O ora o mai più. La scelta di Intesa SanPaolo come advisor per la cessione dell’Alitalia, annunciata oggi dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, significa almeno tre cose.
Primo, si vanno finalmente a vedere le carte, sia della compagnia sia dei privati eventualmente interessati a rilevarne quote azionarie. Si comincerà dal Consiglio d’amministrazione di mercoledì 3 giugno, e ci vorranno almeno due settimane per verificare i conti. Se la famosa cordata italiana esiste, verrà fuori adesso. La vicenda, infatti, passa dalle mani di Bruno Ermolli, consulente di fiducia di Silvio Berlusconi, a quelle del governo. E dunque la procedura diviene ufficiale.
Secondo dato, l’esecutivo ha intenzione di agire diversamente da come fecero Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa: i quali lasciarono la trattativa nelle mani della stessa compagnia di bandiera. Stavolta è il Tesoro a trattare come azionista. Con tutto il peso politico del governo e della maggioranza ma, come si dice, mettendoci anche la faccia.
Terzo punto: forse si riuscirà ad evitare il commissariamento, soprattutto se l’Unione europea accetterà il prestito ponte, poi trasformato in patrimonio netto dell’azienda. Al commissariamento puntavano apertamente molti industriali, e la stessa Confindustria, per poter intervenire a condizioni più favorevoli. Ma questa prospettiva non è gradita ai sindacati.
Ma chi potrebbe entrare nella cordata? Ai soliti nomi di Ligresti (che conferma l’interessamento), della Air One, delle Poste (per la parte cargo), di Benetton (che ha appena ricevuto in dono la liberalizzazione delle tariffe autostradali), di Tronchetti Provera, di Roberto Colaninno, e di altri più o meno vip, si potrebbero aggiungere quote minori da riunire in una “new company” a fianco del nocciolo duro. Emma Marcegaglia, tirata in ballo sia come presidente della Confindustria, sia come imprenditrice, ha ripetuto che prima di ogni mossa l’azienda va profondamente ristrutturata.
Quanto al partner bancario, potrebbe essere la stessa Intesa, superando qualche problema di conflitto d’interesse. Per ora il direttore generale Pietro Modiano dichiara: “il ruolo di advisor ricevuto dal governo ci inorgoglisce”. Chissà se questa gratificazione (anche economica) indurrà l’istituto ad aprire il portafoglio.
Alla fine di questo itinerario resta tuttavia il problema di allearsi con una forte compagnia straniera. Con Air France i giochi sembrano davvero chiusi, anche se la pista francese aveva proprio in Tremonti un estimatore. Molti puntano sulla Lufthansa, anche i sindacati che vorrebbero esportare in Italia il modello partecipativo tedesco (e magari la sua efficienza). L’Aeroflot, venuta alla ribalta dopo l’incontro a Villa Certosa tra Berlusconi e Vladimir Putin, sembra chiamarsi fuori: “L’Alitalia un anno fa era risanabile, ora molto meno”. Resta l’ipotesi di un partner non europeo, come Emirates, la compagnia degli sceicchi del Golfo Persico: operazione, se si concretizzasse, di alta diplomazia strategico-economica, che inevitabilmente dovrebbe coinvolgere l’Eni.
Per quanto si può andare avanti? Nelle casse dell’azienda c’è liquidità per 174 milioni di euro, contro i 180 di fine marzo, mentre i debiti salgono a 1,35 miliardi. Su questi si pagano gli interessi. Le stime parlano di 11-12 mesi di tempo. Ma certamente il conto alla rovescia è scattato.
- Sabato 31 Maggio 2008
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