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Armani non ha potuto resistere alla tentazione. Dolce e Gabbana è una new entry. La Perla e Zegna sono tra i veterani. Gallo e LiuJo fanno tendenza. Zara home per chi pensa alla casa anche in viaggio. Bulgari, postazione strategica. Ma anche Etro, Valentino, Gucci, Intimissimi, Calzedonia, Hermès e decine di altri marchi della moda. Il business dello shopping in aeroporto, il cosiddetto travel retail, continua ad incassare un successo dietro l’altro. E oggi anche i brand più scettici hanno ceduto alla tentazione di fare affari tra una partenza e l’altra.
Ai vertici del business gli scali di Roma, Milano e Venezia. E proprio nell’aeroporto della Laguna la Save spa, la società che gestisce lo scalo, ha da poco siglato un accordo con McArthurGlen Luxury Retail, il gigante degli outlet, che prevede l’apertura entro maggio di 18 punti vendita, oltre i 22 già esistenti. Un business, solo a Venezia, che nel 2007 ha toccato quota 29,5 milioni di euro. Il 14 per cento in più rispetto all’anno precedente. Il gruppo Armani, che solo negli ultimi quattro anni si è affacciato nel business del travel retail, di anno in anno aumenta gli investimenti nel settore. Dal 2003 ad oggi sono stati aperti 12 punti vendita di cui quattro solo scorso anno. Top secret, invece, i fatturati annui ma si tratta di molti milioni di euro da spartire con le società che gestiscono gli aeroporti.
Di certo gli affari vanno a gonfie vele. Basta dare un’occhiata ai fatturati. Se Malpensa se li tiene ben stretti (il ridimensionamento dei voli fa la sua parte) a Fiumicino il livello delle vendite negli ultimi tre anni è cresciuto quasi del 50 per cento. Circa 280 milioni solo nel 2007. “Dal 2004 – spiega Andrea Belardini, direttore centrale Gestione e sviluppo attività commerciali di Adr – abbiamo raddoppiato l’offerta e migliorato gli spazi per soddisfare le richieste di passeggeri sempre più esigenti, perlopiù giovani e con un profilo elevato senza dimenticare brand per tutte le tasche”. Fiumicino come Montenapoleone? “Certo – risponde Belardini – siamo già una grande città della moda dove i clienti, agevolati dal fattore tempo e dalla vasta scelta, comprano d’istinto spesso invogliati da prezzi molto vantaggiosi”.
Il paragone non convince Mario Boselli, presidente della Camera della moda: “La permanenza in aeroporto tra ritardi e controlli vari è aumentata per cui, a differenza di quello che accade nelle vie dello shopping, il cliente in aeroporto ci deve stare volente o nolente. Ma il fatto che gli affari vanno bene non significa che fuori sia il contrario. Nei mercati con la moneta debole gli acquisti ne hanno di certo risentito. Crescono Cina e India, soffrono Stati Uniti e Giappone. L’Europa fa fatica e l’Italia non brilla”. Fiumicino, Malpensa e co.? “Una zona franca – conclude Boselli - non paragonabile con le altre mete della moda”. Sarà, ma il mercato dello shopping in aeroporto, solo nei duty free, vale ormai oltre 27 miliardi di dollari a livello mondiale, di cui circa il 48 per cento in Europa. A cui vanno aggiunti altri 7-8 miliardi per le vendite dei negozi in subconcessione. La torta è divisa tra società che gestiscono gli scali e marchi. “I canoni – spiega Fulvio Fassone presidente dell’Atri, l’associazione di categoria che raccoglie le aziende attive nel settore travel retail – variano a seconda degli aeroporti, della posizione e dei metri quadri e di solito hanno durata non superiore ai cinque anni.
Hanno due parametri economici base: royalties in percentuale del fatturato e spesso un minimo annuo garantito”. Per quanto riguarda i marchi se i grandi aeroporti scelgono brand di lusso, negli scali regionali, aggiunge Fassone: “È più diffusa la presenza di brand giovani come Piquadro, Furla, Carpisa, Yamamay, Cavalli intimo e accessori, che puntano agli aeroporti come cassa di risonanza e veicolo di visibilità italiana”.
- Martedì 25 Marzo 2008
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