Scommesse: l’Italia non è conforme ai principi Ue

Il regime delle concessioni alla base della raccolta delle scommesse sportive non è conforme ai principi comunitari. Lo hanno scritto i giudici della Terza sezione penale della Corte di Cassazione nelle motivazioni depositate alcuni giorni fa in seguito ad una sentenza del 28 novembre 2007 su un contenzioso sorto ad Enna a proposito del sequestro di un centro trasmissione dati della Stanley, società di Liverpool che da anni ha aperto in Italia centinaia di punti di raccolta delle scommesse senza attendere la concessione delle autorità italiane.
In pratica i giudici della Cassazione hanno riconosciuto il diritto di Stanley e delle altre aziende simili ad operare in Italia al di fuori delle regole e dei vincoli posti dallo Stato italiano. Fino ad ora il business dei giochi era stato regolato dal legislatore italiano che in base al principio della riserva di legge stabiliva i criteri e i metodi che dovevano presiedere all’esercizio degli stessi giochi. La Cassazione ha invece accettato il principio che più forte della riserva nazionale è il diritto comunitario che tutela la libertà di stabilimento e di impresa nell’ambito dei paesi dell’Unione.
Attraverso il legale Daniela Agnello, Stanley ha sempre sostenuto, appunto, di operare nel rispetto del principio di libertà di stabilimento, non accettando le scommesse direttamente in Italia, ma semplicemente raccogliendole per poi girarle per via telematica alla casa madre in Inghilterra.
È un precedente che senz’altro avrà conseguenze clamorose da almeno tre punti di vista: quello interno al business delle scommesse sportive, un giro d’affari arrivato nel 2007 a 2 miliardi e mezzo di euro, con un incremento del 10 per cento sul 2006. Poi più in generale dal punto di vista di tutto il mondo dei giochi (41,3 miliardi di raccolta nel 2007, più 17,4 per cento), finora regolato, appunto, da un sistema di concessioni e autorizzazioni esercitato dallo Stato attraverso i Monopoli (Aams). E infine la sentenza avrà ripercussioni anche sullo Stato italiano e sui conti pubblici perché rischia di aprire problemi serissimi all’Erario che oggi dai giochi incassa la bellezza di 7,2 miliardi di euro, l’equivalente di una manovra finanziaria.
Dal punto di vista interno al mondo delle scommesse la sentenza acuirà la guerra tra Stanley e le società italiane e estere che operano sulla base di concessioni richieste, ottenute e pagate un bel po’ di soldi. Gruppi come Lottomatica che proprio negli ultimi mesi ha aperto più di mille punti in tutta Italia e poi Snai, Cogetech, Eurobet, Intralot Italia, Ladbrokes Italia, hanno già fatto sapere che daranno battaglia sentendosi discriminate e vittime di una concorrenza sleale.
Inevitabilmente, però, la sentenza rischia di aprire altri fronti anche su altri business del gioco in Italia tutto incardinato sul sistema delle autorizzazioni e concessioni. Infine c’è il problema delle tasse: finora le società che operavano in Italia in base alle concessioni ottenute si impegnavano a versare allo Stato un quid sotto forma di tasse sulla base dei volumi di gioco raccolto. Stanley, invece, considerando i punti di raccolta scommesse come semplici centri di trasmissione dati, le tasse le paga in Inghilterra con livelli di imposizione in genere molto più generosi di quelli italiani.

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richard-branson




Giampiero Cantoni
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