Occupazione: quelli che sono impiegati per caso

Un operatrice del Fisco
di Raffaella Galvani
Al centro del rilancio dell’Italia c’è il lavoro che, fannulloni a parte, dovrebbe diventare per tutti più produttivo: ma solo un italiano su due è soddisfatto del proprio impiego, mentre l’altra metà del paese si divide equamente tra i “decisamente insoddisfatti” e gli “indifferenti”, ovvero quelli che tirano a campare. E una volta tanto i quattrini, tasto peraltro dolente, non c’entrano.
Il motivo del disagio? Essere occupati in un ruolo o in un settore che non si ama, del tutto diverso da quello per cui ci si era preparati a scuola e in particolare all’università. Lo rivela un’indagine realizzata via internet tra il 1 ottobre 2007 e il 1 febbraio 2008 dalla Intermedia Selection e dalla Talent Manager, le due società del gruppo Key2people che si occupano rispettivamente di ricerca di middle management e di selezione on line, per verificare in che misura l’occupazione attuale rispecchia le aspettative. E le 2.735 risposte, raccolte su un campione di lavoratori tra i 27 e 45 anni, ma con una forte concentrazione tra i 29 e i 38 (54 per cento) e i laureati (62 per cento), non lasciano dubbi.
Mentre la Confindustria e i sindacati si confrontano per aprire una nuova stagione di relazioni industriali e introdurre nuovi modelli contrattuali e il governo ipotizza addirittura che i dipendenti possano diventare azionisti, tutto per avere lavoratori più coinvolti e motivati, quindi più produttivi, gli italiani mostrano forti segni di disaffezione. Di più: nel 75 per cento dei casi i delusi non ci penserebbero un momento a mollare azienda e capoufficio per cercare di recuperare i progetti coltivati sui banchi di scuola o nelle aule universitarie. Disposti anche ad accettare compromessi come la sede di lavoro (50 per cento), gli incentivi e benefit (17) e persino lo stipendio (15). «È innegabile che lamentarsi è uno sport nazionale molto diffuso, soprattutto quando si tratta di materia d’ufficio, ma è un fatto che il deragliamento professionale può influenzare negativamente la vita personale ma anche la sfera sociale»spiega Francesco Tamagni, partner della Intermedia Selection. Che aggiunge: «L’Italia rischia di rimanere al palo se non riesce a utilizzare al meglio le risorse umane, eliminando vincoli di casta e rigidità di mercato e favorendo davvero mobilità e meritocrazia».Ma quale lavoro sognavano gli italiani e cosa invece si ritrovano a fare? Come risulta dal grafico a pagina 108, ai tempi dell’università i più mettevano al primo posto il marketing e la comunicazione (21 per cento) seguito da finanza (14), ingegneria e project management (12) e ricerca (9) mentre lasciavano in fondo alla lista l’idea di fare il venditore o di occuparsi di commerciale (7 per cento). Il treno della vita, invece, li ha portati proprio sui binari considerati meno eccitanti: oggi il 17 per cento lavora nell’area commerciale e vendite, seguita da quella amministrativa (15), mentre nel marketing, nelle pr e nella comunicazione ha trovato un impiego solo l’11 per cento del campione e addirittura appena il 3 nella ricerca.E non è solo un fatto di specializzazione. La delusione è forte anche se si considera la carriera. Oltre il 56 per cento è inquadrato come impiegato e appena il 5 per cento ha ottenuto la dirigenza, mentre considerando l’anzianità di lavoro attuale il 46 per cento si sarebbe aspettato di essere almeno quadro e il 18 per cento dirigente. Insomma, l’immagine che appare è quella di un paese ingessato, dove seguire il proprio talento e scalare i gradini del successo è particolarmente difficile. Così molti vorrebbero dare una svolta alla propria vita lavorativa, ma sono convinti di essersi infilati in una «trappola» da cui è difficile uscire: il 53 per cento ritiene infatti «possibile ma molto complesso cambiare settore» e il 6 addirittura impossibile.
Eccessivo pessimismo? “Di certo il mercato del lavoro non è particolarmente effervescente, e le possibilità di cambiare azienda non sono molte. Quanto alla mobilità interna, a parte qualche grande multinazionale come la Procter&Gamble, L’Oreal o l’Unilever, sono poche le società in cui si può passare da un ruolo tecnico alla comunicazione, così come dal marketing alla finanza, mentre la maggioranza degli italiani lavora in piccole medie aziende famigliari dove l’organizzazione è molto rigida” ammette Tamagni.
Insomma, soprattutto in questi ultimi tempi di crisi molti finiscono per accettare la prima opportunità che capita. E non tutti hanno poi la capacità di riposizionarsi, o la fortuna di entrare in una azienda che li aiuta con la job rotation. “Il consiglio che do, soprattutto ai più giovani? Non aspettare troppo tempo se si capisce di aver sbagliato. Il limite sono due o tre anni di esperienza: più si va avanti e più è dura uscire” precisa Tamagni. I settori a più alta vischiosità? Il bancario (anche se qui ultimamente l’esigenza di aprirsi al mercato ha favorito innesti di persone con esperienze non finanziarie) ma per assurdo anche il dinamico largo consumo. “Si parla tanto di multisettorialità ma poi le aziende finiscomo per scegliere uomini del ramo”dice Tamagni. Con una eccezione: l’ex consulente, che viene apprezzato quasi dovunque perché ha quella elasticità mentale grazie alla quale si pensa che possa portare nuove idee.
Certo molto dipende dalla funzione: un controller finanziario può candidarsi nel lusso anche se proviene da imprese manifatturiere come la Pirelli, ma se si opera nell’area produttiva e si punta ad esempio alla Fiat un background in una realtà manifaturiera se non addirittura collegata all’auto è indispensabile.
Comunque, non è detto che davvero tutti abbiano davvero imboccato la strada sbagliata. “Percentuali così alte di disaffezione riflettono anche la situazione di crisi congiunturale che stanno attraversando molti settori dell’economia” osserva Tamagni. Prendiamo il caso di un manager che lavora nella fascia medio bassa del tessile: fino a sei sette anni fa era relativamente felice, oggi, anche se non ha smesso di amare il suo lavoro, la concorrenza del Far east lo fa sentire finito, con le spalle al muro. E poi, come dimostrano le storie raccolte da Panorama, a volte non inseguire a tutti i costi i sogni non porta così male. “Il lavoro commerciale ad esempio vive sullo stereotipo del piazzista con la valigetta, ma spesso è una tappa obbligata per poi fare carriera fino al massimi livelli di amministratore delegato” dicono alla Intermedia Selection “mentre il tanto mitizzato marketing oggi porta a compiti banalmente esecutivi, visto che la parte strategica delle multinazionali viene ormai spostata nei quartier generali che raramente sono in Italia”. A meno di non riuscire ad entrare in quelle poche realtà multinazionale italiane come Barilla, Luxottica, Fiat, Pirelli che il marketing strategico lo fanno in casa. Un ennesimo inutile sogno?

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Commenti

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Il 7 Luglio 2008 alle 21:06 vincenzo.m. ha scritto:

UNPLEASANT SITUATION.
Intermedia Selection e Talent Manager, due società del gruppo Key2people . Due società estremamente importanti gli studi delle quali hanno una divulgazione di punta. E’ opportuno ora che inizino a produrre studi ad un livello superiore a quello esternato sino ad ora.
E’ probabile che qualche ministro stia operando, in un ambito relegabile ad una strategia populistica, nella circonferenza ascrivibile a quei professionisti poco aderenti al proprio ruolo e di conseguenza additabili quali fannulloni.
Onde evitare incursioni nel medesimo criterio selettivo sarebbe opportuno per le citate società, allo scopo di pervenire ad una più affidabile valorizzazione delle stesse, di incunearsi in un settore di studio che possa analizzare i livelli direttivi che esprimono la loro professionalità nell’ambito delle imprese.
Base fondamentale dello studio: la determinazione teorica dei criteri standard relative alle figure professionali in oggetto al fine di ottenere una analisi comparata con la rilevazione delle singole motivazioni culturali e professionali dei livelli direttivi operanti nelle aziende.
L’indiscutibile interesse generale attinente lo studio di cui sopra consiglia la non pubblicazione ed una eventuale chiusura del “folder” sotto la dicitura “DISTRESSFUL SITUATION”.

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