di Marco De Martino
È l’altro oro nero e il suo valore sta crescendo più velocemente di quello del petrolio. Negli ultimi cinque mesi il prezzo del carbone è salito del 50 per cento, effetto di una domanda che non accenna a rallentare. Nei porti australiani di Newcastle e Gladston, per esempio, più di 45 navi aspettano il loro turno per caricare il minerale atteso con ansia in Cina, paese un tempo esportatore di carbone che dall’anno passato ha invece cominciato a comprarlo.
In Giappone intanto vengono riaperte le miniere di Hokkaido, che erano state abbandonate da anni. E lo stesso accade in Wyoming e Virginia: le esportazioni di carbone dagli Stati Uniti nel 2007 sono cresciute del 20 per cento, rianimando le prospettive della Peabody, il più grande produttore privato del settore. A ridisegnare la mappa geopolitica delle fonti d’energia è proprio il combustibile fossile più inquinante: malgrado conti per un quarto della produzione mondiale di energia, il carbone genera il 39 per cento delle emissioni nocive.
Ma il boom delle economie asiatiche non si ferma di certo davanti a questi dettagli: “È come all’epoca della corsa all’oro in California” dice Michael O’Keeffe, che guida l’azienda mineraria australiana Riversdale Mining. “Il mondo ha fame sia del carbone usato per produrre elettricità sia di quello che viene utilizzato nella lavorazione dell’acciaio”. Nell’ultimo anno i prezzi del primo sono triplicati, quelli del secondo raddoppiati. Certo, agli aumenti hanno contribuito le piogge torrenziali che hanno bloccato la distribuzione in Australia e le tempeste di neve che hanno fermato il trasporto dalle miniere alle grandi megalopoli cinesi. Però sono soprattutto tendenze di lungo periodo a plasmare il mercato.
La Cina brucia ormai più carbone di Stati Uniti, Europa e Giappone messi assieme: solo nel 2006, ultimo anno per cui si hanno dati, ha costruito centrali energetiche che producono più energia di quella usata in Francia, eppure le fabbriche sono comunque costrette a razionare l’elettricità. In India invece il carbone non manca, ma non esistono incentivi all’aumento della produzione: il 94 per cento delle miniere è nelle mani di aziende statali che tengono artificiosamente bassi i prezzi. Risultato: entro il 2022 l’India sarà costretta a importare circa 136 milioni di tonnellate.
Non sono solo i paesi in via di sviluppo ad avere fame di carbone. Dopo anni in cui si era convertita a petrolio e gas naturale la Gran Bretagna è tornata ora a privilegiare nelle sue centrali elettriche lo stesso minerale che usava durante la rivoluzione industriale.
L’unica differenza rispetto ai tempi in cui George Orwell equiparava le condizioni delle miniere all’inferno è che ora il carbone non viene estratto dai lavoratori inglesi: arriva da Russia, Australia e Indonesia.
- Martedì 1 Aprile 2008

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Commenti
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Il 7 Aprile 2008 alle 3:52 cittadino_cane ha scritto:
UNA BELLA NOTIZIA, LEGGETE QUI!
http://noalcarbone.blogspot.co.....monta.html
FINIRÀ FINALMENTE IL FOLLE MIRAGGIO/MENZOGNA OMICIDA DEL CARBONE COME ENERGIA PULITA?
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