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Forse è solo la punta visibile. La colossale truffa che ha fatto sparire 50 miliardi di dollari versati nei fondi hedge (o meglio, presunti tali) di Bernard Madoff potrebbe nascondere sott’acqua altre sorprese. Alla base di tutto c’è ovviamente la mancanza di controlli. In cima alla piramide c’è l’avidità degli investitori. In mezzo c’è molto altro. Le inchieste in corso proveranno a chiarire, ma non sarà facile.
Il meccanismo della truffa è quello che Panorama ricostruisce nello schema a fondo pagina, dal finanziere americano, ex presidente del Nasdaq (il mercato azionario delle società hi-tech), al risparmiatore finale, spesso inconsapevole, in qualche caso avido. In mezzo molti gestori di fondi di fondi hedge: investivano ingolositi dai risultati dichiarati da Madoff, sempre enormemente positivi.
Il problema è che era tutto falso. I fondi gestiti da Madoff e dai suoi collaboratori, in tutto circa 15, con Feirfield e Kingate che risultavano i due maggiori, erano in realtà fondi per modo di dire. Infatti non avevano di fatto una banca depositaria: si appoggiavano a uffici di contabilità, in pratica non sottoposti ad alcun controllo (di queste pseudobanche ce ne sono sulle isole Bermuda, Cayman, Bahamas, Barbados e in tutti i paradisi fiscali), e comunque il denaro finiva direttamente nelle società del gruppo. Che ben si guardava dall’investire davvero nelle borse.
Il rovello che ora turba il sonno di molti operatori sul mercato è il seguente: quanto sono diffusi i prodotti (dalle obbligazioni strutturate alle polizze vita indicizzate a fondi di fondi hedge) che contengono quei fondi di Madoff? Secondo gli esperti interpellati da Panorama, di polizze del genere ce ne sono parecchie in Italia, ma chi ammetterà di essere vittima della truffa? I primi gruppi italiani costretti a fare i conti sul danno subito sono il Banco Popolare (anche tramite la controllata Aletti Gestielle, per un totale di oltre 60 milioni di euro) e l’Unicredit, per cifre maggiori: la controllata Pioneer aveva investito 280 milioni di dollari nei fondi di Madoff, la Bank Medici (partecipata del gruppo Unicredit) ha un’esposizione per oltre 2 miliardi di dollari. Altri gruppi, plausibilmente, dovranno ammettere la botta.
Ma come è possibile che la truffa sia potuta andare avanti per anni senza che nessuno se ne accorgesse? Racconta a Panorama un gestore di fondi: “Io Madoff l’ho incontrato nel 1997 a New York, quando ero responsabile delle gestioni di un’importante banca italiana. Ero andato a trovarlo su indicazione di alcuni clienti, in particolare della comunità ebraica, che mi consigliavano di puntare su di lui”. E che tipo era? “Una persona squisita che però, quando gli ho chiesto come investiva, mi ha detto che il suo era un processo proprietario molto sofisticato e riservato, quindi non lo poteva rivelare. Sono tornato in Italia e ho detto ai miei clienti: vi consiglio di lasciar perdere”.
Altri, presi dall’avidità, si sono però fidati: “Conosco un investitore italiano che ci ha rimesso 15 milioni di dollari, e il suo family office ancora di più” racconta a Panorama un banchiere. “Il mio amico italiano ha sposato la figlia del presidente di una casa d’investimenti americana e Madoff glielo aveva presentato il suocero”.
Secondo John Rekenthaler, padre della metodologia della società di analisi Morningstar e ideatore del rating (voto) sugli hedge fund, il caso Madoff “è la prova che il settore fa affidamento più sulle strette di mano e i rapporti di amicizia che sulle analisi dei fondi e la competenza professionale. Questa superficialità permette ai gestori più scaltri, che non sono sempre i più capaci, di attrarre investitori”.
Già: i fondi di Madoff guadagnavano sempre, il finanziere s’inventava un risultato positivo anche quando il mercato scendeva del 35 per cento, come a novembre 2008. E il bello è che sui prospetti informativi del fondo Kingate è esplicitamente indicata la possibilità di frode o appropriazione indebita: “Il fondo non ha un custode del patrimonio, ma resta in affidamento all’advisor”, cioè a Madoff e ai suoi affiliati; e “c’è l’eventualità che questi soggetti possano fallire o essere truffati”. Peccato che nessuno legga i prospetti dei fondi.
Come funzionava il trucco: la vecchia catena “di Sant’Antonio”
I fondi di Madoff erano fittizi. Grazie ai risultati dichiarati, sempre molto positivi, ogni mese affluivano più soldi (dalle sottoscrizioni di nuovi clienti) di quelli necessari per far fronte alle richieste di riscatto. La classica catena di Sant’Antonio.
Gli investimenti dei fondi sono fatti normalmente tramite una banca depositaria. Invece con Madoff si utilizzavano conti delle società di gestione del gruppo, senza alcun controllo.
Anche la società di revisione dei fondi di Madoff era fittizia: di fatto era controllata dallo stesso finanziere. E nessuno sembra aver letto i prospetti sul rischio di truffa e appropriazione indebita. Clienti ingolositi dai guadagni Madoff, oltre a dichiarare risultati stratosferici, anticipava ricche cedole agli investitori. In questo modo anche molti fondi di fondi hedge hanno comprato le quote, ingolositi dai guadagni dichiarati.
Un’obbligazione indicizzata ai fondi di Madoff, oppure una polizza vita che investe in questi prodotti: sono i derivati finanziari della grande truffa, ancora sparsi per il mondo.
La signora Maria ha comprato una polizza o un’obbligazione: era inconsapevole che i prodotti fossero legati ai fondi di Madoff. Rischia di non avere alcun guadagno, oppure di perdere tutto.
- Mercoledì 24 Dicembre 2008
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Il 3 Gennaio 2009 alle 19:29 Simone Casadei » Perché in Italia i crack finanziari sono senza rischi ha scritto:
[...] Il signore nella foto è Bernard Madoff, il protagonista di uno degli scandali finanziari del secolo, ideatore di una catena di Sant’Antonio che ha consentito di raccogliere almeno 50 miliardi di dollari che, nell’intenzione degli investitori, dovevano andare a finire in fondi d’investimento ma che, in realtà, venivano incanalati nei portafogli dell’ex presidente del Nasdaq. [...]
Il 5 Gennaio 2009 alle 22:44 Crack Madoff, il Congresso Usa chiede lumi alla Sec » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] L’operato della Sec finisce sotto la lente del Congresso americano che avvia le audizioni per far luce sul caso Bernard Madoff. La Consob americana nel corso degli ultimi 16 anni avrebbe indagato almeno 8 volte sull’attività del finanziarie ora agli arresti domiciliari ma senza riuscire né a smascherare né a intravedere lontanamente lo schema da 50 miliardi di dollari organizzato. Proprio il mancato accertamento della truffa, nonostante le indagini e le segnalazioni, spingerà la Sec a cercare di giustificare davanti al Congresso - spiegano alcuni osservatori - la propria esistenza. E mentre a Washington si cerca di far luce su quanto accaduto, Bernard Madoff si presenta in tribunale per discutere la propria cauzione. Il finanzierie è stato arrestato lo scorso 11 dicembre e dal 17 è agli arresti domiciliari nel suo attico e super attico a Manhattan ed è costretto a indossare un braccialetto elettronico per poter essere sorvegliato al meglio. Al momento dell’arresto Madoff aveva ottenuto la liberta su cauzione impegnandosi a staccare un assegno 10 milioni di dollari. Nel rispetto di quanto imposto dalle autorità, inoltre, il finanziarie ha fatto pervenire alla Sec l’elenco dei propri beni e dei propri conti. Lista che, comunque, non è ancora stata resa pubblica dalla Consob americana, coperta da una pioggia di critiche e costretta ad avviare un’indagine interna per cercare di capire come mai nulla nel corso degli anni è stato fatto su Madoff. Segnalazioni su attività in qualche modo sospette perché troppo redditizie legate proprio a Madoff sono state più volte portate all’attenzione della commissione: secondo quanto dichiarato da Harry Markopolos, ex chief executive investment di Rampart Investment Management e attuale investigatore di frodi fiscali per conto di investitori istituzionali, la Sec non avrebbe però agito. Markopolos ha disdetto la propria apparizione odierna davanti alla Commissione servizi finanziari della camera adducendo motivi di salute. Ma, secondo indiscrezioni, avrebbe sollevato dubbi con la Sec sul finanziare già nel 2000 e avrebbe fatto pressione sulla commissione affinché eseguisse degli accertamenti fino allo scorso anno. In un report di 17 pagine risalente al novembre 2005, cioè tre mesi dopo l’arrivo di Christopher Cox alla guida della Sec, avrebbe segnalato in modo accurato il caso Madoff. Certo è che il non aver intercettato neanche lontanamente lo schema Ponzi sembrerebbe mettere in difficoltà Mary Shapiro, il prossimo presidente della Sec, attualmente alla guida della Financial Industry Regulatory Authority (Finra). Nella truffa messa in piedi da Madoff dovrebbero essere rimaste coinvolte - secondo la stampa americana - circa 4.000 famiglie che, direttamente o indirettamente, avrebbero investito nelle società del finanziere. Intanto il curatore che si occupa della liquidazione della società di investimento di Madoff ha inviato a 8.000 clienti del finanziarie moduli di reclamo, con i quali avanzare le proprie richieste per ottenere almeno parte dei soldi investiti. Le istruzione per compilare i moduli sono state pubblicate sui maggiori quotidiani. [...]
Il 6 Gennaio 2009 alle 0:24 La catena Madoff e gli anelli deboli d’Europa. Che potrebero inguaiare anche l’Italia » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] Nella truffa Madoff (nella quale dovrebbero essere rimaste coinvolte - secondo la stampa americana - circa 4.000 famiglie che, direttamente o indirettamente, avrebbero investito nelle società del finanziere) non sono stati utilizzati solo hedge fund. Spuntano, un po’ a sorpresa, anche alcuni fondi armonizzati alle norme europee e autorizzati al collocamento in Italia. In particolare due di questi prodotti, la sicav (società d’investimento a capitale variabile) lussemburghese Herald e la sicav irlandese Thema, sono stati entrambi promossi dall’austriaca Bank Medici, di cui è azionista con il 25% l’Unicredit (l’istituto è stato recentemente salvato dal governo di Vienna). Le due sicav hanno sospeso nel dicembre scorso le loro quotazioni ammettendo “che la sospensione ha origine dal subcostudian del fondo a New York, la Madoff securities”, spiegano fonti della Consob a Panorama.it. E forse non è finita qui: “Stiamo facendo ulteriori verifiche a 360 gradi”, dicono alla Consob. Anche la Banca d’Italia sta effettuando controlli. Il problema è capire quanta parte di risparmio delle società di gestione e delle banche italiane è stato investito in questi “fondi tossici”: in particolare, per quanto riguarda le gestioni patrimoniali. Comunque, non è compito delle autorità italiane l’intervento nei confronti di soggetti esteri. Anche se la normativa comunitaria dovrebbe favorire il recupero dei soldi affidati a fondi regolamentati. Infatti, le sicav sottoposte alla disciplina europea, in quanto tali, dovrebbero essere più “sicure” rispetto agli hedge funds. Quindi saranno le autorità di controllo irlandesi e lussemburghesi a doversi muovere nei confronti, in particolare, della banca depositaria di Herald e Thema. In entrambi casi, si tratta di una delle principali banche del mondo: la Hsbc (Hong Kong Shanghai Banking Corporation) le cui filiali di Lussemburgo e di Dublino hanno rispettivamente la responsabilità di “custodian” delle due sicav. E secondo il prospetto informativo di Herald e Thema (qui e qui i prospetti informativi delle due sicietà) il “custodian” è responsabile delle somme che gli vengono affidate, anche se poi vengono girate a un “subcustodian” di nome Madoff. Che le fa sparire. Quali sono le cifre in ballo in questa truffa, per quanto riguarda i fondi armonizzati europei che lambiscono l’Italia? Secondo operatori interpellati da Panorama.it, la sicav irlandese Thema aveva in gestione complessivamente 1,2 miliardi di dollari. Invece l’Herald lussemburghese, partito solo all’inizio del 2008, aveva circa 200 milioni di euro. Le masse più importanti della Bank Medici erano invece nel fondo hedge Herald basato alla Isole Cayman, con patrimonio di 1,5 miliardi di euro. E sempre con la Hsbc custode. Le fonti Consob precisano che “la sicav Herald lussemburghese è autorizzata dal giugno 2008 a commercializzare in Italia un solo comparto, chiamato US absolute return, che non è destinato al pubblico retail ma solo agli operatori qualificati”. Quindi, di fatto, solo gli intermediari e gli operatori: ma quante banche e società di gestione del risparmio hanno inserito nei loro portafogli questi fondi? A questa domanda non c’è ancora una risposta precisa: le autorità italiane stanno indagando. La Consob afferma che “il 15 dicembre scorso la sicav Herald ha comunicato la sospensione del calcolo del nav” (il net asset value, cioè il valore del fondo che è indicato dalla quotazione, ndr). Secondo quanto risulta a Panorama.it, anche la sicav irlandese Thema (a sua volta autorizzata in Italia solo agli operatori qualificati) ha scritto il 15 dicembre 2008 agli investitori istituzionali italiani che avevano comprato il prodotto: anche in questo caso la quotazione è sospesa. In pratica i soldi investiti sono bloccati e il problema è ancora una volta il subcostudian a New York, la Madoff securities. In pratica cosa è successo? Alcuni fondi armonizzati europei, venduti con l’ok delle autorità di controllo italiane, erano in realtà “fondi tossici” di Madoff. E ora si stanno facendo ulteriori verifiche in particolare sulle gestioni patrimoniali. Bisogna distinguere tra hedge funds e prodotti autorizzati al collocamento in Italia. Per esempio la sicav Luxalpha, gestita dall’Ubs e coinvolta nella truffa Madoff, non sarebbe armonizzata alle normative europee. Ma in definitiva, secondo quanto risulta a Panorama.it, i segreti della truffa Madoff ancora non emersi sono custoditi proprio nelle banche depositarie. La Hsbc sicuramente. Ma anche altre grandi banche. E sopratutto, negli Stati Uniti, la JP Morgan. [...]
Il 6 Gennaio 2009 alle 4:17 La catena Madoff e gli anelli deboli d’Europa. Che potrebero inguaiare anche l’Italia | El Gallito Blog ha scritto:
[...] Nella truffa Madoff (nella quale dovrebbero essere rimaste coinvolte - secondo la stampa americana - circa 4.000 famiglie che, direttamente o indirettamente, avrebbero investito nelle società del finanziere) non sono stati utilizzati solo hedge fund. Spuntano, un po’ a sorpresa, anche alcuni fondi armonizzati alle norme europee e autorizzati al collocamento in Italia. In particolare due di questi prodotti, la sicav (società d’investimento a capitale variabile) lussemburghese Herald e la sicav irlandese Thema, sono stati entrambi promossi dall’austriaca Bank Medici, di cui è azionista con il 25% l’Unicredit (l’istituto è stato recentemente salvato dal governo di Vienna). Le due sicav hanno sospeso nel dicembre scorso le loro quotazioni ammettendo “che la sospensione ha origine dal subcostudian del fondo a New York, la Madoff securities”, spiegano fonti della Consob a Panorama.it. E forse non è finita qui: “Stiamo facendo ulteriori verifiche a 360 gradi”, dicono alla Consob. Anche la Banca d’Italia sta effettuando controlli. Il problema è capire quanta parte di risparmio delle società di gestione e delle banche italiane è stato investito in questi “fondi tossici”: in particolare, per quanto riguarda le gestioni patrimoniali. Comunque, non è compito delle autorità italiane l’intervento nei confronti di soggetti esteri. Anche se la normativa comunitaria dovrebbe favorire il recupero dei soldi affidati a fondi regolamentati. Infatti, le sicav sottoposte alla disciplina europea, in quanto tali, dovrebbero essere più “sicure” rispetto agli hedge funds. Quindi saranno le autorità di controllo irlandesi e lussemburghesi a doversi muovere nei confronti, in particolare, della banca depositaria di Herald e Thema. In entrambi casi, si tratta di una delle principali banche del mondo: la Hsbc (Hong Kong Shanghai Banking Corporation) le cui filiali di Lussemburgo e di Dublino hanno rispettivamente la responsabilità di “custodian” delle due sicav. E secondo il prospetto informativo di Herald e Thema (qui e qui i prospetti informativi delle due sicietà) il “custodian” è responsabile delle somme che gli vengono affidate, anche se poi vengono girate a un “subcustodian” di nome Madoff. Che le fa sparire. Quali sono le cifre in ballo in questa truffa, per quanto riguarda i fondi armonizzati europei che lambiscono l’Italia? Secondo operatori interpellati da Panorama.it, la sicav irlandese Thema aveva in gestione complessivamente 1,2 miliardi di dollari. Invece l’Herald lussemburghese, partito solo all’inizio del 2008, aveva circa 200 milioni di euro. Le masse più importanti della Bank Medici erano invece nel fondo hedge Herald basato alla Isole Cayman, con patrimonio di 1,5 miliardi di euro. E sempre con la Hsbc custode. Le fonti Consob precisano che “la sicav Herald lussemburghese è autorizzata dal giugno 2008 a commercializzare in Italia un solo comparto, chiamato US absolute return, che non è destinato al pubblico retail ma solo agli operatori qualificati”. Quindi, di fatto, solo gli intermediari e gli operatori: ma quante banche e società di gestione del risparmio hanno inserito nei loro portafogli questi fondi? A questa domanda non c’è ancora una risposta precisa: le autorità italiane stanno indagando. La Consob afferma che “il 15 dicembre scorso la sicav Herald ha comunicato la sospensione del calcolo del nav” (il net asset value, cioè il valore del fondo che è indicato dalla quotazione, ndr). Secondo quanto risulta a Panorama.it, anche la sicav irlandese Thema (a sua volta autorizzata in Italia solo agli operatori qualificati) ha scritto il 15 dicembre 2008 agli investitori istituzionali italiani che avevano comprato il prodotto: anche in questo caso la quotazione è sospesa. In pratica i soldi investiti sono bloccati e il problema è ancora una volta il subcostudian a New York, la Madoff securities. In pratica cosa è successo? Alcuni fondi armonizzati europei, venduti con l’ok delle autorità di controllo italiane, erano in realtà “fondi tossici” di Madoff. E ora si stanno facendo ulteriori verifiche in particolare sulle gestioni patrimoniali. Bisogna distinguere tra hedge funds e prodotti autorizzati al collocamento in Italia. Per esempio la sicav Luxalpha, gestita dall’Ubs e coinvolta nella truffa Madoff, non sarebbe armonizzata alle normative europee. Ma in definitiva, secondo quanto risulta a Panorama.it, i segreti della truffa Madoff ancora non emersi sono custoditi proprio nelle banche depositarie. La Hsbc sicuramente. Ma anche altre grandi banche. E sopratutto, negli Stati Uniti, la JP Morgan. Categories : Varie [...]
Il 19 Gennaio 2009 alle 14:09 Scandali finanziari: la banda di Bernie Madoff » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] A Palm Beach, ground zero della truffa del secolo, dopo avere pronunciato il nome che una volta faceva sognare guadagni favolosi ora la gente sputa. A rendere rivoltante Bernard Madoff, che una volta da queste parti era noto come “il buono del tesoro ebraico”, è la spregiudicatezza con cui ha mandato in rovina alcune delle associazioni filantropiche più famose d’America, dalla Foundation for humanity del premio Nobel Elie Wiesel alla Wunderkinder foundation di Steven Spielberg. Ma secondo le ipotesi degli inquirenti c’era una ragione precisa per cui il finanziere newyorkese amava avere fondazioni benefiche tra i suoi clienti: la maggior parte di queste associazioni per statuto non utilizza più del 5 per cento del proprio patrimonio ogni anno. A differenza dei privati, le charity non avevano l’esigenza di ritirare i fondi amministrati dalla Madoff Investment Securities Llc, che così poteva usare quel denaro per far figurare fittizi guadagni da esibire ai nuovi clienti. Con stratagemmi come questi il “vecchio Bernie” aveva trovato il modo di estendere nel tempo lo schema ideato da Charles Ponzi: all’inizio del Novecento l’italoamericano era riuscito a truffare i suoi investitori solo per otto mesi, Madoff almeno per 10 anni. Un periodo che gli investigatori federali stanno ripercorrendo documento per documento negli uffici della Madoff nel Lipstick building, sulla Lexington avenue a Manhattan. Speciale attenzione è riservata ai rendiconti che ricevevano i clienti, stranamente prodotti con una antiquata stampante a impatto. Molte transazioni risultano gonfiate: titoli Citigroup comprati a 12 dollari quando quel giorno valevano tra i 9 e i 10 dollari, Google a 337 mentre nella realtà il prezzo oscillava tra i 310 e i 320 dollari. E poi quasi nessun segno negativo: Madoff preferiva assorbire le perdite piuttosto che rovinare i risultati di investimenti divenuti famosi perché mostravano guadagni costanti fra il 10 e il 18 per cento. Più della logica che portava il finanziere a ingigantire le sue contrattazioni ora gli inquirenti cercano di capire chi facesse parte della banda Madoff, che secondo l’ultimo conteggio ha portato a 42 miliardi di perdite, la metà delle quali fuori dagli Stati Uniti. “Che agisse da solo, come ha dichiarato, è praticamente impossibile” spiega a Panorama l’ex investigatore federale Robert Mintz. Alla ricerca di chi possa aver automatizzato la produzione di documenti falsificati gli inquirenti stanno esaminando con particolare attenzione la posizione di Peter Madoff, fratello di Bernard e suo numero due. Abile informatico, Peter dirigeva le operazioni di brokeraggio dal 19esimo piano del Lipstick building, due piani sopra agli uffici senza targa sulla porta del fratello Bernard. In realtà la separazione dei poteri era simbolica: a fianco di Peter lavorava per esempio Alvin Sonny Delaire jr, uno dei tanti mediatori che si occupavano di procacciare fondi per Bernard. Dopo avere lavorato presso Madoff, Delaire si è spostato di pochi uffici sullo stesso piano alla Cohmad, società di cui Bernard Madoff detiene il 20 per cento. Formalmente un’agenzia di brokeraggio, la Cohmad aveva un ruolo centrale nel reclutamento di nuovi clienti. Tra i suoi dipendenti c’era Robert Jaffe, che agli amici si descrive come un filantropo, uno dei mediatori che giravano in Aston Martin per le ville di Palm Beach a trovare clienti. Genero di Carl Shapiro, uno dei primi mentori di Madoff (che lo ha ripagato sottraendogli 545 milioni di dollari), ora Jaffe ha deciso di collaborare con la giustizia. Grazie a lui gli inquirenti sperano di capire quanto sapessero delle reali attività di Madoff le grandi istituzioni finanziarie e i personaggi che ruotavano attorno a una quindicina di “feeder fund”, fondi che gli fornivano finanziamenti. La classifica delle vittime del finanziere newyorkese è capeggiata da fondi come Fairfield Sentry del finanziere Walter Noel (7,5 miliardi persi), Tremont (3,3) o Ascot di Ezra Merkin, che era anche presidente della sinagoga sulla Quinta strada. Ci hanno rimesso soldi pure il colosso spagnolo Santander, 2,9 miliardi, e l’italiano Unicredit, 1 miliardo. È pur vero che per almeno vent’anni i gestori di questi fondi hanno percepito commissioni milionarie da Madoff, il quale invece di pretendere una quota del 2 per cento sul capitale e del 20 per cento sugli utili, come altri hedge fund, si accontentava di guadagnare sulle transazioni di borsa attraverso la sua agenzia di brokeraggio. Accordo per lui svantaggioso e fuori dell’ordinario a Wall Street. “La verità è che tutti sapevano da anni che si trattava di una truffa, e chi lavorava con Bernard è perlomeno colpevole di avere ignorato le voci di corridoio” dice il gestore di un hedge fund che chiede di rimanere anonimo. Nel 2001 apparve sulla stimata rivista finanziaria Barron’s un articolo che metteva in dubbio la buona fede di Madoff. E nel 2005 la Sec, ovvero la Consob americana, riceveva dal gestore di fondi Harry Markopolos un’informativa di 17 pagine intitolata: “L’hedge fund più grande del mondo è una frode”. Ci sono stati nel corso degli anni otto controlli, di cui quattro indagini ufficiali, adesso la Sec cerca di capire cosa non ha funzionato. Certo contava che Arthur Levitt, chairman della Sec per otto anni, si fidasse di Madoff al punto da farne uno dei suoi principali consulenti. Il finanziere si vantava in pubblico dei suoi legami nell’agenzia. La nipote Shana, che dirigeva l’ufficio “compliance” della Madoff, è stata sposata con uno degli ispettori della Sec. Gli inquirenti stanno indagando su questo legame e su come sia possibile che l’hedge fund più grande del mondo abbia operato per anni senza controlli. Quando un fondo sovrano arabo chiese di mandare quattro contabili per le verifiche prima di un investimento, si sentirono dire che gli unici abilitati all’auditing della Madoff erano tre impiegati dell’agenzia Friehlin and Horowitz, società che prende il nome da Jerome Horowitz e da sua figlia Robin, entrambi ex dipendenti della Madoff. Negli ultimi dieci anni ha anche versato circa 900 mila dollari a senatori di Washington dove impiegava una società di lobbisti. Tuttavia, anche la rete delle complicità non basta a spiegare come decine di miliardari, da Mort Zuckerman a Marc Rich, siano stati ammaliati da Madoff. Gli ebrei di New York mettono quelli come Madoff nella categoria dei “mensch”, parola yiddish che identifica gli animi buoni. Sono quelli di cui ti fidi ciecamente, come fece Norma Hill, 68 anni, quando vent’anni fa morì suo marito. “Ero disperata e andai da Bernie” racconta la Hill. “Lui mi mise la mano sulla spalla e mi disse: ‘Non preoccuparti, dei tuoi soldi mi prendo cura io’”. Inutile dire che ora di quei 2 milioni di dollari s’è persa ogni traccia. [...]
Il 5 Febbraio 2009 alle 22:14 Anche Spielberg nella “Lista di Madoff”: 162 pagine di truffati » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] Cos’hanno in comune il regista Steven Spielberg, gli attori Kevin Bacon e John Malkovich, la stella del baseball Sandy Koufax, l’anchorman Larry King, la famiglia Kissinger, il senatore del New Jersey Frank Lautenberg, le banche Ubs, Bank of America, Citigroup, Bnp Paribas, Bbva, Santander e Credit Suisse? Figurano tutti nella “lista di Madoff“, ovvero tra le persone e le entità che avrebbero perso soldi nella gigantesca truffa di Bernard Madoff, guru della finanza Usa ed ex presidente del Nasdaq. L’elenco, reso pubblico oggi dalla Bankruptcy Court del Southern District di New York, ha una lunghezza di 162 pagine. In totale vi sono citate 13.567 persone e società. La lista è stata elaborata da Alix partners, una società di Dallas, su incarico di Irving Picard, l’amministratore dei beni di Madoff, per sapere le entità da risarcire. Per quanto sarà possibile, visto che la quantità di denaro polverizzata nel corso degli anni dallo “Schema Ponzi” (una sofisticata versione della catena di Sant’Antonio) di Madoff ammonterebbe alla cifra astronomica di 50 miliardi di euro. Più della Parmalat, poco meno di Enron, per citare due dei più celebri casi di crack finanziari degli ultimi anni. I beni e i conti di Madoff sono stati congelati dall’arresto del settantenne finanziere, che si trova ai domiciliari nel suo appartamento di Manhattan dopo aver confessato. Sempre secondo la lista resa pubblica, tra le persone coinvolte nella truffa ci sarebbe parte della stessa famiglia di Madoff (i figli Mark e Andrew e il fratello Peter) e persino una dei suoi avvocati, Ira Sorkin, che ha affermato che l’elenco potrebbe essere solo una mailing list, e che quindi le persone effettivamente coinvolte potrebbero essere di meno. Sorkin non ha voluto comunque confermare di aver investito nel fondo della Madoff Investment Securities. Nel lungo elenco - secondo Radiocor - ci sono anche tre indirizzi italiani. Sono quelli di Andrea e Paolo Dini di Varese (residenza e nomi coincidono con la famiglia di imprenditori alla guida della Paul and Shark, attivi anche nel settore immobiliare), dell’economo generale della Congregazione dei Redentoristi a Roma e di un abitante di Milano 2. Tra le entità bancarie una delle più esposte è risultata la spagnola Banco Santander, che ha annunciato risarcimenti a tutti i clienti che registreranno perdite a causa della truffa. Secondo le stime avanzate nei giorni scorsi dallo studio di avvocati spagnoli Calvo Sotelo che ha avviato una class action per il crac, all’indirizzo anche del Santander (i cui clienti sono esposti per 2,33 miliardi di euro), le vittime della truffa potrebbero essere tre milioni, considerando anche quanti hanno investito indirettamente. [...]
Il 21 Marzo 2009 alle 12:30 Investimenti ad alto rischio, speculazione, piramidi, multilivelli, catene e farfalle. Atto I « gioggi2002’s blog ha scritto:
[...] Come funzionava il trucco: la vecchia catena “di Sant’Antonio” I fondi di Madoff erano fittizi. Grazie ai risultati dichiarati, sempre molto positivi, ogni mese affluivano più soldi (dalle sottoscrizioni di nuovi clienti) di quelli necessari per far fronte alle richieste di riscatto. La classica catena di Sant’Antonio. [...]
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