Fondi sovrani, ecco la lista dei “buoni”

Borsa di Dubai

Mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini annuncia un “bollino blu” da applicare ai fondi sovrani amici, ecco che i capitali libici, sauditi e magari anche orientali (Singapore e Cina) stanno esaminando il loro nuovo bersaglio italiano: la Telecom. Con la capitalizzazione di borsa scesa dai 28 miliardi di euro di gennaio agli 11 attuali, e con un azionariato debole e diviso, il gruppo telefonico guidato da Franco Bernabè è il bersaglio più vulnerabile. Per intenderci: se ai libici l’acquisto del 4,23 per cento dell’Unicredit è costato meno di 1,5 miliardi, basterebbero appena 550 milioni per prendersi il 5 per cento della Telecom diventandone i secondi azionisti a fianco della famiglia Fossati. Subito dietro al nocciolo duro costituito dalla Telco (23,5 per cento delle azioni), che tuttavia ha al primo posto la spagnola Telefonica, tre gruppi bancari-assicurativi (Generali, IntesaSanpaolo e Mediobanca) e la Sintonia, finanziaria dei Benetton. E proprio nella Sintonia è già entrato il Gic, uno dei due fondi del governo di Singapore, forte di 100 miliardi di dollari (l’altro è Tomasek).
Singapore, che ha fatto shopping nell’Ubs, nella Merrill Lynch, nella Citigroup e nella Barclays, ha firmato con i Benetton un contratto per salire al 14 per cento della holding. È chiaro che se fossero proprio i fondi asiatici ad interessarsi alla Telecom, la loro presenza dentro e fuori il nucleo di controllo si farebbe ingombrante. Il gruppo telefonico, da anni in crisi di strategie e liquidità, avrebbe gli occhi a mandorla: a quel punto l’unica via per scongiurare il “pericolo giallo” sarebbero la fusione con la spagnola Telefonica (finora contrastata dal governo), o la resa alla Vodafone.
Il dossier Telecom, predisposto dal presidente della Consob Lamberto Cardia e integrato con un rapporto dei servizi segreti, è da alcuni giorni sul tavolo di Berlusconi e del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. È alla Telecom che si riferiva il capo del governo quando ha lanciato l’allarme-scalata da parte dei fondi sovrani, che con i loro circa 4 mila dollari di liquidità - frutto dei profitti petroliferi dei paesi arabi e dei surplus commerciali di Cina e Russia - sono diventati il grande spauracchio dei governi occidentali, che vedono il capitale delle loro aziende ridotti ai minimi termini. In realtà fra Berlusconi e Tremonti il più irrequieto è il ministro. Se potesse, attuerebbe un piano di difesa delle aziende strategiche simile a quello messo in campo dalla Francia, che nel perimetro ha incluso perfino il colosso alimentare Danone. O prenderebbe esempio dalla Germania, dove il cancelliere Angela Merkel ha inviato al Bundestag un decreto legge contro le scalate ad aziende “sensibili per sicurezza nazionale e ordine pubblico”.
La Telecom può essere certamente considerata strategica. Per di più Tremonti, da sempre diffidente nei confronti della Cina, sospetta (e non è il solo) che dietro ai fondi di Singapore si nascondano anche capitali di Pechino e Shanghai. Ed i cinesi sono già presenti nel mercato italiano con la 3, del gruppo di Hong Kong Hutchinson Wampoa.
Ma come difendere l’interesse nazionale quando, come per l’Unicredit, sono gli azionisti stessi ad invocare il soccorso di arabi o orientali, informando il governo a cose fatte?
Il ministro ha stilato una propria lista di fondi sovrani “buoni” e “meno buoni”. Tra i primi c’è ovviamente quello norvegese, ma anche la Libia, i sauditi e gli Emirati Arabi, nonostante i timori che nel Golfo Persico confluiscano capitali dell’Iran. Tra i secondi Tremonti ha messo la Russia, per le sue mire sulla distribuzione dell’energia. Ma, soprattutto, cinesi e Singapore. Di strumenti a disposizione, però, il ministro non ne ha molti: le misure che porterà al consiglio dei ministri vanno dall’obbligo di ridurre dal 2 all’uno per cento le quote azionarie da dichiarare alla Consob, la discesa dal 30 al 20 per cento di azioni rastrellate che obbligano a lanciare un’Opa, e la modifica della “passivity rule”: una regola che impone ai manager di aziende sotto scalata di non attuare azioni difensive senza il consenso di maggioranze qualificate dei soci. Norma che non esiste nel resto d’Europa.
Palazzo Chigi e Farnesina puntano invece su un approccio più diplomatico e caso per caso. Berlusconi vanta con i fondi arabi storici rapporti, che passano quasi tutti per il finanziere Tarak Ben Ammar. Scontato che colossi pubblici come Eni, Enel, Terna e Finmeccanica non corrono rischi, l’obiettivo principale del premier è il mantenimento dell’italianità di Mediobanca.
Della trincea contro i fondi sovrani si stanno occupando Frattini, su mandato di palazzo Chigi, e Tremonti. Quanto al bollino blu, il ministro degli Esteri vorrebbe darlo a quei fondi che a Santiago del Cile hanno firmato sotto l’egida del Fmi un protocollo che li impegna a garantire trasparenza alle autorità dei paesi dove investono; a puntare i loro capitali in base a criteri non speculativi e a rendere noti i criteri di gestione e governance. A molti è parsa una dichiarazione di buona volontà un po’ generica. Berlusconi aggiunge che i fondi non dovranno superare il 5 per cento del capitale delle eventuali prede. A vigilare il governo ha nominato una task force di 12 esperti: tra loro Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Authority per le telecomunicazioni, ex parlamentare di Forza Italia. Tremonti, ad ogni buon conto, ha ottenuto la presidenza per Enrico Vitali, professore a Pavia e partner storico dello suo studio tributario.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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