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- Un commento
Di Roberto Seghetti
La “complicità tra capitale e lavoro” è l’architrave sul quale poggia la rivoluzione copernicana ipotizzata dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Un programma di politica sociale con obiettivi molto diversi da quelli perseguiti fin qui. Come la partecipazione dei dipendenti agli utili delle aziende, la creazione di enti privati fondati da imprese e lavoratori per garantire nei diversi territori assistenza, previdenza, sanità, sicurezza sul lavoro, collocamento, formazione, e interventi su non autosufficienza, disoccupazione e cassa integrazione. O come il patto nazionale per ripartire la ricchezza.
Si parla di un’intesa fra governo, imprese e sindacati sulla distribuzione della crescita futura. Come funzionerà?
Viviamo in una situazione di emergenza economica e sociale e il contesto internazionale, che influenza quello interno, potrebbe anche peggiorare. Pensiamo dunque che sia necessaria una forte coesione nazionale per fare uno scatto di reni e riprendere il cammino della crescita. Per molti sarà una scommessa, poiché saranno chiamati a concorrere senza avere un beneficio immediato. Dobbiamo perciò dare la garanzia di un ritorno certo a mano a mano che ci sono i risultati. È la logica di fondo che vogliamo affermare a tutti i livelli: nelle aziende, sul territorio, nel sistema paese.
Nelle aziende? Parla della detassazione degli straordinari?
L’intervento ha una portata innovativa maggiore di quella emersa fino a oggi. Certo, per gli straordinari questa norma sarà utile a rendere più agevoli gli accordi aziendali, grazie alla disponibilità dei lavoratori che il regime fiscale attuale scoraggia. Ma il vero obiettivo è incoraggiare il salario di merito, di qualsiasi tipo: che sia frutto di accordi aziendali, di liberalità del datore di lavoro, di intese individuali. Quello che conta è che i lavoratori abbiano la concreta possibilità di condividere sforzi e risultati, dato che già partecipano al rischio di impresa.
In che senso?
Quando un’impresa chiude, quando un reparto si ridimensiona, quando non ci sono commesse a sufficienza, il lavoratore paga il rischio d’impresa. Ma allora deve anche beneficiare del rischio d’impresa per i suoi aspetti positivi. Puntiamo a favorire la complicità tra capitale e lavoro per competere. E questa è anche una sorta di sfida culturale che il governo rivolge alla vecchia sinistra.
Significa che siete favorevoli alla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa?
Il governo è contrario all’idea di una partecipazione alla gestione. Però dobbiamo avvicinare sempre più il salario alla condivisione degli utili. Uno dei modi può essere quello di distribuire titoli dell’azienda: titoli speciali, con limitati diritti di alienabilità. Ma siamo contrari alla partecipazione alla gestione. Magari i lavoratori potrebbero esprimere propri rappresentanti all’interno del collegio sindacale, per verificare la trasparenza del bilancio. E in questa ottica il bilancio può essere la misura di una buona parte del guadagno per i dipendenti.
Sul territorio che cosa pensate di fare?
Puntiamo a favorire un nuovo sistema di relazioni industriali, sempre nel segno della complicità fra capitale e lavoro, che punti alla cogestione dei servizi che danno valore alla persona che lavora.
Concretamente che cosa significa?
Il governo sosterrà il formarsi di organismi bilaterali territoriali, cioè tra imprese e lavoratori, fra le parti sociali, che potrebbero svolgere funzioni di promozione della salute, di sicurezza sul lavoro, di collocamento, di formazione, di erogazione di sussidi ai senza lavoro in aggiunta all’indennità di disoccupazione, di assicurazione, nel caso in cui il lavoratore o altri membri della sua famiglia entrassero in una condizione di non autosufficienza. Quindi forme assicurative dedicate a questo scopo, di sanità complementare, di previdenza complementare e anche di soluzione dei conflitti di lavoro.
In che modo il governo sosterrà questo tipo di organismi?
Cedendo a queste forme di intervento solidale e bilaterale molte delle funzioni che riguardano il lavoro o la gestione dell’impresa. Molte delle norme che riguardano la salute e la sicurezza del lavoro possono essere in sussidiarietà devolute agli organismi bilaterali. Per esempio: bisogna preparare il documento di valutazione del rischio? Bene, può essere affidato a un comitato paritetico. È presumibile che lo redigeranno pensando alla sostanza, mentre nella norma uguale per tutti prevale sempre il formalismo.
Ministro, lei ha parlato anche di sanità, di assistenza integrativa.
Già oggi c’è la possibilità di sconti fiscali per previdenza e assistenza complementari. Quindi vedremo anche se sarà possibile rafforzare la leva fiscale: è uno dei terreni oggetto di scambio. In ogni caso pensiamo a una rete di servizi alla persona che lavora o che cerca di lavorare. E questo implica anche un modo nuovo di fare sindacato. Un sindacato che non si affidi a momenti di contrattazione enfatizzata e poco efficace nel rapporto con la controparte, ma che ipotizzi una quotidiana condivisione di servizi alla persona.
Insomma, lei parla di sanità e previdenza integrative…
Assicurazioni contro la non autosufficienza, collocamento, formazione, sussidi, cioè ammortizzatori sociali, salute e sicurezza sul lavoro.
A proposito di ammortizzatori sociali: da anni si parla di riforma, si farà?
Adesso, usando una delega che abbiamo ereditato, incoraggeremo il formarsi di enti bilaterali per gestire un secondo pilastro aggiuntivo all’indennità di disoccupazione. Su base mutualistica. Se aziende e lavoratori lo faranno, avranno in gestione anche la cassa integrazione guadagni. I fondi attuali potranno andare dall’Inps agli enti bilaterali. Ci dovrà essere un loro contributo aggiuntivo, ovviamente, per una protezione più completa.
Cioè fanno accordi e versano un contributo finalizzato…
Come già avviene per la previdenza complementare. Poi bisognerà vedere che regime fiscale avranno.
Si prevede un secondo pilastro anche per la sanità e per il grande tema dell’assistenza agli anziani.
Dobbiamo favorire molto l’uso di fondi per aiutare chi non è autosufficiente. Ma attenzione, sul tema dell’assistenza dovremo anche razionalizzare alcuni strumenti esistenti, come l’indennità di accompagnamento, l’assegno di invalidità e altre forme attuali di erogazione.
La previdenza integrativa già esiste, però non decolla. Che cosa farà il governo?
Dobbiamo individuare come incoraggiarla, a partire dalla reversibilità della scelta di mettere soldi e tfr nei fondi. Si dovrebbe poter cambiare idea.
Si studiano anche sconti fiscali?
No.
A livello nazionale come funzionerà la partecipazione alla crescita?
A livello nazionale si dovrà fare un patto per l’equa distribuzione della ricchezza che verrà. Noi dobbiamo da ora garantire le parti sociali che, se avremo incremento della ricchezza, ci saranno interventi per proteggere il potere di acquisto dei lavoratori, delle famiglie, dei pensionati, soprattutto quelli meno abbienti. Questo è il grande patto. Lo scambio è: lavoriamo insieme per costruire ricchezza garantendoci da ora che a determinati livelli di incremento scattino interventi concordati.
A proposito di pensioni: il cosiddetto scalone di Roberto Maroni è stato sostituito dagli scalini di Romano Prodi. Cambierà qualcosa?
No, per ora non c’è nulla.
Però c’erano alcune scadenze e temi da affrontare, come il Superinps…
Il Superinps era una fesseria, costava addirittura di più. Per individuare i lavori usuranti ridiscuteremo con le parti un testo che non era nemmeno condiviso tra loro e che si esponeva a molte degenerazioni. Quanto ai coefficienti, seguiremo il percorso già previsto.
E la pensione di vecchiaia delle donne resta ferma a 60 anni?
Su questo non ci sono proprio dubbi. Finché le donne partecipano così poco al mercato del lavoro non è giusto pensare all’età di pensione. Gli uomini avendo più contributi vanno spesso in pensione di anzianità, cioè prima del tempo fissato per la vecchiaia. Le donne vanno in pensione più spesso per vecchiaia. Se dunque alzassimo l’età per la vecchiaia delle donne, potremmo avere il paradosso di mandarle in pensione più tardi degli uomini. No, questo proprio non si può fare.
- Domenica 13 Luglio 2008
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Commenti
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Il 14 Luglio 2008 alle 10:03 vincenzoaliascontadino ha scritto:
IL TAGLIO: LIBRO DEI SOGNI DEL DI PIETRO
Da uno che proviene da un Servizi Pubblico più indecente del Paese: ovvero la GIUSTZIA che è diventata ingiustizia, vorrei capire se al posto del Cavaliere, quel Popolo che l’8 luglio, gli ha garantito un Waffa, Grillo e Guzzanti insieme quell’accozzaglia di agitare solo Schiavettones e sciocchezza, come se la Politica sia diventata, da seria a uno studio televisivo al via ad uno show di comico Zelig. Ma voi cittadini di Destra e di Sinistra che è solo riduttivo poiché chi ha subito disservizi non è solo da una parte ma riguarda tutti vi chiedo avete mai sentito Schiavettones come può tagliare dai 700 miliardi di euro spese con un PIL quasi zero? Io credo e non vado lontano che Petrus al massimo potrebbe tagliare un congiuntivo e non come amministrare l’Italia! Berlusconi ha creato centinaia di aziende e sfido e vi chiedo, chiunque, che un’altra qualsiasi altra Azienda, come sarebbe sopravvissuta con 90 processi, 2500 udienze, 500 magistrati impegnati, 470 perquisizioni, episodi gravissimi come quelli avvenuti nel 1994 con la violazione del segreto istruttorio sul Corriere della Sera e nel 1996 con il caso Ariosto alla vigilia delle elezioni? In soldoni il Cavaliere dichiara di aver speso oltre 170 milioni di euro. Ergo, pare Giusto che il Popolo chieda a questi Magistrati conto e un ritorno della spesa sprecata con tutto questo odio e nient’altro, da parte di questi Magistrati di cui Di Pietro è un principale autore! enzoaliassilcontadino@alice.it
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