Non solo banche, la crisi placca anche lo sport a Stelle e Strisce

Football americano

Sempre più giù le quotazioni delle squadre italiane alla borsa di Milano. E il vice presidente del Milan, Adriano Galliani, commenta: “Sono preoccupato per sponsorizzazioni e abbonamenti alla pay tv. Ma se il mondo si impoverisce le ricadute sono per tutti e il mondo del calcio non è più colpito di altri”.

Ma se l’Italia non ride, negli Stati Uniti, patria dello sport business, si piange. Tagli del personale nella Nba di basket, l’hockey sul ghiaccio insidiato dalla nuova e ricchissima lega russa, spettatori in calo negli stadi della Major league di baseball e gravi minacce sui ricavi, storicamente faraonici, che il football macina annualmente nella sua corsa verso il Super Bowl, in programma a gennaio 2009.
Dopo decenni di ascesa costante, l’oasi felice degli sport professionistici statunitensi inizia a risentire dei terremoti che fanno tremare le fondamenta dell’economia americana. Nell’anno che ha fatto registrare, per la prima volta, l’addio di una star dell’Nba per il basket europeo (Josh Childress passato dagli Atlanta Hawks all’Olympiakos Pireo con la complicità dello strapotere dell’euro sul dollaro), il commissioner del campionato americano, David Stern, ha fatto sapere che la lega intende tagliare 50 degli 800 impiegati sparsi sul territorio statunitense. Una fetta pari al sei per cento, a cui va aggiunta la chiusura della sede di Los Angeles. “Continuiamo ad ottenere i ricavi stabiliti, ma sappiamo che nei prossimi due anni i nostri obiettivi dovranno subire una enorme pressione, vista la situazione di flessione economica”, ha spiegato Stern dal quartier generale di New York.
La fame di sport sale e continuerà a farlo, ma gli appassionati sono sempre più costretti a un difficile equilibrismo tra il prezzo dei biglietti e quello dei parcheggi allo stadio, oppure tra il costo sempre maggiore della benzina e quello dell’offerta, sempre più variegata e frammentata, dello sport in televisione.
La cartina di tornasole è il baseball, che in questa stagione - iniziata nel pieno dell’euforia per il superamento dei 6 miliardi di dollari alla voce entrate nel 2007 - auspicava il record di spettatori negli stadi. Il commissioner della Mlb aveva predetto oltre 80 milioni di biglietti venduti, ma a metà di questa regular season 2008 il dato parziale era inferiore a quello registrato al giro di boa del campionato precedente. Nella National football league, che da cinque anni ritocca continuamente il record di tifosi negli stadi, il problema più spinoso è invece quello dei salari dei giocatori.
I proprietari delle 32 società hanno espresso timori per il monte ingaggi complessivo della lega, pari a 4 miliardi e mezzo di dollari, un totale che sfiora il 60 per cento degli incassi complessivi della Nfl, il marchio sportivo più ricco del pianeta. Non è tutto, perché le difficoltà del mercato dell’automobile secondo molti porteranno ad una drastica diminuzione delle sponsorizzazioni di marchi come Ford o Chevrolet. “Lo sport rappresenta uno svago, ma tutti avranno meno soldi in tasca” spiega Michael Spence, premio Nobel per l’economia nel 2001. “Al momento, sono tredici gli stadi e le arene che hanno come sponsor istituti finanziari e assicurazioni, ma non sembrano ancora avere problemi. Le conseguenze maggiori si avranno per i finanziamenti per i nuovi impianti e sarà interessante capire cosa succederà alle aziende fortemente legate allo sport, come ad esempio Nike e Adidas”.
“La crisi? Chissenefrega!” C’è chi, incurante della situazione mondiale non riesce ad essere pessimista. Facile quando ti chiami Mark Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks (Nba) e hai fatto fortuna quando qualche anno fa sei riuscito a vendere “broadcast.com” a Yahoo per 5,9 miliardi di dollari. Cuban, celebre per le sue intemperanze a bordo campo che gli sono valse, solo nel 2007, multe per quasi mezzo milione di dollari (”bazzecole” come lui stesso le ha definite), adesso guarda al baseball e ha dichiarato di voler acquistare i Chicago Cubes.
Minori liquidità per le grandi aziende vuol dire spendere meno per il superfluo. Compresi i cosiddetti “luxury box”, i piccoli salotti, costruiti con tutti i confort del caso dalle società sportive professionistiche per permettere alle aziende di tenere riunioni di lavoro dentro arene e stadi. Per cifre che si aggirano intorno ai 10-15 mila dollari a partita. A Detroit, per esempio, dove la crisi dell’industria automobilistica accentua il momento difficile, i Tigers (baseball) e i Red Wings (hockey) hanno già registrato considerevoli cali nella domanda. Ma il New York Times assicura che nella “Grande Mela” la crisi non esiste. Anzi sono previsti, fino al 2010, 250 luxury box in più nei nuovi impianti che si stanno costruendo in città.

LEGGI ANCHE: Crisi globale, risposta globale. I cinque punti del G7

Commenti

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Il 12 Ottobre 2008 alle 8:55 Daniele | ResetMultimedia.Com » Blog Archive » la preoccupazione più grave per l’America in piena CRISI!! ha scritto:

[...] PANORAMA Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web. [...]

Il 12 Ottobre 2008 alle 12:16 riccardino ha scritto:

Per la verità, la Major League Baseball ha appena reso noto che nella stagioen 2007 le varie società hanno totalizzato 78.2 milioni di paganti. Gli Yankees di New York e i Mets di New York hanno avuto oltre 50.000 spettatori di media nelle 81 gare giocate in casa. Significa che a New York da aprile a settembre ogni giorno 50.000 persone erano allo stadio da baseball.
Non proprio cifre di una crisi.

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richard-branson




Giampiero Cantoni
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