
È nerissima la previsione contenuta nel Bollettino economico di Bankitalia che, per stessa ammissione degli economisti di Via Nazionale, delinea un quadro molto più negativo rispetto a quello degli altri previsori: la stima di crescita è inferiore di 8-9 decimi di punto percentuale per l’anno in corso, mentre per il 2010 le differenze sono meno marcate, nell’ordine di 2-3 decimi.
Tenendo conto della caduta, superiore alle attese, della produzione industriale nello scorcio del 2008, in particolare del dato di novembre, diffuso il 14 gennaio, si prevede ora che in Italia la fase recessiva prosegua nel 2009 e che il prodotto torni a espandersi nel 2010, beneficiando di una ripresa dell’economia mondiale e degli scambi internazionali.
Il calo del 2% di Pil quest’anno ipotizzato da Bankitalia non preoccupa il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: “E allora?” dice il ministro commentando il dato appena uscito. “Vuol dire che torniamo come nel 2005-2006. È così grave? Non mi sembra il Medioevo”.
A dare il senso della gravità della crisi è il tonfo della produzione industriale. Nel quarto trimestre dell’anno scorso l’indice sarebbe caduto di circa il 6%. Nella media del 2008 il calo sarebbe stato intorno al 4%.
“Si tratterebbe”, rilevano i tecnici di Palazzo Koch, “di uno dei peggiori risultati dal secondo dopoguerra; l’intensità del calo è sin qui simile a quella registrata nella crisi 1974-75 in cui, dopo un anno e mezzo, la contrazione dell’attività superò cumulativamente il 20%”. E per il futuro poco spazio all’ottimismo: “I sondaggi congiunturali non lasciano intravedere una ripresa dell’attività manifatturiera a breve termine”.
In grave difficoltà anche l’export. Le vendite italiane all’estero si contrarranno di oltre il 5% nel 2009, per aumentare poi del 4% nel 2010, sulla scia della possibile ripresa degli scambi internazionali e di un lieve guadagno di competitività. La contrazione della domanda interna è destinata a intensificarsi quest’anno, riflettendo in particolare una caduta di oltre il 7% dell’accumulazione di capitale.
I consumi, che rimarranno stagnanti, risentiranno meno delle condizioni cicliche avverse, grazie all’impatto favorevole della riduzione dell’inflazione sulla capacità di spesa delle famiglie. Inoltre, potrebbero beneficiare delle misure recentemente approvate dal Governo a favore delle famiglie meno abbienti. L’aumento della spesa in servizi e beni non durevoli compenserebbe il calo di circa il 4% degli acquisti di beni durevoli. Nel 2010, poi, con il miglioramento delle condizioni cicliche, i consumi tornerebbero a crescere a un ritmo appena inferiore a quello previsto per il Pil. Il reddito disponibile del settore privato aumenterebbe in media di circa lo 0,2% in termini reali nel 2009-2010, dopo una marcata diminuzione, superiore all’1%, nel 2008.
Contemporaneamente è destinata a raffreddarsi l’inflazione. Il 2009 potrebbe chiudere con un incremento dell’1,1% in media d’anno, il 2010 dovrebbe terminare con l’1,4%. La dinamica salariale, dopo l’aumento temporaneo registrato nel 2008 in corrispondenza con il rinnovo della maggior parte della maggior parte dei contratti, scenderà di nuovo nel 2009. A beneficiarne sarà il costo del lavoro per unità di prodotto che, pur in presenza di un nuovo calo della produttività in concomitanza con il peggioramento delle condizioni del ciclo, rallenterebbe quest’anno per circa due punti percentuali, al 3,8% nel settore privato e al 3,2% nell’intera economia. La debolezza ciclica indurrà un ulteriore flessione dei margini di profitto.
- Giovedì 15 Gennaio 2009
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Commenti
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Il 21 Gennaio 2009 alle 18:02 L’ottimismo di Berlusconi: “Questa crisi non è un dramma” » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] Quel calo del 2% del pil che si paventa in Banca d’Italia, significherebbe “tornare indietro di due anni e noi allora non stavamo così male”. Il premier invita anche a considerare che “un momento di riflessione in un’epoca di consumismo non è affatto drammatica”. Piuttosto “la profondità della crisi dipende da noi, dai consumatori europei. Per questo l’unica paura che dobbiamo avere è di avere troppa paura”. Insomma l’appello è a non ridimensionare i consumi, a non cambiare lo stile di vita, per timore delle previsioni negative perché questo non farebbe altro che aggravare la situazione. [...]
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