La Lega Calcio ha scelto la Infront Sports & Media come advisor nelle attività di offerta e commercializzazione, in forma centralizzata, dei diritti audiovisivi individuati e regolati dal decreto legislativo del 9 gennaio 2008, a partire dal campionato 2010/2011. Infront possiede tutte le competenze specifiche e tecniche richieste per affiancare la Lega Calcio in questo ambito: il primato della gestione dei diritti web e di telefonia mobile del campionato italiano di calcio; la gestione dei diritti media e marketing delle principali discipline nel panorama dello sport mondiale tra cui il calcio, gli sport invernali e il campionato mondiale di superbike; il fatto di essere l’operatore leader nel mondo nella produzione del segnale televisivo, aggregazione e distribuzione di contenuti per piattaforme media.
La società svizzera, con sede a Zug e con oltre 400 dipendenti che operano in 24 uffici dislocati in 11 paesi, tra cui l’Italia dove lavorano 130 persone, gestirà le immagini, in diretta e in sintesi delle partite di serie A e B, in chiaro e a pagamento, su tutte le piattaforme tecnologiche, dal satellite al digitale terrestre, da internet ai cellulari, fino al 2013. Un piatto ricco, stimato da alcune società di consulenza oltre i 2 miliardi e mezzo di euro complessivi).
Il gruppo multimediale va ricordato per l’esperienza maturata in occasione dei mondiali di calcio nel 2002 e nel 2006 quando, oltre al completo controllo della produzione ha anche gestito la commercializzazione e distribuzione di tutti i diritti media ad oltre 500 broadcaster in tutto il mondo. In aggiunta a ciò, a partire dalla prossima stagione e per quattro stagioni consecutive sarà una divisione posseduta interamente da Infront, la Hbs, ad occuparsi della produzione completa della Ligue 1, il massimo campionato francese di calcio.
Risolta la questione dell’advisor restano in Lega Calcio molti altri problemi. Nessun paese in Europa ha legato le sue fortune economiche del calcio di vertice alla vendita dei diritti televisivi. I ricavi da stadio nei più importanti campionati europei arrivano al 35 per cento; in Italia non si supera il 15 per cento perchè gli impianti non sono di proprietà dei club e i ricavi sono dunque limitati solo all’evento calcistico. Come spesso ripete Adriano Galliani, vice presidente del Milan, il fatturato della serie A italiana è di appena 1.350 milioni di euro, poco più della metà rispetto alla Premier league inglese e anche Germania e Spagna (dove non esiste la mutualità verso le squadre più piccole) sono più ricche di noi, grazie anche ad una tassazione più vantaggiosa rispetto a quella italiana.
Soldi in giro ce ne sono pochi e le grandi non sembrano voler investire come gli anni passati. Così come non sono intenzionate ad aiutare le squadre di serie B, ancora senza un contratto televisivo, alle quali andranno appena 65 milioni di euro per la cosiddetta mutualità, rispetto ai 95 richiesti. Una squadra di B è già fuori gioco: in serata in presidente del Messina ha annunciato di essere sommerso dai debiti e di voler ricominciare dal campionato dilettanti. L’Avellino, che dovrebbe subentrare, non avrebbe la documentazione necessaria in quanto anch’essa alle prese con una grave crisi economica. In totale, 17 squadre, tra serie B e C, sono state bocciate dalla Covisoc, l’organo di controllo della Lega, e rischiano la radiazione. L’organizzazione non è più in grado di sopportare un sistema con 132 squadre (20 in A, 22 in B e addirittura 90 in C). È arrivato il momento di pensare ad una riforma dei campionati e ad una riduzione degli organici. Se ne parla, ma nessuno ha mai preso il coraggio di fare proposte. Intanto il calcio italiano ha finito i soldi, ma a Galliani e Moratti ditelo sottovoce.
- Giovedì 17 Luglio 2008
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