
Tre anni di battaglia. E poi la vittoria. Ad aggiudicarsela la Ferrero nella causa contro la cinese Montresor, accusata di concorrenza sleale. La Corte Suprema di Pechino ha confermato oggi la sentenza di secondo grado, nella quale la Montresor veniva condannata a pagare un risarcimento (simbolico: 500mila yuan, circa 50 mila euro) all’azienda di ALba (CN) e le veniva imposto di sospendere le vendite e cambiare la confezione dei suoi cioccolatini Tresor Dor, uguale a quella dei Ferrero Rocher dell’azienda italiana.
La notizia della sentenza è stata accolta con soddisfazione in provincia di Cuneo e l’amministratore delegato Giovanni Ferrero ha voluto chiamare personalmente l’ambasciatore d’Italia in Cina, Riccardo Sessa, per ringraziarlo del forte sostegno fornito: “Una vittoria importante per tutta l’industria italiana dal momento che le copie dei prodotti del made in Italy sono, purtroppo, un fenomeno diffuso”. L’ex ambasciatore per l’Italia all’Onu e oggi vicepresidente di Ferrero International Francesco Paolo Fulci ha aggiunto che la conferma della sentenza di condanna delle Tresor rappresenta “un’importante dimostrazione della volontà della Cina di rispettare la proprietà intellettuale” oltre ad essere “una base sulla quale si possono espandere le relazioni tra i nostri paesi”.
La battaglia legale dell’azienda italiana in difesa di uno dei suoi prodotti più noti è iniziata nel 2005, quando la Seconda Corte Intermedia del popolo di Tianjin venne chiamata a giudicare l’evidente somiglianza delle confezioni del Tresor dor, commercializzato dalla Montresor, con la pralina italiana. In quel caso i giudici respinsero le ragioni della Ferrero ritenendo che la versione cinese - che appare esattamente uguale a quella originale - fosse già largamente nota nel paese. La decisione è stata poi ribaltata dalla Corte d’appello di Tianjin, che ha condannato la Montresor per contraffazione e le ha imposto di pagare un risarcimento di 700 mila yuan (70 mila euro). “Ci avevano detto” ricorda Fulci “che il verdetto della Corte di Appello era definitivo, poi è venuto fuori il ricorso, che è stato accettato dalla Corte Suprema”. Il caso della Ferrero, col ribaltamento del giudizio di primo grado e l’intervento a sorpresa della Corte Suprema, è stato seguito con attenzione dalla grande stampa internazionale, che lo considera un’importante tappa nella storia della proprietà intellettuale in Cina, destinata a fare scuola, essendo un importante precedente giurisprudenziale.
In Cina infatti, secondo quanto afferma la Coldiretti nel commentare la sentenza della Corte Suprema di Pechino: “si produce l’86% degli oltre 250 milioni di articoli contraffatti sequestrati alle frontiere nell’Unione Europea in un anno; oltre all’abbigliamento, scarpe e tecnologici, crescono (+400% in Europa) le falsificazioni pericolose, cioè quelle riguardanti generi alimentari, prodotti per la cura personale e medicinali”. Un’operazione di “clonazione” e contraffazione che colpisce, sottolinea l’organizzazione agricola, soprattutto “l’Italia” e i suoi prodotti: “All’estero sono falsi più di tre prodotti alimentari italian-style su quattro, con le esportazioni nazionali che raggiungono il valore di 16,7 miliardi di euro e rappresentano appena un terzo del mercato mondiale delle imitazioni di prodotti alimentari Made in Italy che vale” stima la Coldiretti “oltre 50 miliardi di euro”. La pirateria agroalimentare internazionale, denuncia la Coldiretti, “utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. Di fronte a questi rischi è necessario” conclude la Coldiretti “intervenire urgentemente con i controlli e con la trasparenza dell’informazione per consentire la rintracciabilità delle produzioni e scelte consapevoli da parte dei consumatori”.
Anche se la sentenza di Pechino fa ben sperare per il futuro…
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- Lunedì 7 Aprile 2008

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