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Oreste Vigorito era un avvocato di Avellino e oggi è il signore dell’eolico italiano. Con il gruppo Ivpc gestisce la gran parte delle centrali a vento installate in Italia, fattura 250 milioni, occupa 420 persone e muove un indotto che vale almeno altri mille posti di lavoro.
La sua storia incarna quel sogno “green” che sta attraversando l’economia mondiale fiaccata dalla recessione: far crescere reddito e occupazione grazie all’energia pulita. Ricchezza grazie al sole, al vento, ai rifiuti del legno, ai piccoli corsi d’acqua e persino ai vapori sotterranei. D’altronde, i ritmi di crescita delle rinnovabili in Italia ricorda gli entusiasmi della new economy, con la differenza che a sostenerla c’è un’industria reale. Ci sono le grandi imprese dell’energia e persino la ricchezza dei petrolieri.
Secondo uno studio di Nomisma Energia realizzato in esclusiva per Panorama, oggi il settore eolico, fotovoltaico e delle biomasse generano da soli un fatturato di oltre 5 miliardi di euro al netto dell’import e degli investimenti. Nel 2002 non si arrivava al miliardo e mezzo. E il boom non ha trascurato nessun comparto: in un anno il fatturato complessivo è aumentato del 44 per cento. Il fotovoltaico ha raddoppiato, passando da 339 milioni a 700. L’industria dell’eolico (2 miliardi e 196 milioni) ha aumentato i suoi ricavi di oltre 43 punti di percentuale. E le biomasse oggi valgono 2 miliardi e 285 milioni, con un incremento netto di 564 milioni di euro.
Come non credere dunque al sogno green, un settore “obbligato” a crescere? L’impegno preso con l’Europa, impone di portare dal 17 al 30 per cento la quota verde dei consumi elettrici. E se oggi gli occupati del settore sono circa 60mila, “entro il 2020 potrebbero essere centomila in più” sottolinea Roberto Longo, presidente dell’associazione dei produttori di energia rinnovabile (Aper).
Il problema è capire se l’industria è pronta. “Purtroppo gran parte del valore aggiunto oggi finisce all’estero” sottolinea Giuseppe Mastropieri, autore della ricerca. “Mentre sviluppare un adeguato sistema produttivo nazionale significherebbe aumentare il giro di affari di un buon 50-60 per cento”. Prendiamo il caso dell’eolico: la produzione cresce a un ritmo che supera il trenta per cento l’anno, ma il mercato degli aerogeneratori resta in mano ad un manipolo di case straniere guidate dalla danese Vestas: la consolazione è che almeno quest’ultima ha in Puglia due stabilimenti con 700 dipendenti.
Attorno ai pionieri dell’eolico italiano (Edison, Enel, Ivpc) è cresciuto così un mercato di sviluppatori più che di produttori. E ancora ci si interroga se società come le altoatesine Leitwind e Fri-El, impegnata anche in un progetto per sfruttare il moto delle maree, riusciranno a inserirsi nel circuito dei grandi operatori internazionali.
L’Italia comunque, ha ancora due buone carte da giocarsi: quella degli impianti offshore e quella del minieolico.”Il mare ventoso e i bassi fondali aiutano” sottolinea Mastropieri. E società come la Trevi Energy di Cesena o la siciliana Moncada si sono già gettate sull’affare. Quanto al minieolico, “la sfida inizia grazie alla decisione di inserirlo in un sistema di incentivi simili a quelli che hanno tirato la volata al fotovoltaico” spiega Simone Togni, segretario generale dell’Anev (l’associazione dell’eolico). E questa volta i player hanno nomi italiani: Ropatec (Bolzano) e Jonica Impianti (Taranto).
Grazie agli incentivi del Conto energia, infatti, attorno al fotovoltaico si sta sviluppando un sistema produttivo ben strutturato: “Anche se il mercato delle celle e dei moduli (componente base dei pannelli) è ancora controllato da stranieri, negli ultimi due o tre anni sono emerse realtà produttive interessanti” riferisce Vittorio Chiesa, direttore dell’osservatorio sulle rinnovabili del Politecnico di Milano. Tra queste si possono citare Solsonica e due aziende del Padovano: Helios Technology e X Group, che prevedono entrambe di quadruplicare la capacità produttiva entro il prossimo anno. Ma senza dimenticare due nomi importanti nel mercato mondiale degli inverter: Elettronica Santerno (gruppo Carraro) e Siac (gruppo Siel).
La concorrenza asiatica si fa sentire. I prezzi dei pannelli calano e gestire comparto e investimenti è sempre più complesso: “Per per questo sta tornando dominante il ruolo delle utilities e dei grandi investitori” sottolinea Mastropieri. E gli esempi non mancano. La Sorgenia, il braccio energetico del gruppo Cir, sta sviluppando uno stabilimento per la produzione di celle fotovoltaiche in Sardegna. La Marcegaglia Energy produrrà pannelli fotovoltaici di nuova generazione a Varese, mentre l’Eni spende 300 milioni in ricerca e sperimenta con il Mit pannelli solari senza silicio.
“Il ruolo della grandi imprese dell’energia è quello di gestire le rinnovabili stimolandone allo stesso tempo lo sviluppo tecnologico e industriale” conferma Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel Green Power. E nel suo carnet ci sono infatti il progetto Archimede, la centrale solare termodinamica da 40 milioni pensata dal Nobel Carlo Rubbia, e soprattutto l’accordo con Sharp e St Microelectronics per avviare a Catania una produzione di celle fotovoltaiche a film sottile: 500 milioni di investimento e 300 nuovi posti di lavoro entro il 2010.
Il volume dei soldi in gioco, fa ben sperare. L’Edison progetta di investire un miliardo nei prossimi sei anni senza trascurare il “minihydro”, impianti di piccole dimensioni che rappresentano l’ultima frontiera del settore idroelettrico. Il governo ha messo a disposizione delle rinnovabili un fondo da 3 miliardi e petrolieri come Ferdinando Brachetti Peretti si buttano sulla materia prima di cui sono composti i pannelli: la Api Nova Energia è in campo con Italsilicon, che produrrà 4mila tonnellate di silicio l’anno a partire dal 2010. E di silicio si nutrono anche la Silfab di Borgofranco di Ivrea e la Estelux di Ferrara, però già acquistata dai tedeschi della Solon.
Energia verde significa anche geotermia, che in Italia coincide con l’impianto Enel di Larderello, e pannelli solari termici (mercato da 400 milioni controllato da Riello e Merloni Termosanitari), ma con sole e vento si impongono per potenzialità soprattutto le biomasse liquide (biocarburanti) e quelle solide, vale a dire rifiuti, liquami, legno, vegetali. “Oltre a trattarsi di impianti in cui l’industria italiana può vantare un know how di eccellenza, attorno alle centrali a biomassa va organizzato un sistema di approvvigionamento, produzione e servizi che ne triplica gli effetti sull’occupazione” conclude la ricerca Nomisma. Non è certo un caso dunque, se anche ex gigante dell’acciaio come Falck si è ormai convertito al green. Il gruppo ha appena annunciato la costruzione di un grande impianto eolico a Minervino Murge, ma soprattutto è impegnato con la Seci (gruppo Maccaferri) nella riconversione di cinque zuccherifici in impianti a biomassa.

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Il 13 Febbraio 2009 alle 16:42 Energia pulita: la via italiana alla Green economy « Il Blog di Deamaltea Formazione e Energie Sostenibili ha scritto:
[...] Secondo uno studio di Nomisma Energia realizzato in esclusiva per Panorama, oggi il settore eolico, fotovoltaico e delle biomasse generano da soli un fatturato di oltre 5 miliardi di euro al netto dell’import e degli investimenti. Nel 2002 non si arrivava al miliardo e mezzo. E il boom non ha trascurato nessun comparto: in un anno il fatturato complessivo è aumentato del 44 per cento. Il fotovoltaico ha raddoppiato, passando da 339 milioni a 700. L’industria dell’eolico (2 miliardi e 196 milioni) ha aumentato i suoi ricavi di oltre 43 punti di percentuale. E le biomasse oggi valgono 2 miliardi e 285 milioni, con un incremento netto di 564 milioni di euro. [continua...] [...]
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