Conti pubblici: quel che resta del tesoretto

Giulio Tremonti e Tommaso Padoa-Schioppa
È come quando uno eredita una casa non tanto in buono stato su cui per di più pesa un’ipoteca e non sa se rallegrarsi per il lascito o preoccuparsi per ciò che lo aspetta. Silvio Berlusconi e i ministri economici in pectore del prossimo governo si trovano in una situazione simile, con la casa comune dei conti pubblici non proprio in fiore, anzi con molte crepe nascoste sotto una mano di intonaco, e con l’ipoteca rappresentata dai nuvoloni di crisi che dall’Atlantico si stanno spostando sull’Europa.
In via XX settembre a Roma, dove ha sede il ministero dell’Economia, si susseguono i vertici dei vari responsabili dei dipartimenti per un ultimo monitoraggio del bilancio e dei conti, ma la vera “due diligence” sulle finanze statali partirà solo nel momento in cui sarà formalmente costituito l’esecutivo e il nuovo ministro, quasi certamente Giulio Tremonti, avrà preso possesso degli uffici accompagnato da diversi collaboratori rodati, alcuni dei quali prelevati di peso dai ranghi del governo di centrosinistra. I nomi che circolano sono quelli di Vincenzo Fortunato, docente alla Scuola superiore per la pubblica amministrazione e capo di gabinetto del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, affiancato da altri due “gabinettisti” a lui vicini: Italo Volpe, capo dell’ufficio legislativo dello stesso ministero, e Marco Pinto, capo di gabinetto del responsabile delle Finanze, Vincenzo Visco. Negli ultimi giorni si è già materializzato a più riprese nelle stanze del dicastero economico Enrico Cantarelli, manager della Bank of ScoFontland, già assistente del direttore generale del Tesoro e in seguito ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, e poi dello stesso Tremonti, con il quale collaborò al piano per la cartolarizzazione degli immobili di proprietà statale. Circostanza che ha fatto ipotizzare che il nuovo governo intenda riprendere in mano il tema della vendita di parti del patrimonio pubblico per dare un colpo all’enorme debito pubblico (104 per cento del prodotto interno lordo).
I conti statali soffrono più di quanto appaia dai dati ufficiali. Secondo valutazioni ufficiose della Ragioneria generale, nel 2008 il deficit non salirà solo dall’1,9 al 2,4 per cento, come già ammesso dal governo uscente, ma probabilmente fino al 2,8 e forse al 3, per una serie di motivi collegati: la spesa corrente niente affatto imbrigliata e la prevedibile contrazione delle entrate soprattutto per effetto della crisi internazionale. Alcuni giorni fa l’Eurostat ha certificato che la spesa pubblica è cresciuta ancora nel 2007 arrivando a quota 48,5 per cento del pil. Sono aumentate perfino le uscite per i circa 3,5 milioni di dipendenti pubblici che il governo precedente si era solennemente impegnato a ridurre. In base alle ultime rilevazioni, l’incidenza del costo del pubblico impiego è salita all’11 per cento del pil, con un balzo di oltre mezzo punto in sette anni, a fronte di livelli di efficienza e produttività tra i più modesti del Continente. Fra tutte le economie europee, quella italiana, inoltre, è la più esposta alle burrasche internazionali a causa del debito pubblico e della crescita anemica, a dispetto di qualche brillante esempio contrario soprattutto nelle esportazioni. Poco più di un mese fa l’esecutivo di Romano Prodi aveva rivisto al ribasso i ritmi di crescita per il 2008 facendoli scendere dall’1,5 per cento del pil a meno della metà (0,6). Molti analisti ritengono che anche questa previsione sia ottimistica e che in realtà il tasso di sviluppo possa risultare più basso: intorno allo 0,3 per cento secondo il Fontland do monetario internazionale (Fmi), o addirittura 0 secondo la Confindustria, o sottozero (meno 0,2) per il centro Economia reale di Mario Baldassarri.
Con queste premesse, la caduta del gettito erariale appare scontata. Finora le prime avvisaglie della crisi americana dei subprime (i mutui per l’acquisto della casa elargiti con eccessiva disinvoltura dalle banche Usa) hanno paradossalmente incrementato le entrate fiscali, già salite al 43,3 per cento del pil, alimentando una specie di effetto narcotico, tanto gradevole dal punto di vista immediato della contabilità pubblica quanto ingannevole. Nel bimestre gennaio-febbraio, l’ultimo per il quale sono disponibili dati ufficiali, gli incassi fiscali sono cresciuti di altri 4 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, facendo scattare il solito teatrino intorno all’utilizzo dell’ennesimo “tesoretto”. Sono aumentate sia le imposte dirette sia quelle indirette, in particolare l’iva, cioè proprio la tassa che per prima avrebbe dovuto risentire in negativo dei contraccolpi della crisi. È successo che, proprio a causa delle difficoltà emergenti, sono parecchio cresciuti i prezzi di alcuni prodotti fondamentali come il petrolio, arrivato vicino ai 120 dollari per barile, i carburanti e i generi alimentari, soprattutto quelli di prima necessità, e l’iva ha seguito gli aumenti nonostante la flessione generalizzata dei consumi. In pratica si è verificato un prodigio ingannevole, una crescita nominale che funziona come un placebo: illude, ma non cura la malattia dei conti pubblici. A dispetto degli exploit fiscali, e a riprova delle difficoltà, non più di un mese fa la Ragioneria generale, alle prese con una crisi di cassa acuta, ha esortato il ministro uscente, Tommaso Padoa-Schioppa, a rimandare i pagamenti alla quarta settimana del mese fino a tutto giugno (Panorama 13). Il pareggio di bilancio concordato dal governo uscente con l’Unione Europea per il 2011 diventa un obiettivo assai complicato da raggiungere. Prodi aveva messo in conto una cura pensata in un periodo di crescita sostenuta e centrata su una serie di manovre economiche del valore di circa 20 miliardi di euro, che a conti fatti sarebbero diventati quasi il doppio per effetto di altre spese non iscritte nei bilanci tendenziali a legislazione vigente, quali quelle per l’ennesimo adeguamento dei contratti pubblici, le Ferrovie e l’Anas.
Le probabili difficoltà sul piano del disavanzo si faranno ovviamente sentire anche sul versante del debito, la cui discesa d’ora in avanti diventerà più ardua. Anche perché ormai si sono ridotti all’osso i margini per entrate straordinarie ottenibili con la vendita di aziende statali, a meno che il probabile ministro Tremonti non riesca a rilanciare in fretta il progetto di alienazione degli immobili pubblici. La mattina di martedì 15 aprile, quando ancora i risultati delle elezioni del 13 e 14 non erano ufficiali, il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, ha esortato il prossimo governo “a continuare con il consolidamento delle finanze pubbliche”, specificando che “nel 2007 sono stati raggiunti dei risultati molto buoni”.
Il presidente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, lo ha imitato qualche giorno dopo. E dal loro punto di vista di custodi del patto di stabilità l’esortazione non solo è pertinente, ma istituzionalmente obbligatoria. Nel frattempo, però, il quadro di riferimento è cambiato: nel 2007 l’economia italiana cresceva, ora piange.

Commenti

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Il 25 Aprile 2008 alle 17:54 suomi ha scritto:

La situazione disastrosa dei conti italiani avrebbe dovuto far esprimere dei commenti meno positivi, soprattutto in mancanza di orizzonti più sereni. Purtroppo, in recessione (parliamo di una situazione “reale” e non filosofica del paese) non resta che fissarsi l’obiettivo di vendere “i gioielli di famiglia”, fin che questi sono ritenuti tali, per portare il Debito Pubblico almeno al di sotto della soglia dell’80% del PIL. Ne trarrebbe vantaggio il “saldo primario” e non si toccherebbero le tasche degli Italiani. Inoltre, la lotta all’evasione fiscale dovrebbe trovare una risposta in procedure che colpiscano all’origine e non “a babbo morto” gli evasori, che sanno ben difendersi e rendersi nullatenenti. Il taglio della spesa pubblica in termini seri farebbe il resto.

Il 25 Aprile 2008 alle 22:37 carlo.tosi ha scritto:

Il famoso tesoretto, se lo sono pappati tutto i nostri cari (nel senso di costosi) e maledetti politici. Provate a vedere la liquidazioni che si sono assegnati ultimamente! Non hanno paragoni in tutto l’universo. Destra, Sinistra, o qualunque posizione abbiano i nostri politici, si domostrano tutti ugualmente ingordi parassiti mangiasoldi, oltre che incapaci.

Il 26 Aprile 2008 alle 11:12 Corrado Buccieri ha scritto:

Però l’ipoteca si trasmette sempre da
un governo all’altro.
Sarà giunta l’ora di smettere?
Tremonti ci dia la prova.

Il 19 Giugno 2008 alle 1:42 Conti pubblici quel che resta del tesoretto | economia ha scritto:

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