Sos: salvate i salari. La priorità del 2008

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/annia316/201999076/]annia316[/url] by Flickr)[/i]
di Donatella Marino ed Edmondo Rho

Sarà il tema del 2008: che cosa fare per aumentare i salari degli italiani. Perché ormai è sotto gli occhi di tutti che le retribuzioni sono mediamente basse, inferiori rispetto ai principali paesi europei: come mostrano i dati di una ricerca esclusiva della Mercer, operai, impiegati, quadri e perfino dirigenti sono tutti pagati meno di inglesi, tedeschi, francesi e spagnoli. E questo accade sebbene le aziende italiane stiano andando tutto sommato bene e siano sempre più competitive all’estero. Del resto, il problema del recupero del potere d’acquisto, per rilanciare i consumi, non è solo italiano ma è nell’agenda dei governi europei: come dimostrano le proposte del presidente francese Nicolas Sarkozy per aumentare i salari.
“Io lo vado dicendo da almeno due anni prima di Sarkozy” sostiene Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl. “Bisogna lavorare meglio, lavorare di più e guadagnare di più”. Il viaggio di Panorama per “salvare il soldato salario” comincia proprio dai sindacati. Che però non la pensano tutti allo stesso modo.
Marigia Maolucci, segretario confederale Cgil di cui è responsabile per fisco e politica economica, ricorda che “Sarkozy ha deciso di monetizzare tutti gli straordinari, ma ha le imprese contro. La vita è complicata: imitare in Italia i progetti francesi non funziona”.
In realtà la Cisl punta sugli aumenti salariali soprattutto con i contratti aziendali e con una riforma che sembra evocare quasi la cogestione: secondo Bonanni, “o difendiamo il lavoro italiano con un sistema di partecipazione e qualità, oppure saranno le crisi a determinare il nostro futuro. La partecipazione dei lavoratori all’impresa deve tornare a essere un valore positivo: vanno costruiti nuovi modi di lavorare in team”.
Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, sostiene che “ci sono due cose da fare: la prima rinnovare il contratto nazionale per oltre 7 milioni di persone che lo aspettano. La seconda è diminuire le tasse: non solo sui salari più bassi, ma su tutto il lavoro dipendente”. E il primo sistema possibile, secondo il leader della Uil, è “prevedere che per 3 o 4 anni non si paghino tasse sugli aumenti contrattuali di stipendio”.
Questa idea della Uil, all’apparenza ragionevole, non è appoggiata dalla Cgil, che la ritiene “una soluzione non efficace per i lavoratori” come dice Maolucci: “Così gli aumenti diventerebbero elementi distinti della retribuzione senza incidere sui minimi”.
Sul piano fiscale Angeletti non demorde e rilancia con un secondo sistema possibile: “Prevedere una detrazione Irpef per il lavoro dipendente, pari ad almeno l’1 per cento del pil ogni anno” cioè circa 15 miliardi di euro. Un’idea, come vedremo, su cui la risposta della politica è ancora tutta da verificare.
Ci sono anche altre idee per aumentare gli stipendi. Per esempio la Confindustria propone di agevolare gli straordinari, ma la Cgil ribatte: “La proposta non ci piace, pensiamo invece che sugli aumenti dati in base alla produttività ci debba essere un contributo fiscale” afferma Maolucci, ricordando però che “solo il 35 per cento delle aziende italiane ridistribuisce la produttività con gli aumenti di secondo livello”.
Intanto ci sono anche da rinnovare i contratti nazionali, quelli di primo livello. E fra gli imprenditori ci sono sia i falchi, come le aziende metalmeccaniche (la Fiat ha concesso un aumento di 30 euro come anticipo sui 117 richiesti dai sindacati, che hanno proclamato sciopero per l’11 gennaio), sia le colombe, come gli industriali chimici, che hanno chiuso l’accordo con un aumento di 103 euro dopo un negoziato di soli 20 giorni, il quinto contratto consecutivo stipulato senza un’ora di sciopero.
Giorgio Squinzi, presidente della Federchimica, racconta a Panorama: “L’accordo è stato così rapido che mi ha preso in contropiede. Ero in Austria per lavoro, mi hanno chiamato dicendo che si poteva chiudere e ho risposto: allora chiudete. Non abbiamo mai fatto una notte di trattativa, il modello contrattuale dei chimici è di assoluta eccellenza e questo accordo, con un costo per le imprese inferiore nel biennio al 5 per cento, conferma che nella chimica abbiamo fatto sempre contratti innovativi: nel 1998 accettammo una riduzione sulla carta dell’orario in cambio di una grande flessibilità, infatti oggi si va da un minimo di 28 a un massimo di 48 ore, la media di lavoro è 37,5 ore”.
Insomma, la chimica italiana è un’isola felice delle relazioni sindacali? Nel settore da molti anni si sviluppa quello che Squinzi chiama il “welfare chimico”: previdenza integrativa (è stata la prima categoria a contrattualizzare il fondo pensione Fonchim) e cassa sanitaria integrativa (si chiama Faschim, nell’ultimo contratto ha avuto ulteriori versamenti da parte delle aziende). Ma è anche prevista per contratto la possibilità di guadagnare meno in caso di crisi.

Spiega Squinzi: “Se c’è un’azienda o un settore della chimica in crisi si può, per un periodo limitato, derogare al contratto nazionale di lavoro e dare una retribuzione più bassa. Io spero che non si debba usare, ma la possibilità c’è. E devo dare un grande merito alle organizzazioni sindacali dei chimici che hanno costruito con noi un sistema di relazioni molto avanzato e pragmatico”.
Infatti il problema è aggiornare il sistema della contrattazione. L’economista Tito Boeri non è del tutto convinto dall’accordo raggiunto nella chimica, “in cui si prevede, in caso di crisi, anche un incremento degli stipendi minore del tasso d’inflazione”.
Secondo Boeri, bisogna trovare un meccanismo diverso. Due le strade possibili: la prima è stabilire nel contratto nazionale una soglia minima di garanzia sotto la quale la retribuzione non possa scendere. “Significa che, per chi guadagna più della soglia minima, il contratto nazionale vale solo come parte normativa e la parte economica si fa a livello aziendale” spiega l’economista.
La seconda strada possibile, secondo Boeri, è stabilire a livello nazionale “anche la scala retributiva, non solo i minimi, dando un ulteriore aumento a chi lavora in aziende dove non si applica il secondo livello. Prevedendo invece, nella contrattazione aziendale, incrementi ma pure decrementi”.
In pratica, la seconda via proposta da Boeri funzionerebbe così, per ipotesi: un aumento del 2,5 per cento legato all’inflazione, più un premio dell’1,5 per cento per chi non fa la contrattazione di secondo livello, totale 4 per cento di aumento. Invece chi fa la contrattazione di secondo livello prende comunque il 2,5 per cento mentre per il resto l’incremento è legato alla produttività: se l’azienda va molto bene, si può arrivare per esempio al 7,5 per cento, come si può rimanere al 2,5 se invece va male.
E il governo cosa ne pensa? Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, dice a Panorama che vuole “agire su due versanti per migliorare il potere d’acquisto. Uno è il modello contrattuale, l’altro è la pressione fiscale”.
Il confronto su come cambiare la struttura dei contratti, già iniziato tra le parti sociali, è valutato dal ministro “positivamente: si tratta di dissodare il terreno. Ma per arrivare a una revisione del protocollo del 1993 (quello attualmente in vigore per regolare gli aumenti del costo del lavoro, ndr) il tavolo dovrà necessariamente diventare triangolare coinvolgendo in corso d’opera il governo che non può essere solo chiamato a fare l’ufficiale pagatore”.
Quindi Damiano punta all’aggiornamento del patto del 1993? “Non va messo in discussione il doppio livello di contrattazione, ma va sicuramente aggiornato quel modello, che ha funzionato egregiamente negli anni Novanta. Poi ci sono stati l’avvento dell’euro e un cambiamento di rotta nelle politiche governative, con il precedente governo che ha interrotto la restituzione del drenaggio fiscale, cui si sono aggiunti ritardi fisiologici mediamente di 12 mesi per il rinnovo dei contratti. Tutto ciò provoca un inevitabile abbassamento delle retribuzioni”.
E allora qual è la proposta del ministro per ridare slancio agli stipendi? “Caldeggio un ritorno alla cadenza triennale dei rinnovi contrattuali. Questo consentirebbe di nuovo di allineare le parti normativa e salariale, facendo anche rinnovare nell’arco dei 3 anni il contratto aziendale” risponde il ministro.
Sos salari per le famiglie italiane. Perché ormai è sotto gli occhi di tutti che le retribuzioni sono mediamente basse, inferiori rispetto ai principali paesi europei
Insomma, considerando che le aziende italiane vanno perlopiù bene, Damiano punta nei prossimi 3 anni a “remunerare la produttività accertata, là dove è effettivamente realizzata nell’impresa”.
La parte fiscale è la più impegnativa per il governo. Damiano sostiene che, “avendo deciso che le risorse aggiuntive della lotta all’evasione vanno a favore del lavoro dipendente, le due possibilità sono: revisione delle aliquote oppure restituzione del fiscal drag”.
Il problema sarà trovare le risorse: è possibile un patto bipartisan per ridare forza al potere d’acquisto? Dall’opposizione Mario Baldassarri, senatore di An e già viceministro dell’Economia nel governo Berlusconi, è scettico: “Nel centrosinistra ci sono quelli che anzi le tasse vogliono aumentarle, per continuare a far crescere la spesa pubblica. Invece la gente va a fare la spesa con il reddito disponibile e non a caso i consumi diminuiscono. è ora che anche la politica inizi a spendere meno, e meglio”.
In altre parole, il prossimo tesoretto deve finire nelle tasche dei lavoratori invece che nei rivoli della spesa pubblica.

LEGGI ANCHE: Italiani: i peggio pagati d’Europa

Guarda il VIDEO servizio sui rincari di bollette e trasporti:

e il VIDEO servizio sull’ultimatum di Raffaele Bonanni al Governo:

Commenti

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Il 4 Gennaio 2008 alle 0:18 economia » Blog Archive » Sos: salvate i salari. La priorità del 2008 ha scritto:

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Il 5 Gennaio 2008 alle 10:50 Corrado Buccieri ha scritto:

Per quel poco che capisco,  i deputati già lo hanno ottenuto.

Il 7 Gennaio 2008 alle 19:04 Salari: la strategia dei sindacati sul calo delle tasse. Ma TPS tentenna » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] La detassazione e la decontribuzione degli aumenti contrattuali, la reintroduzione della detrazione Irpef sui costi di produzione, l’aumento dal 12,5 al 20% del prelievo sulle rendite finanziarie. Poi, ad agenda costruita, un intervento strutturale di tagli delle aliquote Irpef, a partire da un passaggio dal 23 al 20% per quella più bassa, cioè quella fino a 15 mila euro. Dovrebbero essere queste le misure più immediate di sostegno al reddito da lavoro dipendente che il governo potrebbe mettere sul tavolo domani nell’incontro con i leader di Cgil, Cisl e Uil. Dimostrando così la volontà di intraprendere la strada del rilancio del potere d’acquisto dei salari, senza pericolose fughe in avanti prima di aver esaminato l’andamento delle entrate di cassa e le eventuali ripercussioni negative sulla crescita (e quindi sul deficit) su cui aleggiano le ombre del prezzo del petrolio alle stelle e di un rischio-recessione americana. [...]

Il 8 Gennaio 2008 alle 17:39 Tre ricette per far lievitare gli stipendi (e la spesa) degli italiani » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] Lo scarso potere d’acquisto dei salari è, da tempo, sotto gli occhi di tutti: le buste paga degli italiani sono mediamente basse, inferiori rispetto ai principali paesi europei. L’inflazione viaggia verso il 3 per cento mentre la pressione fiscale continua ad aumentare, e grava soprattutto su chi è tassato alla fonte. Sul tema il governo Prodi scommette il rilancio della politica economica del 2008 (e la sua sopravvivenza), mentre i sindacati chiedono proposte concrete come il “taglio della imposte sugli aumenti salariali” chiesto dal segretario della Uil, Luigi Angeletti e minacciano lo sciopero generale. L’esecutivo mette sul tavolo un “tesoretto” di 10 miliardi (da usare anche per il rinnovo dei contratti pubblici) e promette ai sindacati un fisco da qui in avanti più leggero con i lavoratori dipendenti. Ma in cambio pretende un accordo con Cgil, Cisl e Uil per “rilanciare lo sviluppo”, come ha detto il ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Detta così, la trattativa non si annuncia né semplice né veloce: sull’accordo vigila il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che non intende allargare i cordoni della borsa prima della trimestrale di cassa e prima di un necessario chiarimento nella maggioranza, che avverrà nel vertice già convocato per giovedì. Come se ne esce? Bastano i 100 euro in più in busta paga proposti dal ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero (Rifondazione) per i lavoratori fino a 35-40 mila euro? “Ma così si continua a distribuire fette di una torta che già c’è e non basta per tutti”, taglia corto il l’economista Giacomo Vaciago. “È una soluzione tampone, buona solo per i primi mesi. Invece bisognerebbe affrontare il problema su un periodo lungo. Infatti, l’emergenza salari non è scoppiata oggi, ma dura da quando in Italia la produttività media dei lavoratori non è più cresciuta, intorno alla metà degli anni ‘90″. E il sistema Italia ha accumulato mancati aumenti di reddito. Invece, secondo il docente di Politica economica dell’Università Cattolica è proprio su queste basi che andrebbe fatto l’accordo tra governo, sindacati e Confindustria: aumentare il valore (produttività e redditi) del capitale umano: “Non si può continuare a produrre come si faceva 10/15 anni fa. Anche detassare i prossimi aumenti di stipendio potrebbe non bastare, se fosse una misura spot. Per non tassarli, lo Stato deve prendere soldi dalle tasche di qualcun altro, al quale fra qualche mese dovrà promettere altre detassazioni. E così via…” Insomma un circolo per nulla virtuoso. Dal quale si esce secondo il professor Giuliano Cazzola, invece, chiedendo al governo di fare… un passo indietro. Cioè? “Il problema vero è riformare la struttura della contrattazione. Potessi dare un consiglio a Romano Prodi sarebbe quello di non fare lo stesso errore del 2007, quando regalò miliardi di cuneo fiscale agli imprenditori senza chiedere in cambio niente”. Ma questo cosa porta ai magri salari delle famiglie italiane? “Implica che lo Stato, dopo aver messo a disposizione le sue risorse, si defila e lascia che siano sindacati e Confindustria a mettersi d’accordo. Si chiama contrattazione decentrata (settore per settore, azienda per azienda, territorio per territorio). Solo a patto avvenuto, ha senso che lo Stato intervenga: riducendo le tasse ai lavoratori e agevolando fiscalmente le imprese”. Anche l’economista Tito Boeri si lancia in un consiglio al governo: “Tagliare l’Irpef in modo marginale”, dice, “significa non tenere conto della lezione della passata legislatura: modesti tagli alle imposte, soprattutto quando non accompagnati da riduzioni delle spese, non riescono a rilanciare l’economia”. Una soluzione virtuosa per l’economista de lavoce.info e professore della Bocconi sarebbe “detassare parzialmente o totalmente i guadagni di produttività futuri (misurati in termini di crescita del valore aggiunto, al netto dell’inflazione) per un periodo di tempo prestabilito e significativo, noto in anticipo, ad esempio i prossimi 5-8 anni”. Questo “darebbe tono alla domanda corrente di beni: i lavoratori anticiperebbero maggiori redditi per il futuro e sarebbero incoraggiati a spendere di più oggi”. [...]

Il 2 Febbraio 2008 alle 15:00 fercas ha scritto:

Salvate i salari ha detto Napolitano! ed i parlamentari non se lo sono fatto ripetere: in un amen se li sono aumentati di 250 euro mensili! E poi dicono che i nostri governanti non sono dei decisionisti!!! Cordialità.

Il 20 Marzo 2008 alle 12:07 L’iPhone in arrivo in Italia: un successo annunciato con l’incognita prezzo » Panorama.it - Hitech e Scienza ha scritto:

[...] A guardarla così sembrerebbe che Steve Jobs sia pronto per fare il pieno anche dalle nostre parti. Ci sono però alcuni fattori che invitano alla moderazione o se non altro a un ottimismo più velato. Il prezzo d’acquisto, sebbene non sia stato ancora rivelato, già si preannuncia elevato; e considerate le attuali buste paga degli italiani, per molti l’iPhone sarà un oggetto fuori portata, alla stregua di un bene di lusso. In secondo luogo, va detto che Apple resta comunque una matricola fra i produttori di telefonia mobile, e che molti utenti – almeno per qualche tempo – continueranno a preferire marchi più consumati, anche se magari meno attraenti sul piano del design. In ultimo occorre ammettere che il debutto ritardato se da un lato ha fatto montare l’attesa dall’altro ha permesso alla concorrenza di affilare le armi e di mostrarci alcune interessanti alternative. [...]

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