
In Italia l’età media della classe dirigente supera i sessanta anni. In Parlamento e negli uffici della pubblica amministrazione si va oltre i cinquanta. E più si sale ai piani alti e più dei giovani si perde ogni traccia. Dalla Banca d’Italia, ai vari ministeri, passando per la gran parte delle aziende private. A meno che nella categoria enfant prodige non si comprendano i cosiddetti “giovani relativi”.
Quarantenni, plurititolati, spesso al fianco dei numeri uno della azienda o dell’ufficio pubblico, ancora poco pagati ma con prospettive di carriera incoraggianti. Sono certamente più dei trentenni (che sono talmente pochi da essere quasi introvabili) ma sempre una rarità rispetto al numero di poltrone disponibili.
Non solo. Sono ben nascosti perché di solito, in caso di successo, non compaiono se non tra le righe di qualche relazione o in coda ai documenti ufficiali. Se nelle aziende private il fenomeno è più contenuto (grazie ad una maggiore concorrenza e al più facile passaggio genitori-figli), il settore pubblico è praticamente congelato dal blocco del turn-over. Il sistema della pubblica amministrazione, premiando più l’anzianità che i meriti, di fatto scoraggia i più preparati che nella maggior parte dei casi scelgono il settore privato. In sostanza, dicono gli addetti al settore, è quasi impossibile trovare giovani Draghi o Padoa-Schioppa in erba.
Quasi. Visto che negli ultimi tempi una leggera inversione di tendenza c’è stata. Circa la metà dell’esecutivo del Partito Democratico , del “relativamente” giovane Walter Veltroni, è composto da under 40. Tra loro c’è anche Stefano Fassina. Classe 1966. Una laurea in Bocconi, un trascorso al Fondo monetario internazionale (ora è in aspettativa), un presente da consigliere economico del viceministro dell’Economia Vincenzo Visco. Fassina, che è anche direttore del Nens (Nuova economia e nuova società), il centro studi fondato nel 2001 da Visco e Bersani, da due anni si occupa di finanza pubblica. “Di tasse soprattutto”. Si definisce “un ragazzo fortunato” perché in effetti di giovani, dice, “intorno a me ce ne sono pochissimi”.
Uno di questi è il suo diretto superiore. Il capo del dipartimento delle politiche fiscali Fabrizio Carotti. Anche lui romano, laureato in Giurisprudenza, 42 anni, avvocato, dottore commercialista e revisore dei conti, ex direttore generale della Fieg, la Federazione italiana editori di giornali. Il ruolo dirigenziale alla corte di Visco obbliga alla massima riservatezza, ma Fassina sulla spartizione dei compiti ammette: “A volte è un danno perché gli incarichi non vengono affidati a chi ha più competenze ma ai colleghi anziani che magari hanno maggiori contatti personali”. Ma potrebbe anche andare peggio. “Lavorare per un gabinetto è una situazione di privilegio. I racconti degli altri colleghi - conclude - sono tutt’altro che incoraggianti”.

In Banca d’Italia, invece, di enfant prodige non c’è nemmeno l’ombra. Certo, l’arrivo di Mario Draghi ha portato una ventata di freschezza rispetto al predecessore Antonio Fazio (classe 1936), ma per quanto ben portati, il governatore ha pur sempre 60 anni. Alcuni funzionari raccontano che una recente circolare interna ha praticamente privilegiato le promozioni dei più anziani lasciando indietro i più giovani. E i pochi che sono riusciti a farsi avanti nonostante la burocrazia, alla fine “scoraggiati, hanno deciso di lasciare Palazzo Koch, magari per diventare economisti in qualche struttura privata”. In Confindustria, invece, di spazio ce n’è di più. Ma nella maggior parte dei casi la strada è già stata spianata dalla generazione precedente.
- Sabato 29 Dicembre 2007
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Il 4 Gennaio 2008 alle 10:09 economia » Blog Archive » Una vita con pochi soldi e all’ombra dei big: ecco l’Italia dei giovani dirigenti ha scritto:
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