La penitenza dei big di Detroit: “Compenso di un dollaro all’anno”

Stati Uniti

Gli amministratori delegati delle “big three”, le tre grandi compagnie automobilistiche americane, sembrano aver capito almeno una lezione: in tempo di crisi, meglio non fare sfoggio di ricchezza. Niente jet privati. Specialmente se si sta andando a chiedere un salvataggio pubblico di miliardi di euro. Erano stati massacrati dalla stampa e dai comici, i numeri 1 di General Motors, Chrysler e Ford, quando due settimane fa si erano recati a Washington ognuno con il proprio aereo privato. E così oggi, prima del secondo round di fronte al Congresso degli Stati Uniti, hanno mostrato un’ inedita umiltà, accompagnata da buona volontà per “rendere competitiva la nostra produzione”. E hanno insistito su quanto sia seria la situazione, che coinvolge gli oltre tre milioni di lavoratori nel settore. La decisione dei politici è attesa per la prossima settimana. Il termine ultimo per la presentazione di piani è oggi 2 dicembre: gli amministratori delegati delle big three di Detroit compariranno poi davanti al Senato giovedì prossimo e alla Camera il venerdì.
Pronto a rinunciare al proprio stipendio, lavorando per un dollaro all’anno, si è detto l’amministratore delegato della Ford, Alan Mulally, se il Congresso Usa approverà il piano di salvataggio per l’auto. Analoga la scelta del numero uno di Gm, Rick Wagoner, che ha accettato una retribuzione annuale di un dollaro stabilita dalla compagnia (ovviamente i bonus non spariranno dai loro conti correnti). Ford chiede una linea di credito “in via precauzionale” da 9 miliardi di dollari in 10 anni e dichiara che il suo sviluppo e il ritorno alla redditività, previsto nel 2011, passerà per auto più piccole ed ecologiche. Nel piano presentato la casa di Henry Ford ribadisce la propria intenzione di voler esplorare tutte le opzioni per Volvo, inclusa la vendita, e stima investimenti per 14 miliardi di dollari nello sviluppo di tecnologie avanzate. E’ inoltre prevista la cancellazione di tutti i bonus da pagare nel 2009 per i manager.
Anche il piano Gm dovrebbe concentrarsi su auto pulita e una riduzione drastica del compensi. Il colloso di Detroit chiederà un prestito da 12 miliardi di dollari e l’apertura di una linea di credito da 6 miliardi di dollari. Ha incluso nel progetto la progressiva chiusura del settore aereo. E il licenziamento di 35mila persone. Il progetto Chrysler, la cui sopravvivenza secondo gli analisti è seriamente a rischio, potrebbe mostrare la disponibilità del fondo Cerberus, proprietario di Chrysler, a far convolare a nozze la società con un altro marchio. Nel mese di novembre le vendite di auto registrate dalla General Motors, la più in crisi delle tre sorelle, hanno fatto registrare un -43%. “La bancarotta non è un’opzione che vogliamo prendere in considerazione” ha rassicurato oggi gli industriali e i lavoratori la speaker della Camera Nancy Pelosi, che ha però aggiunto: “decideremo solo dopo aver esaminato i progetti”.

Commenti

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Il 5 Dicembre 2008 alle 14:54 vincenzo.m. ha scritto:

AD UN DOLLARO…

Il dott. Ric sig. Wagoner avrebbe dovuto presentare le sue dimissioni dopo il ritiro allìadesione dell’agreement che stipulò con la Fiat: agreement che precedeva il salvataggio del top management della Fiat, la delocalizzazione della stessa ed il trasferimento in America della Alfa Romeo.
A quel tempo il Presidente ammetteva la grave crisi che ammantava l’azienda da lui rappresentata. La Fiat, dopo aver subito il duro colpo ed incassato la penale provvedeva alla pianificazione del trasferimento dell’area marketing dell’Alfa Romeo nei primi mesi dell’anno 2009: ulteriori strategie di “collaborazione” atte alla conquista dei mercati, derivanti dall’accordo con la BMW, saranno rese note quanto prima agli azionisti.

Oggi il dott. Ric sig. Wagoner propone la riduzione del suo salario ad un dollaro qualora dovesse ricevere aiuti dallo Stato ma il quesito è: se ad un salario milionario la sua persona non contribuisce al successo della casa da lui rappresentata, è forse possibile risolvere il problema se il salario si riduce ad un dollaro?.
Ora gli azionisti pensano che lavori meglio chi è pagato un dollaro rispetto a chi percepisce un milione?.

Poveri azionisti affascinati da un dollaro.

Il 8 Dicembre 2008 alle 17:17 Il piano Obama mette le ali alle borse. Gm ed Eni superstar » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] Se continua così, lo obbligheranno a parlare tutti i giorni. Come nel giorno dopo l’elezione, come quando ha presentato il suo team economico: le borse accolgono con entusiasmo i programmi del prossimo presidente americano. L’annuncio di un ingente piano di investimenti pubblici in infrastrutture, energia e informatica di sabato da parte di Barack Obama ha fatto sentire i suoi effetti positivi sui mercati asiatici, europei e americani. Rialzi un po’ ovunque in apertura: la borsa di Tokyo ha chiuso con l’indice Nikkei dei 225 titoli principali salito a quota 8.329,05 dopo aver guadagnato ben 411,54 punti pari al 5,19%.A Hong Kong l’Hang Sang Index ha guadagnato il 7,80% a 1.080,64 punti. La borsa di Shanghai invece ha registrato un rialzo dell’3,57% a quota 2.090,77 punti. In Europa si accodano ai maxi-rialzi messi a segno dalle piazze asiatiche. L’indice paneuropeo Dj Stoxx avanza del 5,1% mentre Parigi sale del 6,6%, Francoforte del 6,3% e Londra del 4,7%. A Milano a metà pomeriggio il Mibtel registra un più 4,77%, a 14.796 punti, con crescite per aziende bastonate nell’ultimo mese come Fiat, Unicredit e Banca Intesa-Sanpaolo. Questo dopo una delle settimane peggiori di sempre per le borse europee che avevano lasciato sul terreno circa l’8%. La prospettiva del “più importante piano per le infrastrutture negli Usa dagli anni 50″ ha contribuito al rimbalzo dei prezzi delle delle materie prime, spingendo i titoli del comparto minerario (+8% l’indice Dj Stoxx di settore). Bene anche i petroliferi (+7,2%) che beneficiano della ripresa delle quotazioni del petrolio, tornato sopra ai 44 dollari al barile. Un rialzo che spinge l’ Eni, star dei listini con un aumento del 10%, dovuto soprattutto all’interessamento della compagnia di stato libica all’acquisto di una quota consistente della società controllata dal Tesoro. Vola anche General Motors (+20%), sembra avvicinarsi un voto favorevole del Congresso Usa per le grandi corporations del settore automobilistico, che hanno bisogno immediato di soldi per la sopravvivenza. Anche se questo potrebbe costare caro a Rick Wagoner, amministratore del gigante di Detroit, di cui il leader democratico al Senato Christopher Dodd ha auspicato le dimissioni. Intanto anche Wall Street apre con il segno più le quotazioni: a New York il Dow Jones guadagna il 2,39% e il Nasdaq il 2,21%. [...]

Il 10 Dicembre 2008 alle 16:02 Uno “Zar dell’auto” statale controllerà Gm e Chrysler » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] Con 15 miliardi di dollari la politica americana metterà le mani sui giganti dell’ auto di Detroit. General Motors e Chrysler (la Ford al momento sembra auto-escludersi dal piano perché in condizioni migliori), con l’acqua alla gola, non hanno alternative: accettare i soldi d’emergenza (e le condizioni) del Congresso o chiudere bottega. Era il doppio il denaro pubblico chiesto dai “big three” dell’auto una settimana fa. Ma 15 miliardi sono comunque una cifra considerevole. L’accordo tra i leader del parlamento e la Casa Bianca è stato raggiunto nella notte: l’ha annunciato il senatore democratico del Michigan Carl Levin, uno dei parlamentari più attivi nel giungere ad un accordo perché i tre giganti dell’auto sono nel suo stato. Il piano prevede garanzie a favore del governo sulle ristrutturazioni delle case automobilistiche necessarie per una sopravvivenza a lungo termine. Lo Stato non si limiterà a firmare assegni in bianco ma entrerà direttamente nel capitale azionario di Gm e Chrysler. Non solo: una specie di “Zar dell’Auto”, di nomina presidenziale, sarà incaricato di controllare i piani delle compagnie e avrà il potere, se entro il 31 marzo non verificherà le buone intenzioni delle due società, di chiedere indietro i finanziamenti. Per questa figura, che dovrebbe essere nominata da un George Bush con autorità in scadenza e sempre minore anche sul suo partito, la speaker democratica Nancy Pelosi ha fatto il nome dell’ ex segretario della Fed Paul Volcker. Il pacchetto potrebbe essere messo ai voti mercoledì alla Camera, una volta messi a punto tutti i dettagli, mentre potrebbe avere vita più difficile al Senato, dove la minoranza repubblicana potrebbe bloccare la sua approvazione con manovre ostruzionistiche: per l’approvazione sono infatti necessari i 60 voti favorevoli che i democratici, da soli, non possono garantire: la situazione è di 50 a 49 per il partito di Barack Obama, ma né lui né Hillary Clinton né Joe Biden potranno votare. Molti senatori del partito del presidente Bush si sono mostrati molto critici sul piano. Alcuni hanno mosso l’accusa di “socialismo strisciante”. La sensazione, comunque è che il piano verrà approvato in fretta: dopo aver concesso 700 miliardi a finanza e banche, sarebbe un controsenso lasciare fallire un’industria che occupa milioni di lavoratori negli Usa. Le borse europee hanno reagito bene alle notizie dagli Usa: General Motors guadagna il 6% e Ford il 4% negli scambi a Francoforte secondo le quotazioni Bloomberg. [...]

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