranno rassegnarsi a far scalo a Fiumicino, o al Charles de Gaulle di Parigi. Una prospettiva sconcertante visto che la clientela del Centro-Nord italiano è fra le più mobili e appetibili.
Il presidente di Air France Jean-Cyril Spinetta
Jean-Cyril Spinetta

Jean-Cyril Spinetta, numero uno dell’Air France, ha detto a chiare lettere: “Fiumicino diverrà il nostro scalo intercontinentale per il Sud Europa, così come Parigi e Amsterdam lo sono per il Nord. Malpensa verrà dedicato alla clientela business per l’Europa e alle rotte intercontinentali sulle quali non si perdano soldi. Ma dopo profonde ristrutturazioni negli orari e nei servizi. E poi non serve essere un hub per essere un grande aeroporto”.
Ciò significa alcuni collegamenti per il Nord e Sud America e per l’Estremo Oriente. Quali? Tutto da decidere.
Più cauto è stato Carlo Toto, patron della AirOne: “Roma e Milano resteranno poli intercontinentali; Venezia, Torino, Milano e Catania aeroporti nazionali e internazionali”.
Ma per conoscere più in dettaglio le intenzioni della Ap Holding, la cordata nazionale finanziata dall’Intesa di Corrado Passera, è utile ascoltare gli uomini della Boston Consulting, l’advisor industriale: “Il nostro modello non prevede alcun hub, solo rotte dirette point to point, cioè da città a città” dice Lamberto Biscarini, partner e managing director della Bc. “Del resto proprio la strategia basata su uno o addirittura due hub ha portato a fondo l’Alitalia, e non vogliamo ripeterne gli errori”.
Il patron di Air One, Carlo Toto
Carlo Toto

Biscarini elenca cifre e percentuali: “In Italia partono e arrivano 70 milioni di passeggeri. Venti su destinazioni interne, 40 per rotte europee, 10 intercontinentali. Un terzo ha come bacino Roma e il Sud, un terzo la Lombardia, l’altro terzo il Nord-Est. In definitiva l’80 per cento del mercato è sul breve e medio raggio. Ma anche il restante 20 preferisce arrivare a destinazione senza scali. Per il passeggero significa tempo e sicurezza, per la compagnia un investimento molto più economico”.
Le destinazioni intercontinentali da servire point to point dovrebbero essere ridotte? «Certo, le rotte si servono là dove il mercato le chiede. Non il contrario». È il modello Usa, aggiunge Biscarini, dove con la deregulation a dettare legge sono i viaggiatori, non le compagnie. E gli aeroporti prosperano e si moltiplicano: “Se ti vuoi spostare da Chicago a San Diego, ci vai direttamente, magari con un low cost, non sei obbligato a prendere la Delta e cambiare ad Atlanta”.
Diverso il discorso di qua dall’Atlantico: “Il modello hub è figlio delle vecchie compagnie di bandiera. Prevede aeroporti enormi che per ripagarsi devono attirare migliaia di coincidenze. Solo in tre se lo possono permettere: Air France, Lufthansa e British Airways”.
Dunque anche con l’Alitalia in mano alla AirOne il destino di Malpensa non cambierebbe di molto rispetto al declassamento dei francesi. Certo, i due modelli di business proposti da Air France e AirOne sono alternativi, il che rende bizzarri gli auspici di Walter Veltroni: “L’ideale sarebbe un incrocio tra la forza dell’Air France e il radicamento di una compagnia nazionale”. Il leader del Pd ignora che i contendenti hanno obiettivi inconciliabili.
L’Air France, in vista della partenza nel 2008 di Open sky, liberalizzazione delle rotte con gli Usa, deve potenziare proprio l’offerta di hub: e dopo Parigi e Schiphol-Amsterdam avrebbe Fiumicino a coprire il Sud Europa. È la strategia tipica del più grande gruppo del mondo, che vuole rafforzare la leadership senza appesantire i costi. L’AirOne mira al quarto posto europeo, puntando solo marginalmente sul resto del mondo, sempre che sia profittevole.
Malpensa addio, allora? Forse sarebbe più giusto dire “addio Alitalia”. Oggi l’aeroporto lombardo è il 14esimo d’Europa, mentre Fiumicino è decimo. Ma cresce del 10 per cento l’anno, superato in questo solo da Dublino e Barcellona. Open sky potrebbe costituire il jolly dell’azionista Sea: liberata dai vincoli e dai padrinati politici dell’Alitalia, potrebbe diventare appetibile per la concorrenza straniera, British Airways e Lufthansa in testa.
Gli inglesi inaugureranno ad aprile 2008 un collegamento diretto Milano-New York. Mentre il colosso tedesco, uscito all’ultimo momento dalla trattativa Alitalia, potrebbe avviare trattative con la Sea per fare della Malpensa il quarto scalo intercontinentale dopo Francoforte, Monaco e Zurigo.
Proprio l’esperienza di Schiphol è istruttiva. Decentrato rispetto al cuore dell’Europa, 10 anni fa doveva essere il perfetto equivalente di Malpensa al Nord, quando sembrava fatto il matrimonio fra Alitalia e Klm. Saltato quello e andata in crisi la compagnia olandese, lo scalo di Amsterdam pareva spacciato. Invece ha saputo rilanciarsi aprendosi a tutte le compagnie mondiali: con 47 milioni di passeggeri è il quarto aeroporto d’Europa dietro Heathrow, Parigi e Francoforte.
Schiphol, il cui caso ha fatto scuola, è un “hub-non hub”: nodo di transito e punto di arrivi e partenze dirette, business e low cost. È collegato da ferrovie veloci e autostrade, ha aree giochi e mostre d’arte (gratuite). “Se fossimo i responsabili della Malpensa” dicono i suoi manager “lasceremmo perdere l’Alitalia. Come prima cosa chiederemmo al governo di liberalizzare gli slot, cioè i diritti di atterraggio”. Giusto. Forse dandosi anche da fare per una ferrovia e un’autostrada degne di tale nome.

LEGGI ANCHE: Appello on line dei dipendenti: via i politici, sì ad Air France - Il dossier Alitalia

Commenti

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Il 21 Dicembre 2007 alle 9:52 Corrado Buccieri ha scritto:

Finalmente lo hanno capito,via i politici e che paghino il regolare
biglietto……perchè i soldi li guadagnano.

Il 21 Dicembre 2007 alle 10:10 Fustigatore ha scritto:

BASTA CON LE PRESSIONI POLITICHE, I RICATTI SINDACALI E GLI INCIUCI ITALICI! Con la testa a Parigi finalmente Altalia verrà resa immune da quel cancro che l’ha distrutta negli ultimi vent’anni. Finalmente non vedremo piu’ i ricatti dei confederali e le scellerate strategie di manager incompetenti o impotenti di fronte ai condizionamenti della politica regionale e centrale.

Alitalia sarà  guidata secondo principi di mercato!
E basta con questa stupidaggine dell’Italianità che , a questo punto assume anche i toni di una farsa!
Quando 6/7 anni fa tutte le compagnie europee più importanti iniziavano, spalleggiate dai rispettivi governi, un serio percorso di ristrutturazione ed investimenti per affrontare il mercato europeo e mondiale, la Politica del ns paese continuava imperterrita a sfruttare la sua creatura, succhiarne il sangue, infischiandosene di politica del trasporto aereo, dell’importanza di avere 1 forte vettore nazionale e cosi’ via.
L’importante era NON cambiare nulla.
Al massimo sostituire un Amministratore Delegato all’anno senza dargli nessun potere, continuare a fare il bello e il cattivo tempo in termini di assunzioni a terra (si sa …una testa un voto…), non verificare appalti e contratti.

Insomma il comportamento di un padre Irresponsabile che ha fatto prostituire il figlio, disinteressandosi completamente di lui se non per sfruttarlo al meglio. E ora, con una faccia tosta colossale, ci viene a dire che si la compagnia e’ stata gestita male dai suoi dirigenti, che ha messo lui con precisi ordini: non fare nulla!

Il tempo e’ scaduto! Se Alitalia era importante per il paese dovevano accorgersene molto prima! Evviva Air France!
L’Italia, in un momento di rara lucidita’ e onesta’, rifletta solo sulle motivazioni del proprio inesorabile declino, tra cui l’incapacita’ dolosa di rilanciare e ristruttuare il Paese in un’ottica di lungo periodo.

Il Titanic affonda ma l’orchestrina suona sempre, ecco l”Italia.

Aprire a Toto in nome di una finta italianita’ significa far si che politica e sindacato escano dalla porta e rientino dalla finestra. La porta di Toto, se non altro per rendere il favore, sara’ sempre a perta per loro e per le loro inesorabili pressioni!
E per Az il problema sara’ solo rimandato mentre per Toto e per i suoi debiti scaricati in AZ , sara’ risolto!

Per il Giornalista: almeno si informi bene sulle destinazioni in partenza da Malpensa… e forse si accorgera’ che alcune non esistono gia’ adesso (es. San Francisco) , altre non le fa AZ ma altri vettori per cui rimarranno (es. Maldive). Giornalismo serio con vera indagine annessa mi raccomando! non iniziate pure a voi a scrivere stupidaggini per far presa sul lettore.

Il 2 Gennaio 2008 alle 11:36 Prodi lo slalomista col fiato corto: sarà un gennaio pieno di sgambetti » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Per festeggiare il nuovo anno, dopo i patimenti in Parlamento, Romano Prodi ha deciso di dedicarsi allo sci. E con un nuovo look: via quel giaccone beige, tema lo scorso anno del dibattito mediatico perché considerato un po’ antiquato, ecco una tuta da sci tecnologica, verde - “ulivo”, ha precisato lui - e nera. Con quella addosso Prodi si è lanciato sulle piste di Campolongo (Belluno). La cosa può avere anche un significato simbolico: il Professore è tenace, non lo spaventano gli sforzi, né le difficoltà. Come ama definirsi, è un diesel: ad andatura costante gli è - finora - riuscito lo slalom tra i paletti degli alleati, zigzagando con il programma tra il centro e la sinistra. Capacità cui dovrà appellarsi anche in questo gelido gennaio. Insomma il premier non è da sottovalutare, anche se le possibilità di sopravvivenza del suo governo sembrano stavolta davvero ridotte al minimo. Anche per prepararsi alle prove d’inizio anno, il premier ha scelto di scrivere una lettera all’Ansa per ribadire il primato italiano sulla Spagna. Le minacce per il governo, però, sono altre, e non provengono dall’esterno. Sono anzi tutte interne alla maggioranza. A cominciare dai sette punti che il senatore Lamberto Dini ha messo per iscritto e in base all’accettazione dei quali deciderà, insieme con la sua pattuglia, se continuare a sostenere l’esecutivo o invece sfiduciarlo. Per il 10 gennaio è previsto un vertice di maggioranza sulla legge elettorale (la cosiddetta verifica): non si sa però se si terrà o meno, date le divisioni nel centrosinistra. A chiederla a gran voce sono i ministri della Sinistra-Arcobaleno, Prodi vorrebbe evitarla. Dopo pochi giorni la decisione della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum. Le previsioni sono che i giudici - vista anche la pioggia di indiscrezioni e sospetti per un eventuale “no” - diano un sostanziale via libera alla consultazione. Se ciò accadesse la maggioranza non terrebbe un minuto: o si va al referendum, o si va a una nuova legge elettorale. Unica via d’uscita, appunto, le lezioni anticipate.Come se non bastasse ci sono gli strascichi del 2007. Il pacchetto sicurezza deve essere riapprovato, ora che è stato riscritto. La legge di riforma sulla Rai entra ed esce dal calendario. Il viceministro Vincenzo Visco non ha goduto dell’archiviazione chiesta dal pm sul caso Speciale: il gip di Roma ha disposto un supplemento d’indagine per possibile abuso di ufficio. Le misure economiche promesse per il prossimo anno, a cominciare dalla riduzione delle tasse, dovranno fare i conti con il rallentamento dell’economia e con la fine dei tesoretti. Incombono gli scioperi, a cominciare da quello generale del trasporto pubblico già indetto per fine gennaio. Incombe la decisione sulla vendita dell’Alitalia, con Padoa-Schioppa, che in qualità di ministro delle Finanze detentore della quota in vendita, che si è detto favorevole al piano Air France, mettendosi contro tutto l’asse del Nord. Ma soprattutto gli alleati hanno dato a Prodi l’ultimatum. Ai già citati senatori diniani che, approvata per spirito di responsabilità la Finanziaria, hanno annunciato la poltica delle mani libere, vanno aggiunti Domenico Fisichella, un ex di An finito nell’Unione, e, all’estrema sinistra, Franco Turigliatto. Voti che difficilmente potranno essere bilanciati dai senatori a vita. Al punto che interi partiti, da quello di Mastella a Rifondazione, chiedono già di andare a votare nel 2008. Pare che della stessa opinione sia Walter Veltroni, il quale ovviamente non ha nulla da guadagnare da questo stato di cose. Su tutto vigila, sempre più critico (ma lo descrivono estremamente irritato), il presidente della Repubblica. Nel messaggio di fine anno, Giorgio Napolitano non ha potuto che insistere sulla necessità di fare riforme condivise. D’ora in avanti il premier potrebbe perdere la sua ciambella di salvataggio: la contrarietà di Napolitano ad un voto anticipato senza una nuova legge elettorale. Un avvio 2008 terribile per il Professore. Tanto che, se nell’altro campo Silvio Berlusconi se ne fosse stato tranquillo ad attendere, senza perdersi in manovre e chiacchiere tutte intercettate sulla campagna acquisti in Parlamento, ora il centrodestra avrebbe già la vittoria in tasca. [...]

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