Regioni italiane: quelle dove il Pil è d’acciaio

Un operaio metalmeccanico
di Alessandra Gerli

Sono Emilia-Romagna e Valle d’Aosta le campionesse del Pil 2008. Nell’Italia in recessione, solo in queste due regioni il prodotto interno lordo cresce, sia pure dello 0,1 per cento. Il fronte del Pil che tiene, raddoppia con Lazio e Trentino-Alto Adige, dove, a conti fatti, si dovrebbe chiudere con crescita a zero. Nelle altre regioni si va sotto. Queste le stime della società di ricerche Prometeia e dell’Unioncamere, l’ente che riunisce le Camere di commercio. Anche se spesso è questione di decimali, di zero virgola in meno, la mappa che ne esce mostra un generale indietreggiare dell’economia: dalla Lombardia, che crea oltre un quinto del pil nazionale, ma dove quest’anno potrebbero mancare all’appello 530 milioni di euro, alla Basilicata, che due anni fa era seconda nella classifica dei maggiori incrementi (più 2,8 per cento) e ora si ritrova prima in quella delle cadute più vistose (meno 1,3).

Come hanno fatto, nel quadrilatero del pil, a frenare l’onda della recessione? “Solo grazie all’export” si è risposta la Confindustria dell’Emilia-Romagna, snocciolando risultati effervescenti nella prima parte dell’anno. La seconda metà non è stata così brillante, ma “qui siamo sempre stati salvati dalle esportazioni” conferma la Banca d’Italia di Bologna. Che avverte come, dopo i cali di Spagna e Usa, “con la crisi tedesca i problemi si fanno pesanti anche per la meccanica”: ovvero per l’architrave di economia ed esportazioni, che “ha fatto la differenza anche nel 2008″ dice il capo del centro studi dell’Unioncamere locale Guido Caselli. “Le nostre imprese meccaniche si sono orientate su prodotti innovativi e sulla meccanotronica in particolare” spiega. “Per questo sono tanto competitive”.

Tra i fuoriclasse ci sono vip come la Ferrari o la Technogym e primatisti particolari come la Gd, numero uno al mondo nelle macchine che impacchettano sigarette, o la Ima, leader globale in quelle delle bustine da tè. “Tutte imprese che hanno giocato la carta dell’alta gamma, investono in ricerca il 7 per cento del fatturato e nascono dai vecchi istituti tecnici, da dove sono usciti i periti che hanno fatto storia” riassume Roberto Pelosi, direttore del Crit, un consorzio che fa da piattaforma per l’innovazione.

“Turismo, centrali idroelettriche, l’edilizia che fa case e strade, l’acciaio”. Peter Bieler, alla guida di Bilancio, finanze e patrimonio in Valle d’Aosta, elenca i “piccoli pilastri della nostra economia” che hanno tenuto nel 2008. A contare anche “le limitate dimensioni, che attutiscono i fenomeni nel bene e nel male”. Ma per Bieler, fama da economista di punta in regione, la solidità sta “nell’elevata presenza percentuale di economia reale”. Proprio da una colonna come la Cogne Acciai Speciali, però, arriverà qualche dolore. La fabbrica che gli svizzeri Marzorati salvarono dal disastro dell’Ilva 15 anni fa oggi produce il grosso delle esportazioni valdostane. Prima in Europa nelle barre per le valvole delle auto, sta soffrendo lo sboom delle quattro ruote e ora chiuderà per 20 giorni.

Come in Valle d’Aosta, anche in Trentino e Alto Adige lo statuto di autonomia è considerato un punto di forza per l’economia. “Significa un certo autogoverno, nel nostro caso un buon governo e una spesa pubblica abbastanza consistente” spiega Stefan Perini dell’Istituto di ricerca economica della Camera di commercio di Bolzano. “Si traduce in redditi più stabili e, di conseguenza, in stabilità nei consumi” scende nei dettagli Enrico Zaninotto, professore all’Università di Trento: “La pubblica amministrazione, di norma, non licenzia, anche se è il primo produttore di precariato”. Autonomia significa anche libertà di varare una manovra anticrisi da 800 milioni, pari al 6 per cento del pil trentino: 500 in opere pubbliche, 300 pro precari.

A Roma il clima è decisamente diverso: dopo il sorpasso su Milano del 2004, è arrivata la doccia fredda del 2008: “Per la prima volta” rileva la Banca d’Italia “Roma e provincia appaiono meno dinamiche del resto del territorio laziale”. Un bel guaio, per un’economia che gira sulla capitale. “Sono arrivati al pettine alcuni nodi” sintetizza Matteo Caroli, vicepreside di economia alla Luiss. “Quel che manca è una politica mirata, che induca le grandi straniere a restare in Lazio”, meglio se sfruttandone la vera forza: il più alto livello di istruzione d’Italia e il maggior numero di ricercatori.

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