
L’Expo 2015 è il punto di arrivo. Per Milano certamente, visto che si è guadagnata per dimensione il secondo posto nella classifica mondiale delle Fiere subito dopo Hannover. Ma soprattutto è un’occasione irripetibile per un settore che in Italia vale quasi 2 miliardi di fatturato, conta un paio di migliaia di occupati, e muove un indotto che tra alberghi, trasporti, ristoranti, allestimenti e comunicazione di miliardi ne vale dieci. Il motivo principale per il quale l’Expo porterà beneficio al settore fieristico è semplice. Se, infatti, è vero che esposizioni come Milano Vende Moda o il Salone del Mobile da soli aiutano a mantenere alto il numero di visitatori esteri (+12 per cento nel 2007) è anche vero che la grande frammentazione dei poli fieristici non aiuta a fare «massa critica». Dal ’95 a oggi infatti, il gap tra domanda e offerta di spazi si è aggravato. E la disponibilità di aree espositive sul mercato (320 milioni di metri quadri) supera di quattro volte la richiesta (85 milioni di metri quadri), con il rischio di veder prima crollare prezzi e profitti, per poi assistere alla chiusura dei poli minori. L’aspettativa è che l’Expo sia un’utile vetrina anche alle Fiere che non gravitano in Lombardia.
Ma intanto occorre fare i conti con quanto sottolinea Federico Minoli, amministratore delegato di Bologna Fiere, e cioè che la parcellizzazione dell’offerta «fa soffrire anche i poli di eccellenza perchè le aziende italiane faticano a razionalizzare le presenze. E gli stessi stranieri restano disorientati e spesso non riescono a comprendere quali sono le Fiere di maggior impatto cui partecipare». Basti dire che in Germania, il principale Paese europeo per attività fieristica, esistono 5 poli espositivi di rilievo, mentre nella sola Emilia Romagna se ne contano otto.
Una frammentazione che certamente non favorisce la cosiddetta «internazionalizzazione» delle imprese, l’obiettivo cui da tempo lavora il Comitato Fiere Industria (Cfi), braccio fieristico di Confindustria che vale il 59 per cento delle aree affittate, rappresenta 27 enti organizzatori e 80 marchi fieristici a livello internazionale come Salone del Mobile, Bimu (la fiera della meccanica), Micam, punto di riferimento per le calzature, e Milano Unica per il settore tessile. «Uno studio dell’Osservatorio Fiere del Cerme-Bocconi dice che oltre il 60 per cento delle piccole imprese trovano nella Fiera lo strumento più efficace per promuovere la propria azienda e il proprio prodotto» spiega il presidente Giandomenico Auricchio. Ma il punto è come potenziarlo al meglio, soprattutto in un momento in cui la globalizzazione incrocia la crisi. «Abbiamo già chiesto a ministro Claudio Scajola l’istituzione di una ‘cabina di regia’ in cui siano rappresentate anche le associazioni di categoria, che, come dimostra il ruolo di Federalimentare nella manifestazione parmense Cibus, sono spesso il motore di importanti fiere internazionali – aggiunge Auricchio -. L’obiettivo è razionalizzare e controllare gli investimenti, riorganizzare i calendari fieristici andando incontro ai compratori esteri, sostenere le imprese che non hanno la forza per partecipare a più eventi o a manifestazioni estere e avviare un’analisi del settore a livello mondiale per poi attuare opportune strategie di internazionalizzazione».
I punti di forza da sfruttare ci sono. L’Italia è seconda dopo la Germania per superfici espositive vendute. E nel biennio 2006/2007 Milano, Bologna, Verona, Rimini e Genova con il Salone Nautico, si sono distinte in attività fieristica internazionale. Fiera Milano, da sola, vale oltre un milione e 616 mila metri quadri locati, il 9 per cento degli 871 mila visitatori esteri del 2007, e il 34 per cento degli espositori internazionali (25.915 il totale dello scorso anno). Bologna invece, portabandiera di «Arte Fiera» conta rispettivamente l’8 e il 35 per cento dei visitatori e degli espositori stranieri.
Nel complesso, oggi si contano in Italia 190 manifestazioni internazionali per un totale di quasi 100mila espositori, una forza che si esprime soprattutto nell’abbigliamento e nella moda, che coprono il 18 per cento delle aree locate (779.140 metri quadri), quindi nelle costruzioni (513.213 metri quadri), nello sport, negli alimentari, nell’agricoltura e nell’arredamento. Un intero mondo insomma, che con l’Expo 2015 potrebbe vivere la sua grande occasione «a patto di riuscire a fare sistema» sottolinea ancora Minoli. «Dando rappresentanza a tutto l’indotto e visibilità all’intero sistema fieristico italiano». Collaborare, tiene bene a sottolineare Auricchio, significa mettere in comune le esperienze, per potenziare i servizi e rafforzare la presenza all’estero».
Per fare sistema si può cominciare con qualcosa di semplice: un collegamento diretto tra l’aeroporto di Malpensa e il polo fieristico, tariffe alberghiere non maggiorate e magari un biglietto Atm che, in occasione della Fiera, non pretenda la tariffa extraurbana per raggiungere il polo di Rho-Pero.
LEGGI ANCHE: Le grandi esposizioni come antidoto alla crisi
- Venerdì 20 Febbraio 2009
EURO SI O NO?
STRATEGIE E NUMERI DELLA BIG IPO
COME SI CALCOLA
LA CRISI IN CIFRE
FAME, DISOCCUPAZIONE, NUOVI POVERI
ECONOMIA 2.0
IL PIANO MONTI
LA RIFORMA: ARTICOLO 18, PROPOSTE, DIBATTITO
LA RIFORMA, I NUMERI, LE POLEMICHE
RIVOLUZIONE IN CORSO PER LA UE
START UP E IL NETWORK ITALIA-USA
APPLE - LUCI E OMBRE
FOTOGRAFIA EUROPEA 2012
IL GRAFICO DELLA SETTIMANA
VITE STRAORDINARIE
DIETRO LE QUINTE
IL MADE IN ITALY DI SUCCESSO










IL MEGLIO DEL 2011
G20 di Cannes: i protagonisti e le loro sfide






Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.