Le grandi esposizioni come antidoto alla crisi

Fiera-ansa

“Lo spirito rimane quello del Medioevo: creare una piazza dove far incontrare venditore e compratore. Ma oggi una fiera è soprattutto l’insieme degli eventi paralleli, il ‘fuorisalone’, che dà vivacità culturale all’esposizione e interpreta le nuove tendenze. È quello che io chiamo una ‘fiera pensante”. Pergiacomo Ferrari, decano del nostro sistema fieristico, ha presieduto Emeca e Aefi, le associazioni di settore in Europa e Italia. È stato ai vertici di Fiera Milano, da un anno è presidente di Expo Venice spa.
Quali sono state le innovazioni del sistema fieristico italiano negli ultimi anni?

C’è stato prima di tutto un forte potenziamento delle fiere internazionali nel nostro Paese. Oggi sono circa mille, numero che ci ha portato al livello della Germania, il leader europeo. Inoltre intorno alle rassegne si è sviluppata una serie di attività collaterali, che coinvolgono il grande pubblico e non solo gli addetti ai lavori. In questo abbiamo superato i nostri concorrenti.

Piergiacomo FerrariQuali sono invece gli sviluppi futuri?
Credo che in futuro in Europa rimarranno poche fiere mondiali. Emergono nuovi poli d’attrazione, come Brasile, Russia, India, Cina ed Emirati Arabi. Occorrerà quindi puntare su due aspetti: Internet, che non può essere concorrente dell’esposizione fisica ma deve diventare un modo per farla vivere tra una scadenza e l’altra. E le fiere “di nicchia”, molto specializzate e di alto livello. In generale a mio parere in Italia ci dovrebbe essere più coraggio nel lanciare nuove manifestazioni.
Forse è colpa della crisi

Al contrario, la fiera è un antidoto alla crisi economica. Il sistema fieristico rimane dinamico e rappresenta il trampolino migliore per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese. Le aziende italiane dovrebbero partecipare più massicciamente alle esposizioni, oggi sono solo 200 mila. D’altra parte gli enti fieristici dovrebbero fare uno sforzo maggiore per intercettare gli espositori mondiali. L’audience di una fiera è potenzialmente infinita.
Che consiglio darebbe a chi sta organizzando Expo Milano?
Il modello delle esposizioni universali, nato nella seconda metà dell’‘800, è ormai stanco. Per superare la prova, la prima Expo del Terzo millennio dovrebbe concentrarsi sull’innovazione, mi riferisco in particolare a Internet, e su investimenti che abbiano effetti economici duraturi. Strutture alberghiere, strade, aeroporti: un sistema complessivo per la cui organizzazione dovremmo imparare da Germania e Francia.

Commenti

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Il 20 Febbraio 2009 alle 16:13 Battere la crisi in fiera » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] L’Expo 2015 è il punto di arrivo. Per Milano certamente, visto che si è guadagnata per dimensione il secondo posto nella classifica mondiale delle Fiere subito dopo Hannover. Ma soprattutto è un’occasione irripetibile per un settore che in Italia vale quasi 2 miliardi di fatturato, conta un paio di migliaia di occupati, e muove un indotto che tra alberghi, trasporti, ristoranti, allestimenti e comunicazione di miliardi ne vale dieci. Il motivo principale per il quale l’Expo porterà beneficio al settore fieristico è semplice. Se, infatti, è vero che esposizioni come Milano Vende Moda o il Salone del Mobile da soli aiutano a mantenere alto il numero di visitatori esteri (+12 per cento nel 2007) è anche vero che la grande frammentazione dei poli fieristici non aiuta a fare «massa critica». Dal ’95 a oggi infatti, il gap tra domanda e offerta di spazi si è aggravato. E la disponibilità di aree espositive sul mercato (320 milioni di metri quadri) supera di quattro volte la richiesta (85 milioni di metri quadri), con il rischio di veder prima crollare prezzi e profitti, per poi assistere alla chiusura dei poli minori. L’aspettativa è che l’Expo sia un’utile vetrina anche alle Fiere che non gravitano in Lombardia. Ma intanto occorre fare i conti con quanto sottolinea Federico Minoli, amministratore delegato di Bologna Fiere, e cioè che la parcellizzazione dell’offerta «fa soffrire anche i poli di eccellenza perchè le aziende italiane faticano a razionalizzare le presenze. E gli stessi stranieri restano disorientati e spesso non riescono a comprendere quali sono le Fiere di maggior impatto cui partecipare». Basti dire che in Germania, il principale Paese europeo per attività fieristica, esistono 5 poli espositivi di rilievo, mentre nella sola Emilia Romagna se ne contano otto. Una frammentazione che certamente non favorisce la cosiddetta «internazionalizzazione» delle imprese, l’obiettivo cui da tempo lavora il Comitato Fiere Industria (Cfi), braccio fieristico di Confindustria che vale il 59 per cento delle aree affittate, rappresenta 27 enti organizzatori e 80 marchi fieristici a livello internazionale come Salone del Mobile, Bimu (la fiera della meccanica), Micam, punto di riferimento per le calzature, e Milano Unica per il settore tessile. «Uno studio dell’Osservatorio Fiere del Cerme-Bocconi dice che oltre il 60 per cento delle piccole imprese trovano nella Fiera lo strumento più efficace per promuovere la propria azienda e il proprio prodotto» spiega il presidente Giandomenico Auricchio. Ma il punto è come potenziarlo al meglio, soprattutto in un momento in cui la globalizzazione incrocia la crisi. «Abbiamo già chiesto a ministro Claudio Scajola l’istituzione di una ‘cabina di regia’ in cui siano rappresentate anche le associazioni di categoria, che, come dimostra il ruolo di Federalimentare nella manifestazione parmense Cibus, sono spesso il motore di importanti fiere internazionali – aggiunge Auricchio -. L’obiettivo è razionalizzare e controllare gli investimenti, riorganizzare i calendari fieristici andando incontro ai compratori esteri, sostenere le imprese che non hanno la forza per partecipare a più eventi o a manifestazioni estere e avviare un’analisi del settore a livello mondiale per poi attuare opportune strategie di internazionalizzazione». I punti di forza da sfruttare ci sono. L’Italia è seconda dopo la Germania per superfici espositive vendute. E nel biennio 2006/2007 Milano, Bologna, Verona, Rimini e Genova con il Salone Nautico, si sono distinte in attività fieristica internazionale. Fiera Milano, da sola, vale oltre un milione e 616 mila metri quadri locati, il 9 per cento degli 871 mila visitatori esteri del 2007, e il 34 per cento degli espositori internazionali (25.915 il totale dello scorso anno). Bologna invece, portabandiera di «Arte Fiera» conta rispettivamente l’8 e il 35 per cento dei visitatori e degli espositori stranieri. Nel complesso, oggi si contano in Italia 190 manifestazioni internazionali per un totale di quasi 100mila espositori, una forza che si esprime soprattutto nell’abbigliamento e nella moda, che coprono il 18 per cento delle aree locate (779.140 metri quadri), quindi nelle costruzioni (513.213 metri quadri), nello sport, negli alimentari, nell’agricoltura e nell’arredamento. Un intero mondo insomma, che con l’Expo 2015 potrebbe vivere la sua grande occasione «a patto di riuscire a fare sistema» sottolinea ancora Minoli. «Dando rappresentanza a tutto l’indotto e visibilità all’intero sistema fieristico italiano». Collaborare, tiene bene a sottolineare Auricchio, significa mettere in comune le esperienze, per potenziare i servizi e rafforzare la presenza all’estero». Per fare sistema si può cominciare con qualcosa di semplice: un collegamento diretto tra l’aeroporto di Malpensa e il polo fieristico, tariffe alberghiere non maggiorate e magari un biglietto Atm che, in occasione della Fiera, non pretenda la tariffa extraurbana per raggiungere il polo di Rho-Pero. LEGGI ANCHE: Le grandi esposizioni come antidoto alla crisi [...]

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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