Storie di crisi. Trenta giorni da disoccupati

Un'operaia al lavoro

Queste quattro persone hanno perso il lavoro sul finire del 2008. Sono di un’età compresa tra i 32 e i 39 anni.
Fabrizio, tecnico manutentore della provincia di Bergamo, è finito in cassa integrazione: per il momento si guarda attorno, punta sul passaparola, ignora le inserzioni dei giornali e aspetta il colpo di fortuna. Sabrina lavorava in una holding di concessionarie d’auto della provincia di Torino: si è proposta ovunque, ora sta facendo un corso gratuito in un Centro di assistenza fiscale con la prospettiva di un periodo di tre mesi di lavoro a compilare dichiarazioni dei redditi. Enrica, operaia di Termini Imerese, ha girato per supermercati, centri commerciali e negozi di abbigliamento. Alla fine ha bussato alla porta di un politico della zona: le hanno promesso un posto nella sua segreteria. Vittorio, funzionario di una nota agenzia immobiliare di Milano, curriculum in mano ha fatto una miriade di colloqui: l’8 gennaio ha firmato un contratto come capo filiale di una importante azienda alimentare.
Quattro facce della crisi che si è abbattuta sull’economia reale del Paese durante il 2008. L’ultimo dato sul tasso di disoccupazione è relativo al terzo trimestre: 6,7 per cento, un milione e mezzo di persone in cerca di lavoro, il 9 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2007. In tutto il 2008, il ricorso alla cassa integrazione nell’industria e nell’edilizia è cresciuta del 24 per cento. Solo a dicembre, la cassa ordinaria, quella a cui si fa ricorso nei periodi di crisi, ha registrato un balzo del 525 per cento.
Ma questa è la parte forte del mercato del lavoro, quella protetta da sussidi e garanzie che, tutto sommato, riesce a star serena nonostante abbia davanti un anno di busta paga all’80 per cento e pochissime speranze di tornare nella stessa azienda. Così Fabrizio Luzzana, 35 anni, moglie e due figli, tecnico manutentore alla storica cartiera Pigna di Alzano Lombardo, non si lascia travolgere dall’ansia e si limita a guardarsi intorno: “Uso il passaparola, ho avuto anche due o tre colloqui, ma in quest’ultimo periodo anche le aziende che sembravano intenzionate ad assumere hanno bloccato tutto”. Fabrizio aspetta il colpo di fortuna, una buona opportunità “non a tempo determinato”. Chiede, si informa, ma evita le inserzioni: “Mi hanno sempre insegnato che i posti buoni non hanno bisogno di essere pubblicizzati, non si trovano sui giornali”. Giornali che ogni giorno accompagnano il caffè di Enrica Genovese, 32 anni, di Trabia, in Sicilia. Dopo che il marito è andato in fabbrica, e i tre figli a scuola, la donna sfoglia le pagine degli annunci e telefona. Va avanti così dal 10 dicembre. Era stata assunta alla Ergom di Termini Imerese, azienda dell’indotto Fiat che produce le componenti di plastica delle auto, nel giugno 2007: contratto di inserimento della durata di 18 mesi a 1.060 euro. Non rinnovato alla scadenza. Le ha provate tutte, anche lavori che nulla hanno a che vedere con il suo diploma di ragioneria. Ma la risposta è sempre la stessa: c’è crisi. Si trova solo qualcosa come commesa nei negozi di abbigliamento: “Ma ti massacrano, 12 ore a 400 euro al mese”. In regola? “Cosa? Qui la regola è il lavoro nero”. Enrica però non è certo più fessa degli altri. Così ha preso e ha infilato la porta giusta: “Qui funziona tutto con l’amicizia e soprattutto con la politica” dice “e chi è venuto a chiedermi il voto adesso si deve dare da fare”. Pare che un influente politico del territorio le abbia promesso un posto nella sua segreteria.
Dall’altre parte del paese, in Piemonte, non avendo a disposizione questa carta, e nemmeno gli ammortizzatori sociali, Sabrina D’accardio sta provando a inventarsi una occupazione completamente nuova. Ha 39 anni, vive nella provincia di Torino, ha un figlio a 4 anni e un marito ingegnere elettronico che proprio in questi giorni rischia pure lui di essere lasciato a casa dalla Motorola. Sabrina lavorava da 6 anni con contratto a tempo indeterminato in una holding di concessionarie d’auto tra le più grandi di Torino. A dicembre le hanno fatto smaltire 20 giorni di ferie arretrate e il 30 le hanno comunicato il licenziamento. “Sono rimasta amareggiata, delusa, mi aspettavo un briciolo di umanità in più” racconta. “Loro erano a conoscenza della situazione di mio marito, che era finita su tutti i giornali, ma non si sono fatti scrupoli. E io che mi ero sempre comportata bene, dando il massimo e limitando ferie e permessi”. Sabrina ha tappezzato di curriculum la città: “Mi sto vendendo e svendendo, da centralinista a assistente alla poltrona di un dentista. Ho fatto almeno una quarantina di domande in una sola settimana”. Si è iscritta a tutte le agenzie interinali, si è proposta addirittura al Caf che le faceva la dichiarazione dei redditi, dove non ha ottenuto un lavoro ma almeno una speranza: corso gratuito di tre mesi e successivo periodo di impiego della stessa durata a compilare dichiarazioni. Meglio che niente: “È un’esperienza utile e poi fa curriculum”.
Quanto siano decisivi questi due fattori in periodi eccezionali lo sa bene Vittorio Ferretti, 37 anni, di Milano. Sposato, senza figli, da 5 anni era funzionario commerciale alla Gabetti. In precedenza era stato responsabile di filiale in un’altra società. Ha perso tutto nella ristrutturazione delle sedi del gruppo sul territorio. Disoccupato dal 31 dicembre. Ma già un mese prima Vittorio si era messo in azione: colloqui, curriculum, contatti. Notti insonni e giorni frenetici. Senza tralasciare nulla: dalle aziende specializzate nella vendita di Sim card per cellulari a quelle di chiodi. “Mi offrivano prospettive di vendita di 10-15 schede telefoniche al giorno per un guadagno di 30 euro” dice. “Senza contratto, senza inquadramento. Poteva andar bene a 18 anni”. La tenacia è stata premiata. Vittorio ha risposto all’inserzione su un giornale di una società alimentare in cerca di un capo filiale. L’8 gennaio ha firmato il contratto. Il temibile 2009, almeno per lui, inizia alla grande.

Ha collaborato Daniela Fabbri

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Giampiero Cantoni
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