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L’Adriatico non è il mare del Nord e la Basilicata non è il Texas, ma anche l’Italia nel suo piccolo custodisce un tesoro di gas e petrolio. A differenza del resto del mondo, però, dove la presenza di idrocarburi nel sottosuolo è considerata un dono della provvidenza, qui quel bendidio spesso genera più polemiche che ricchezza.
Con un deficit energetico nazionale annuo di 50 miliardi di euro (3,7 per cento del pil nel 2008) e un sistema dipendente dalle importazioni in misura più che doppia rispetto agli altri paesi industrializzati europei (85 per cento contro il 40), la questione dell’insufficiente sfruttamento delle risorse tocca vette di insensatezza. E diventa addirittura irritante in momenti come questo, con i rifornimenti di gas provenienti via tubo dalla Siberia attraverso l’Ucraina a rischio di interruzione a causa del contenzioso ormai endemico sul pagamento delle forniture tra la Repubblica russa e Kiev.
In tema di sfruttamento delle risorse energetiche l’Italia va addirittura all’indietro come i gamberi e solo negli ultimi mesi sta tentando di riprendere un cammino lineare. Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, e quello dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, hanno firmato 23 tra concessioni e permessi di ricerca in mare più 14 autorizzazioni per stoccaggi di gas in prevalenza a favore della Stogit dell’Eni in Valpadana. Ma il ritardo accumulato resta grave: l’estrazione annua di petrolio è ferma tra i 5 e i 6 milioni di tonnellate e l’accordo per sfruttare in pieno i giacimenti della Basilicata non è ancora del tutto operativo a 11 anni dalla firma. In meno di un quindicennio la produzione di gas è scesa da 20 a 10 miliardi di metri cubi e 7 anni fa sono state bloccate per legge le estrazioni dai giacimenti nell’Alto Adriatico (34 miliardi di metri cubi sicuri) per paura che provocassero il fenomeno della subsidenza facendo sprofondare, in pratica, Venezia e la laguna.
La scarsa utilizzazione di metano e petrolio non dipende dal graduale esaurimento dei giacimenti, dall’insufficienza di convenienze economiche nell’estrazione o da investimenti inadeguati da parte dei concessionari. La penuria e i soldi non c’entrano, anzi, le ricchezze residue restano ingenti e molto desiderate dalle società energetiche, mentre le ultime ricerche hanno consentito l’individuazione di altre aree produttive lungo una linea vasta del paese, una specie di falce di luna che dalla Sicilia si estende verso Calabria e Basilicata fin sulla costa adriatica per inarcarsi infine in Val Padana (vedi cartina a fianco).
Secondo stime dell’Ufficio minerario, le riserve accertate di petrolio ammontano a 840 milioni di barili a cui si aggiunge un potenziale addizionale tra i 400 e i mille milioni per un valore in euro tra i 90 e i 130 miliardi. Per quanto riguarda il gas, le riserve equivalgono a 130 miliardi di metri cubi con un potenziale aggiuntivo tra 120 e 200 per un valore tra 75 e 100 miliardi di euro. Somme su cui lo Stato o le Regioni potrebbero incassare almeno il 7 per cento di royalties e il 40 per cento di tasse. Senza contare l’effetto sull’occupazione diretta e l’indotto.
Il fenomeno dello scialo energetico è tipicamente italiano, frutto di un miscuglio di ragioni, con in testa quelle ambientaliste che spesso si sposano con l’ostruzionismo del partito trasversale del no. A cui si aggiunge un motivo particolare, quello delle «competenze concorrenti». Un’espressione che indica che anche su gas e petrolio, soprattutto quando si tratta di giacimenti terrestri (nel mare la faccenda cambia un po’), possono mettere becco una pluralità di soggetti, a cominciare dalle Regioni. E manco a dirlo la faccenda si complica talmente che tra Valutazioni di impatto ambientale (Via), conferenze di servizi, perizie ed indagini, lo sfruttamento del sottosuolo si trasforma spesso in un estenuante gioco dell’oca.
In teoria il rilascio delle concessioni in mare dovrebbe risultare più sbrigativo perché in capo allo Stato centrale, ma la pratica è diversa. Per esempio restano inutilizzati i giacimenti di gas Annamaria A e Annamaria B al largo delle Marche (10 miliardi di metri cubi accertati) che dovrebbero essere sfruttati in parti uguali dall’Eni e dalla croata Ina. L’impianto croato, per la verità, è già stato piazzato, ma non può entrare in funzione perché manca quello italiano che resta in attesa dell’ok ministeriale.
Il caso dell’Alto Adriatico, poi, rasenta l’assurdo. Nella parte croata le estrazioni di gas da parte di Ina ed Eni vanno avanti a tutto spiano, ma quelle della parte italiana sono ferme. Un decreto recente del governo cancella il blocco del 2002 concedendo un filo di speranza ai 7 concessionari, con in testa Eni, Edison e Shell, che potrebbero riprendere l’attività, ma solo dopo aver dimostrato che l’estrazione non provoca subsidenza. All’Eni assicurano di avere gli studi che lo provano e invitano ad un confronto il governatore del Veneto, Giancarlo Galan, da sempre contrario e a cui spetta la parola definitiva. Ma l’incontro non si fa, il gas resta nei fondali e lo spreco continua.
- Domenica 18 Gennaio 2009
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Il 19 Gennaio 2009 alle 16:41 vincenzoaliascontadino ha scritto:
Lo sfacelo viene da lontano dai tempi di Prodi e della gestione DC-PCI mentre, il PSI e craxiani pagarono il conto di tangentopoli: altri miracolati e con Mani Puliti si sbianchettati o lavate con Perlana? Ricordate il povero Cagliari? Io setsso scrissi un paio di post sui royality della regione, circa 2 miliardi che il Governatore della Regione Basilicata, ma per me ancora LUCANA vale a dire Bubbico, né Vito De Filippo non hanno fatto molto per la gente con Infrastrutture e sviluppo petrolifero, mi pare siano anche indagati! Prodi era il Deus Man dell’I.R.I. che al sentirlo (io c’ero dietro la porta di Di Pietro con tanti giornalisti e Pamparana del tg5 ) da faceva incazzare Petrus er schiavettones, allora un gradino sotto DIO Manus! Comunque, di quel giorno nell’archivio de Il Giornale ci sono 7 pagine d’interrogatorio del futuro alias Mortadella. Purtroppo capitolo chiuso a parte l’era di Enrico Mattei che per fortuna quel giorno 27 ottobre 1962 a Bascapé, mi trovavo a caccia a San Donato e non verso Bascapè, solito andare a cacciare col mio fuciletto: era il mio compleanno m’ero fermato prima a restare a babbuire come “ stupidotti cacciatori “ sparavano i piccioni in una struttura appena dopo San Donato, datosi che dovevo cenare da un compaesano. In poche parole persi anni da quel boom che con l’era delle BR, nessuno poteva contraddire nessuno: così ora ancor peggio dal 1992, quando Mani Pulite tolse quella spinta di rischiare politicamente.Ultimo negli anni ‘60 il mio professore, nonchè ingenere della ” Supercortemaggiore ” a Pisticci diceva che non potevano estrarre per mancanze di atttrezzature, ma che il petrolio c’era molto, ma in profondità in Val Basento e Val D’Agri. vincenzoaliasilcontadino@gmail.com Matera
Il 19 Gennaio 2009 alle 21:02 gianberta ha scritto:
Ragioniamo un po’………..
Mandiamo a casa i tecnici e i “cosiddetti VERDI” e cerchiamo l’uovo di Colombo!
Adria, da cui il nome Adriatico, era sull’estuario del Po, NON nel delta………………… Attualmente Adria è una cittadina di terraferma………. Il Delta è MOOOLTO precedente alla Rivoluzione Industriale!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Estraiamo qualche m3 di metano da Ravenna………….. qualche mm di subsidenza: nessuno se ne accorgerà! Usiamo questo metano per dragare il PO per renderlo navigabile! Quante milioni di tonnellate di CO2 risparmiati?
Tonnellate di inerti da smaltire? NO PROBLEM…………… Una diga in terra battuta ad OTRANTO! Non è vero che l’Adriatico è destinato a diventare un lago? AIUTIAMOLO! Una diga ad Otranto e addio (forse) all’acqua alta a Venezia…………. PECCATO!!!!!!!!!! Venezia vive anche sull’acqua alta!……………
Estraiamo energia dal nostro territorio per tutte le sue potezialità…………………… DIVENTIAMO GLI SHEICCHI D’EUROPA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Non importa se Gheddafi ci accusa di ridurre le “sue” riserve……………
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