Energia eolica: ci sono i progetti, mancano le autorizzazioni

Impianto eolico
Se la regione Molise approverà la legge 38 e la revisione sul procedimento autorizzativo degli impianti alimentati con fonti rinnovabili, verranno di fatto bloccati 420 milioni di euro di investimenti eolici, già ammessi, dal Gestore servizi elettrici, agli incentivi statali.
I due articolati renderanno vita difficile ai mulini a vento, non solo perché pongono un tetto massimo di mille Megawatt di potenza installata in tutta la superficie regionale, ma anche perché fissando a 1.800 Megawatt/ora la produzione massima di energia annua per ogni MW di potenza, rendono gli investimenti antieconomici.
Un altro passo che ci allontana dai traguardi di Kyoto (taglio delle emissioni di Co2 del 20% entro il 2002) e ci avvicina alla maximulta - stimata sui 12,5 miliardi di euro - che aziende e pubbliche amministrazioni italiane dovranno pagare alla comunità internazionale se non verrà rispettato il protocollo.

L’eolico oggi è la fonte di energia rinnovabile che grazie alla maturità tecnologica e ai certificati verdi, attrae i capitali più importanti: si stima che grandi e piccoli operatori del settore siano disposti a mettere sul piatto qualcosa come 15 miliardi di euro e 30 mila nuovi posti di lavoro nei prossimi cinque anni, risorse finalizzate a costruire pale eoliche in grado di produrre complessivamente 8 mila Megawatt all’anno (ogni MW costa all’incirca 1,8 milioni di euro e, secondo la European wind energy association, dà lavoro a quattro persone). Un’opportunità, manco a farlo apposta, destinata alle aree più depresse d’Italia, e cioè le due grandi isole e la criniera appenninica dall’Umbria in giù.
“Il governo”, ricorda Cristian Lanfranconi, referente dell’eolico per l’Aper, l’associazione di categoria dei produttori di energie rinnovabili che raggruppa 400 operatori, “ha stabilito che per raggiungere gli obiettivi imposti dall’Europa, la capacità eolica complessiva del Paese dovrà toccare nel 2020, i 12 mila MW. Ad oggi poiché 2.700 MW sono già stati installati, resta scoperta una quota di 9 mila MW . I produttori hanno già presentato centinaia di progetti eolici per un valore complessivo di 8 mila MW al Gestore dei servizi elettrici (Gse), il quale sta valutando se concedere la certificazione necessaria per accedere agli incentivi statali che coprirebbero metà dei costi per 15 anni dall’entrata in funzione dell’impianto”.

In pratica i progetti ci sono, i certificati stanno per arrivare, ma le autorizzazioni a costruire i progetti approvati, restano bloccate nell’intricata burocrazia degli enti locali. In Sicilia l’Assessorato al territorio ha decretato che le pale eoliche debbono essere installate a più di cinque chilometri di distanza da un centro abitato. Visto che in tutta l’isola non esistono aree adeguatamente ventose e così poco antropizzate, tre società, Asja.biz, Edison e Solarwind, hanno chiesto e ottenuto dal Tar la sospensione del decreto che però è stato recentemente rafforzato da ulteriori limiti tecnici alla produzione eolica. La Puglia invece delegando ai Sindaci l’individuazione delle aree dei parchi eolici, si è vista recapitare migliaia di domande di installazione di turbine - pari a quattro volte il numero che il territorio potrebbe sostenere - che hanno paralizzato il meccanismo delle autorizzazioni. Gli amministratori della Basilicata il problema neppure se lo sono posto: con una
moratoria hanno rimandato ogni decisione fino alla pubblicazione del prossimo Piano Energetico, nonostante una sentenza della Corte costituzionale del 2006 avesse già dichiarato incostituzionale una decisione analoga adottata dalla Puglia. Nella provincia di Cuneo, il Consiglio comunale di Garessio - uno dei tre Comuni dove era destinato un parco eolico da 19 turbine - si è opposto al progetto di un’altra società (Le Fattorie del Vento srl) perchè l’impianto avrebbe deturpato lo scenario naturale della festa patronale di San Rocco. Mentre La Regione Sardegna dopo aver ridotto la capacità eolica regionale da 2000 a 550 MW (che risultano per il 60% già installata), ha affidato due terzi della quota rimanente all’Enel che in cambio fornirà energia a prezzo agevolato alle imprese locali.
“Nella pantomima delle misure anti-eolico”, dice esterrefatta Simona Viola, avvocato dello studio Bucello Croci Piscitelli Viola che si occupa di energie rinnovabili “l’operazione Enel-Soru è stata quella più eclatante. Per questo dietro incarico di Asja.biz e Italian Green Power ho fatto ricorso al Tar Lazio contro l’Ente regionale perché l’accordo a mio avviso va a scapito sia degli operatori che avrebbero potuto partecipare alla gara per la assegnazione del potenziale eolico, sia delle imprese energivore non sarde, che si troveranno a sopportare un bilancio energetico più gravoso rispetto alle concorrenti isolane”. Secondo il presidente della Regione Sardegna Renato Soru però siccome “l’eolico è un business estremamente semplice dove non bisogna cercarsi il cliente visto che il gestore è obbligato a comprare energia”, gli investitori dovrebbero porsi innanzitutto al servizio dell’industria energivora.
Qualche Regione che dà il buon esempio comunque c’è. La scorsa estate ad esempio sono partiti i lavori di realizzazione del secondo parco eolico dell’Emilia Romagna: 16 turbine per tredici MW di potenza che saranno installate su iniziativa della municipalizzata di Verona, Agsm, a Casoni di Romagna in provincia di Bologna.

Commenti

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Il 9 Giugno 2008 alle 8:48 cloche ha scritto:

dal che viene dimostrato che è forse negli Enti Locali che si celano le sacche di ignoranza tecno-energetica più pericolose. Il famoso effetto-nimby? Quello, e anche un’ignoranza tecno-economico-scientifica da primato: cosa vuol dire limitare la produttività annua di un impianto??? Ma che senso ha??? Se si ha paura che il territorio venga “invaso” da “mostri estetici”, si fissi un tetto alla potenza, non alla produttività! E se si è già fissato il tetto per la potenza, basta! Beh, le turbine eoliche di sicuro belle non sono… Ma basta farci l’occhio… E rumore non ne fanno, chi dice il contrario a proposito delle turbine di ultima generazione dice balle, scusate il termine.
Sono sconsolato…
Ma a livello nazionale, sul tema energetico si lascia vigere l’anarchia (o l’autarchia) più totale ?!?? E’ questa la nostra via al “federalismo”??? Mi pare che ce lo stiamo inventando un po’ a rovescio: le quisquilie decise a livello nazionale, i Grandi Temi spartiti a livello locale… MAH!!!

Il 14 Giugno 2008 alle 9:58 Eolico anche al largo delle coste Pugliesi « Le cittá sono la ricchezza delle nazioni ha scritto:

[...] Lo scorso Dicembre una societa’ olandese chiamata Blue H Technologies ha piazzato le sue turbine a 20km al largo delle coste della Puglia in acque profonde circa 100 metri (il filmato della costruzione del prototipo e’ a questo link). La societa’ aveva preventivamente assicurato l’agenzia di certificazione navale Italiana che l’impianto  puo’ sopportare onde alte fino a 10 metri. Il vento soffia piu’ forte nel mare e questo puo’ presentare anche una opportunita’ per chi ha le giuste competenze, per chi sa realizzare i nuovi impianti ad energia eolica e per chi ha voglia di rischiare. [...]

Il 18 Luglio 2008 alle 10:13 don chisciotte ha scritto:

Ma possibile che ci siano adulti che credono ancora alla Befana?
Secondo voi, con una energia prodotta di solo 1,2% del fabbisogno elettrico italiano (dati Terna 2007) è possibile ridurre la CO2 per centrare gli obiettivi di Kyoto, mentre non si fa che costruire termovalorizzatori e centrali termoelettriche?
O ci fate, o ci siete!
L’eolico serve solo alle società che lo costruiscono per incamerare gli incentivi da Certificati Verdi, i più alti in assoluto al mondo!
Andatevi a vedere le statistiche e qualche sito ben informato, invece di imboccare con tutte le scarpe alle belle favole di ANEV e APER!
Caproni!

Il 11 Gennaio 2009 alle 18:00 Cambiare si può: dieci idee per far ripartire l’Italia » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] 3. Puntare sul verde Il presidente eletto americano ne è convinto: investire sulle energie rinnovabili è un affare. Per questo Barack Obama ha annunciato che intende varare un piano decennale da 150 miliardi di dollari nell’eolico, nel solare e nei biocarburanti, prendendo tre piccioni con una fava: inquinare meno, ridurre la dipendenza energetica e creare un volano per l’economia che genererà, si stima, 5 milioni di posti di lavoro. Si può fare altrettanto in Italia? In misura ridotta sì, e senza gravare sulla finanza pubblica. La fonte di energia rinnovabile più efficiente e con maggiore spazio di crescita è quella eolica. Oggi in Italia i generatori a vento hanno una potenza pari a quasi 3 mila megawatt e coprono appena il 2 per cento del fabbisogno nazionale di elettricità. Uno studio dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev) mostra che entro il 2020 sarebbe possibile passare a 16 mila megawatt installati, coprendo così dal 7 al 9 per cento del fabbisogno. I mulini salirebbero dagli attuali 3.500 a circa 10 mila, limitando al minimo possibile, ritengono all’Anev, l’impatto sul paesaggio. Questo sviluppo sarà finanziato dai certificati che devono comprare le aziende più inquinanti, quindi senza prendere un euro dallo Stato. “In più” sottolinea Simone Togni, segretario generale dell’Anev, “una ricerca condotta con la Uil (presentata il 28 novembre) mostra che i posti di lavoro nel settore passerebbero da 13 mila a 66 mila e, parallelamente, verrebbe stimolato lo sviluppo di nuove aziende. Quello che chiediamo al governo è di rendere più semplici le procedure, come già stabilito dalla legge”. Altro fronte su cui puntare è l’efficienza energetica: un rapporto curato dal Politecnico di Milano per Greenpeace indica che in Italia esiste un potenziale di risparmio ottenibile entro il 2020 superiore al 20 per cento fissato dal pacchetto clima europeo. Questa efficienza si può ottenere migliorando le tecnologie usate attualmente nelle case, negli uffici e nelle industrie (motori elettrici, sistemi di condizionamento dell’aria, elettrodomestici, illuminazione…). Basti pensare che un frigorifero comprato ora consuma un terzo rispetto a quelli degli anni 90. Ma il bello è che, oltre a tagliare 50 milioni di tonnellate di CO2, una maggiore efficienza energetica creerebbe in Italia, secondo il Politecnico, 60 mila posti di lavoro in 14 anni. Al di là delle polemiche con Bruxelles sugli oneri del pacchetto clima, investire sull’ambiente rappresenta un’opportunità che non va persa. (Guido Fontanelli) [...]

Il 30 Luglio 2009 alle 19:30 10 Modi per la ripresa economica : Fiver Jeans ha scritto:

[...] “1. Meno tasse, ovvioSconto fiscale su stipendi e pensioni, utili reinvestiti, interessi passivi, acquisto di beni durevoli, investimenti ecologici, studi di settore… Sono davvero molti a pensare che sia necessaria una sforbiciata alle tasse per rilanciare i consumi e l’attività delle imprese. Le ricette non sono sempre uguali, ma hanno un punto in comune: gli interventi adottati dal governo vanno bene, però tutti chiedono che si faccia di più.Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha già indicato in un suo intervento di dicembre la necessità di detassare “salari e stipendi, a cominciare dalle fasce più basse di reddito”. Su questo piano sono i sindacati confederali a puntare. Cgil, Cisl e Uil continuano a ritenere necessaria una più consistente e duratura riduzione delle tasse su dipendenti e pensionati.Certo, la dimensione degli interventi pone il problema dei conti pubblici: al minimo, si va da 6 a 10 miliardi di euro. Senza contare che, dal punto di vista fiscale, bisognerebbe aggiungere a questa spesa il costo dei suggerimenti che le imprese ritengono decisivi per il rilancio.La Confartigianato ha già messo nel carniere il pagamento dell’iva al momento dell’effettivo incasso, deciso dal governo. Dice Cesare Fumagalli, segretario dell’organizzazione: “Il differimento dei pagamenti in questa fase potrebbe rivelarsi decisivo per far respirare le aziende”. Continua a puntare alla possibilità di rendere deducibili al cento per cento gli interessi passivi delle società (il governo ha fatto un intervento attraverso l’Irap) e al varo di un credito di imposta di 5 mila euro l’anno, per tre anni, a fronte di investimenti per l’energia pulita. Ma soprattutto per la Confartigianato è diventata decisiva la tempestività dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, un modo per evitare che le aziende fornitrici si trovino in difficoltà, pur essendo sane e con crediti da riscuotere.La stessa Confcommercio, oltre alla completa deducibilità degli interessi passivi, ha avanzato alcune ipotesi: detassazione degli utili reinvestiti per favorire gli investimenti con capitale proprio; deducibilità delle somme spese per acquistare beni di consumo durevole; ma soprattutto revisione degli studi di settore per calibrarli meglio alla luce della crisi. (Roberto Seghetti)2. Bond e opere“Il cavallo non beve, ma l’acqua non manca” scherza Mario Ciaccia, amministratore della Banca delle infrastrutture, innovazione e sviluppo del gruppo Intesa Sanpaolo, uno dei massimi conoscitori dell’universo grandi opere. Una metafora per sintetizzare un paradosso: non è del tutto vero che non ci sono i soldi per i grandi progetti (ferrovie, strade, centrali, porti). Fino a oggi sono mancati coraggio politico e lungimiranza strategica per farli saltare fuori. Forse è arrivato il momento giusto. Con la recessione alle porte, se non ora, quando puntare sul rilancio delle infrastrutture per ridare fiato al Paese, recuperare il terreno perso facendosi trovare pronti quando l’economia ripartirà?Se si guardasse alla faccenda con l’occhio fisso sullo specchietto retrovisore, i motivi per essere speranzosi sarebbero veramente pochi. Gli stanziamenti annuali in Italia sono assai distanti da quei 60 miliardi di euro ritenuti dagli esperti la soglia minima necessaria. Nella Legge finanziaria 2009, per esempio, non veniva rifinanziata neppure la cosiddetta Legge obiettivo e venivano addirittura tagliati gli investimenti ordinari alle Ferrovie (un miliardo circa) e all’Anas (300 milioni), mentre, come informa il presidente dei costruttori, Paolo Buzzetti, i comuni hanno smesso di pagare le aziende per non sforare il patto di stabilità interno. Nel frattempo in 4 anni sono stati spesi a pioggia 163 miliardi per opere del Genio civile, di cui meno della metà per nuove realizzazioni.Un po’ di soldi (15 miliardi) il governo li ha recuperati grazie all’accordo recente con la Bei (Banca europea per gli investimenti) e altri 16 provengono dalla rimodulazione del piano infrastrutture. Ma forse è arrivato il momento di vendere sul serio parte del patrimonio pubblico da cui sono recuperabili almeno 100 miliardi di euro.Nello stesso tempo è opportuno dare una scossa alla Cassa depositi e prestiti finora prodiga di impieghi con gli enti locali (78 miliardi nei primi 6 mesi 2008) ma assai lenta nel finanziamento di opere pubbliche (1,4 miliardi). Senza tralasciare l’idea, avanzata da Buzzetti, di un bond per le infrastrutture garantito dallo Stato come un Bot.(Daniele Martini)3. Puntare sul verdeIl presidente eletto americano ne è convinto: investire sulle energie rinnovabili è un affare. Per questo Barack Obama ha annunciato che intende varare un piano decennale da 150 miliardi di dollari nell’eolico, nel solare e nei biocarburanti, prendendo tre piccioni con una fava: inquinare meno, ridurre la dipendenza energetica e creare un volano per l’economia che genererà, si stima, 5 milioni di posti di lavoro.Si può fare altrettanto in Italia? In misura ridotta sì, e senza gravare sulla finanza pubblica. La fonte di energia rinnovabile più efficiente e con maggiore spazio di crescita è quella eolica. Oggi in Italia i generatori a vento hanno una potenza pari a quasi 3 mila megawatt e coprono appena il 2 per cento del fabbisogno nazionale di elettricità. Uno studio dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev) mostra che entro il 2020 sarebbe possibile passare a 16 mila megawatt installati, coprendo così dal 7 al 9 per cento del fabbisogno. I mulini salirebbero dagli attuali 3.500 a circa 10 mila, limitando al minimo possibile, ritengono all’Anev, l’impatto sul paesaggio.Questo sviluppo sarà finanziato dai certificati che devono comprare le aziende più inquinanti, quindi senza prendere un euro dallo Stato. “In più” sottolinea Simone Togni, segretario generale dell’Anev, “una ricerca condotta con la Uil (presentata il 28 novembre) mostra che i posti di lavoro nel settore passerebbero da 13 mila a 66 mila e, parallelamente, verrebbe stimolato lo sviluppo di nuove aziende. Quello che chiediamo al governo è di rendere più semplici le procedure, come già stabilito dalla legge”.Altro fronte su cui puntare è l’efficienza energetica: un rapporto curato dal Politecnico di Milano per Greenpeace indica che in Italia esiste un potenziale di risparmio ottenibile entro il 2020 superiore al 20 per cento fissato dal pacchetto clima europeo. Questa efficienza si può ottenere migliorando le tecnologie usate attualmente nelle case, negli uffici e nelle industrie (motori elettrici, sistemi di condizionamento dell’aria, elettrodomestici, illuminazione…). Basti pensare che un frigorifero comprato ora consuma un terzo rispetto a quelli degli anni 90. Ma il bello è che, oltre a tagliare 50 milioni di tonnellate di CO2, una maggiore efficienza energetica creerebbe in Italia, secondo il Politecnico, 60 mila posti di lavoro in 14 anni. Al di là delle polemiche con Bruxelles sugli oneri del pacchetto clima, investire sull’ambiente rappresenta un’opportunità che non va persa.(Guido Fontanelli)4. Più concorrenzaCon la brutta aria che tira sull’economia parlare di liberalizzazioni non è molto di moda. Peccato, perché eliminare gli ostacoli che limitano la concorrenza costa poco (in certi casi nulla) e produce ricchezza. In due modi: da una parte abbassa i prezzi e quindi lascia qualcosa in più nelle tasche dei consumatori, che non è male; dall’altra crea nuove opportunità di lavoro.Certo, non tutte le liberalizzazioni hanno rispettato le attese. Quella delle assicurazioni, per esempio, è stata un mezzo flop. Una che gli esperti di Altroconsumo considerano invece riuscita è quella dei medicinali: una recente inchiesta condotta da questa associazione di consumatori su 60 prodotti senza ricetta in 102 punti vendita ha mostrato che nelle farmacie si risparmia il 3,7 per cento rispetto al 2007, nelle parafarmacie l’11,4 e negli ipermercati il 20,9. E in più sono stati assunti nuovi giovani farmacisti.C’è un ampio consenso sugli effetti benefici che avrebbe un analogo intervento sulla vendita dei carburanti, mercato nel quale ancora oggi, per una serie di norme regionali, aprire un nuovo distributore è difficile quasi quanto trovare un giacimento di petrolio. Nella segnalazione al governo e al Parlamento del 9 giugno scorso, il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà sottolineava che “le rigidità e le inefficienze della struttura distributiva incidono sul costo finale dei carburanti, con effetti che interessano l’intero sistema economico”.L’autorità che vigila sulla concorrenza indica altri settori che vanno liberalizzati: la distribuzione del gas, il sistema ferroviario (le Ferrovie oggi offrono il servizio, gestiscono la rete e in alcuni casi regolano il mercato), i servizi pubblici locali (la cui riforma sembra finita nel cassetto), gli orari di apertura dei negozi, le assicurazioni, le professioni, dove i codici deontologici continuano a boicottare ogni tentativo di modernizzazione.Il premio in palio è notevole: le liberalizzazioni, a regime, potrebbero provocare secondo uno studio della Prometeia una riduzione del livello dei prezzi al consumo dell’1,7 per cento e soprattutto un aumento del pil sempre dell’1,7 per cento. In tempi di vacche magre sarebbe una manna. Il ministro Giulio Tremonti dovrebbe insistere su questa strada.(G.F.)5. Una sola poliziaGli investimenti dall’estero in Italia rappresentano in media l’1,13 per cento del pil. Ma nel Mezzogiorno questa percentuale crolla allo 0,05 per cento: meno di un ventesimo. Un divario in parte causato dalla criminalità. Che non arretra, anzi per la mafia la crisi economica sta trasformandosi in un affare. Decapitata da una dura offensiva giudiziaria, Cosa nostra approfitta però del momento per costruire un mercato del credito parallelo, usando la liquidità accumulata anche grazie a una ripresa massiccia delle estorsioni. È un salto di qualità pericoloso: dalla riscossione delle tangenti sugli appalti al cofinanziamento delle opere. È l’allarme dell’economista Mario Centorrino, attento studioso dell’economia criminale nel Mezzogiorno.Come reagire? “Si possono attuare, prima di tutto, misure a costo zero, come l’anagrafe dei conti correnti, che consentirebbe di monitorare gli spostamenti di denaro sospetti. E bisognerebbe soprattutto rendere ancora più efficace l’aggressione ai patrimoni mafiosi. Per esempio consentendo di unificare indagini personali e indagini patrimoniali, che oggi procedono separatamente”. Sui nuovi settori d’investimento criminale, sostiene Centorrino, è necessario un accurato lavoro d’indagine: “Penso a una commissione parlamentare ad alto livello che indaghi settori opachi come la sanità, il traffico di rifiuti, le imprese di pulizia, la grande distribuzione, perfino il fiorire di alberghi di lusso in contesti di assoluto degrado”. Con una premessa, però: “Nella lotta alla mafia, il soggetto che più pare mancare è la politica. Finché resterà il convitato di pietra, è difficile cambiare davvero le cose”.E sul fronte della criminalità comune? “Bisogna cambiare la filosofia degli interventi” suggerisce il criminologo Ernesto Savona. “Finora si è data la caccia ai delinquenti. Dobbiamo, invece, imparare a individuare i luoghi che producono criminalità. Per dirla con uno slogan: dobbiamo inseguire i luoghi, non le persone. Pochi luoghi producono molta criminalità”. Un punto sul quale intervenire è il numero delle forze dell’ordine. “Abbiamo un terzo di poliziotti in più rispetto alla media europea” ricorda Savona. “Dobbiamo averne meno, unificando per esempio polizia e carabinieri, pagarli meglio, renderli più professionali. Insomma, spendere meno soldi per la sicurezza, ma in maniera più virtuosa”.(Bianca Stancanelli)6. Costruire l’immaginePer la prima volta, dopo stagioni di sostanziale stallo, gli indici del turismo in Italia sono in rosso: -11,9 per cento di spesa da parte dei visitatori, -16,5 per cento gli arrivi. A dirlo è il sottosegretario Michela Vittoria Brambilla, impegnata a rilanciare un settore che vale l’11,4 per cento del pil e impiega 2,8 milioni di persone. “E nonostante questo il budget a disposizione del turismo continua a ridursi”. La causa della flessione, tuttavia, non sta solo nella mancanza di investimenti da parte dello Stato ma anche “nell’incapacità dell’Italia di creare prodotti turistici, che sono cosa diversa dai contenuti di cui, invece, il Paese è ricco”. A sostenerlo è Joseph Ejarque, che ha contribuito a inventare, se così si può dire, il “prodotto” Barcellona, così come la Catalogna e Torino. Forte della sua esperienza in Spagna (paese che in alcuni periodi ci supera nella classifica dei più visitati al mondo), Ejarque suggerisce una ricetta per l’Italia: “Non si devono vendere mete ma esperienze. Il turista di oggi non sa dove vuole andare ma ha chiaro cosa vuole fare: sciare, mangiare bene, cercare l’avventura, visitare musei… Le offerte vanno incanalate secondo criteri motivazionali, non geografici: dovremmo dire sciate in Italia invece di scopri Madonna di Campiglio” raccomanda Ejarque. Il quale sottolinea la necessità di istituire, come in Francia e in Spagna, standard di qualità nazionali, fondamentali per un turista che è sempre più fai da te (il 60 per cento).Convinto che il visitatore sia un borsellino promettente, Ejarque invita a investire massicciamente in attività di marketing: “Nel 2008 il 42 per cento di chi ha cercato informazioni turistiche online ha visitato siti italiani. Solo il 13 per cento però ha prenotato: 9 milioni di potenziali consumatori sono andati persi a vantaggio di Spagna e Grecia, più appetibili nelle offerte e nelle presentazioni su internet”. Attenzione all’immagine: proprio da qui è partito Matteo Marzotto nella sua attività di presidente dell’Enit (agenzia nazionale del turismo). “Nonostante i pesanti tagli, stiamo lavorando a una campagna per promuovere l’Italia nel mondo con testimonial di grande appeal. Il marchio Italia deve essere sexy” teorizza Marzotto, convinto della necessità di promuovere il Paese e non le regioni. “È ridicolo comunicare all’estero 22 realtà che nessuno conosce. Se andiamo avanti sparpagliati, tra un po’ si dimenticheranno persino dell’Italia”.(Lucia Scajola)7. Ricerca in grandeL’Italia ha un grande problema: le imprese non investono in ricerca. Che fare? Intanto, prendere atto delle cause. Una è la carenza di grandi imprese private, così che la domanda di ricerca è scarsa. Come suggerisce Ugo Arrigo, docente di economia pubblica a Milano Bicocca, bisogna quindi “puntare su una politica industriale che integri le nostre imprese con quelle europee”. A quel punto aumenterà anche la domanda di ricerca italiana.Qualche esempio: “Il settore dell’industria navale, rappresentato dalla Fincantieri, costituisce un’opportunità di sviluppo e lo Stato dovrebbe aumentare il capitale sociale con l’acquisizione di risorse esterne attraverso una parziale privatizzazione. Questa operazione è stata in passato impedita dai sindacati. L’aggregazione con l’industria navale norvegese avrebbe per esempio aiutato la Fincantieri nella competizione con Corea e Giappone e creato opportunità per la ricerca” aggiunge Arrigo.Inoltre la nostra specializzazione produttiva è a bassa conoscenza aggiunta. Occorre quindi passare sempre di più alla produzione di beni ad alta tecnologia che hanno una domanda superiore e un valore aggiunto del 20-30 per cento più alto. Per molti settori ci sono poche speranze, tuttavia quello dell’energia è un’opportunità. “Negli ultimi anni sono sorte molte imprese capaci di produrre tecnologie innovative” ricorda Massimo Beccarello, docente di economia industriale a Milano Bicocca. Dobbiamo “semplificare i processi autorizzativi a livello locale e rendere più rapidi i decreti attuativi”.Più di tutto l’Italia chiede, come dice Antonio Martino, docente di economia alla Luiss, “più concorrenza, meritocrazia e libertà di scelta. A partire dalle università”. Come? “Legando i finanziamenti ai risultati con valutazioni ex post”. Per esempio, un rettore riceverà finanziamenti solo in funzione della produzione scientifica dei docenti che ha reclutato, così che avrà interesse a favorire i più bravi e non gli amici. Anche la defiscalizzazione delle donazioni e il credito di imposta per una quota significativa del carico fiscale alle imprese possono essere utili strumenti per il rilancio.(Luca Sciortino)8. All’Università copiare la PirelliIl sistema universitario può giocare un ruolo decisivo nella crescita del Paese, sopratutto in una fase di crisi globale. “Uno dei motori della competitività internazionale dell’Italia è l’innovazione. Per favorirla è necessario stabilire una collaborazione sempre più stretta tra i luoghi dove nasce, ovvero l’università e l’impresa” raccomanda Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli e vicepresidente della Mediobanca. “Abbiamo sottoscritto un accordo con il Politecnico di Torino, che ci aiuterà a dare vita alla nostra fabbrica di pneumatici più innovativa del mondo”. All’Università di Milano i manager Pirelli insegnano finanza aziendale. I dottorandi possono fare ricerca usando i laboratori di una delle imprese più efficienti d’Italia. Una collaborazione che però si limita ancora a pochi, fortunati casi.Con le misure finite nel mirino di docenti e studenti, la Finanziaria ha stabilito tra l’altro che le università avranno la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. “È fondamentale che la gestione accademica sia separata da quella amministrativa. Soltanto così saremo sicuri che i corsi di laurea saranno istituiti in base alle esigenze degli studenti, non per favorire cordate di docenti” spiega Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss.Secondo l’ultimo rapporto Ocse, l’Italia spende per la preparazione degli universitari 8.026 dollari annui, contro una media europea di 11.512. “L’università deve fare un bagno di realismo, valutare la spesa e utilizzare meglio i fondi disponibili. Abbiamo bisogno di più meritocrazia. Smettiamola di finanziare egualmente tutti gli atenei, premiamo i virtuosi e penalizziamo gli inadeguati” sottolinea Maurizio Beretta, direttore generale della Confindustria. Un sistema meritocratico da applicare all’università, ai docenti e anche agli studenti: “Se si istituissero delle borse di studio per i ragazzi meritevoli che frequentano le università disastrate, si darebbe vita a una mobilità studentesca che diminuirebbe il potere dei cosiddetti baroni” propone Roberto Perotti, docente di economia politica e autore del libro L’università truccata. Ma l’ultima parola spetta ai ragazzi.Jacopo Silva, presidente dei Giovani di Confindustria di Padova, avanza un’idea: “Chi detiene il comando ha perso il contatto con la realtà, che è quella che gli studenti raccontano su internet. Segnalano i guasti e il malcostume, raccontano i difetti ma anche le eccellenze. È la voce vera della nuova generazione. Costruiamo un centro d’ascolto che ne tenga conto”.(Karen Rubin)9. Fare più figliSenza figli non c’è sviluppo. Per farli bisogna anche avere più asili. La domanda potenziale è di 1,6 milioni di posti-bambino dai 3 ai 29 mesi, quelli disponibili sono solo l’8,8 per cento. contro un obiettivo europeo del 33 nel 2010. Arrivare al 15 per cento, traguardo intermedio, vorrebbe dire circa 100 mila posti in più. “Non servirebbero grandi piani di costruzione, come mostrano esperimenti pilota” sostiene Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. “Alcuni comuni hanno concesso immobili in disuso con cambi di destinazione d’uso facilitati, banche o fondazioni hanno messo a disposizione finanziamenti a tasso agevolato e le famiglie si sono riunite in cooperative per gestirle. Così sono nati 300 nuovi asili in tutt’Italia”. Altra idea è quella del buono per il terzo figlio o prestiti d’onore da restituire quando il ragazzo è grande, insieme a “bebè a tasse zero”, cioè con detraibilità fino ai suoi 3 anni delle principali spese, dalle tasse alle carrozzine. Sono misure possibili e utili, considerando che, secondo una ricerca del Censis, il 59,4 per cento degli italiani adduce redditi troppo bassi come motivazione per la riluttanza a far nascere figli.“Bisogna decidere se le donne le vogliamo a casa o al lavoro” aggiunge Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil. “In Lombardia si sta verificando un fenomeno che non succedeva da decenni, la diminuzione dell’occupazione femminile postmaternità”. La relazione della direzione regionale del lavoro illustra che dal 2006 al 2007 le dimissioni delle lavoratrici sono passate da 4.608 a 5.581, motivate quasi sempre dall’esigenza di accudire i figli, aggravate (nel 90 per cento dei casi) dalla mancata concessione del part-time. “Se davvero vogliamo che concilino lavoro e figli, la mia proposta è che si punti ai servizi, dagli asili all’assistenza degli anziani. Al contrario della politica dei bonus, creare servizi aumenta i posti di lavoro. E come dimostrano i paesi del Nord Europa, al crescere dell’occupazione aumenta la natalità”.(Donatella Marino)10. Tempi certi per la giustiziaIl conto l’ha fatto la Confartigianato: le lentezze della giustizia civile costano alle imprese 2,3 miliardi di euro. Rimedi? Natalino Irti, eminente civilista, avvocato, docente universitario e componente dell’Accademia dei Lincei, ne indica tre, da ottenere con leggi ordinarie. “Il primo consiste nell’obbligo di giocare a carte scoperte dall’inizio, fornendo argomenti e prove fin dall’atto che apre il processo. È un rimedio già applicato, ma che va rafforzato e irrigidito. Seconda misura da adottare: fissare intervalli perentori tra l’una e l’altra udienza e stabilire termini inviolabili per il deposito di provvedimenti del giudice. L’idea è sostituire, alla durata arbitraria del procedimento, una durata predefinita dalla legge. Terzo rimedio: estendere al giudizio d’appello quel vaglio di ammissibilità che è stato introdotto per il ricorso alla Cassazione. Se il giudice reputa l’appello infondato, non si procede oltre. E va anche prevista una responsabilità per infondatezza dell’impugnazione che determini non solo la condanna alle spese, ma pure una sanzione pecuniaria in favore dello Stato, perché il processo è stato utilizzato vanamente”.Anche il costituzionalista Giovanni Pitruzzella, avvocato e docente universitario, è convinto che, contro il disastro della giustizia civile, sia possibile intervenire efficacemente con meccanismi semplici. “La prima correzione da fare è diminuire il numero delle cause civili, insistendo su meccanismi preventivi di conciliazione, peraltro previsti nel disegno di legge Alfano. Va previsto che, se le parti non aderiscono alla soluzione che è stata loro prospettata in sede di conciliazione e successivamente il giudice si orienta nella stessa direzione, vi sia una penalizzazione, per esempio al momento del calcolo delle spese. Parallelamente vanno adottate sanzioni per i riti temerari. Oggi la causa civile rappresenta a volte uno strumento di ricatto: si fa causa per premere sulla controparte, sapendo di poter contare sulla lunghezza del processo. Ultimo suggerimento: ridurre i termini previsti dal codice, per esempio nel caso della sospensione del processo. Capita che siano le parti a richiederla, ma bisognerebbe prevedere che vi sia una sola sospensione nel corso del procedimento e che abbia una durata limitata, non più di tre mesi. Altrimenti diventa un espediente dilatorio”.(B.S.)” [...]

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