Imprese in crisi, arriva la rivoluzione dei tre giorni

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Che ne direste di un finesettimana che inizia il giovedì sera e finisce il martedì mattina, ma rinunciando a 90 euro di stipendio al mese? Per Giovanni Cicchella è un affare. È uno degli 850 dipendenti della Irisbus (gruppo Fiat) dello stabilimento di Avellino che ha accettato la settimana cortissima: martedì, mercoledì e giovedì in fabbrica, da venerdì a lunedì a casa. I vantaggi? “Prima di tutto stare in cassa integrazione due giorni la settimana invece di cinque mi fa perdere 80-90 euro al mese invece di 160-170 e in più continuo a maturare tutte le indennità”.

Cicchella è uno di quei lavoratori italiani, e sono ormai migliaia, che hanno la fortuna di lavorare in aziende che, pur in difficoltà, hanno fiducia nel futuro. Normalmente durante una recessione parecchie fabbriche chiudono e i dipendenti vengono o licenziati, o messi in cassa integrazione a zero ore o in mobilità. Succede anche adesso, ma con una differenza: sindacati e imprenditori se le stanno inventando tutte pur di non chiudere e la soluzione che hanno trovato si può riassumere nello slogan “lavorare tutti meno per non licenziare nessuno”. Il risultato è che in Italia sono già centinaia le aziende che hanno deciso per la settimana corta di quattro giorni di lavoro o cortissima: tre giorni e in alcuni casi addirittura due. Solo lunedì e martedì al lavoro e poi tutti a casa.

Una modalità di risposta alla crisi che Gran Bretagna e Germania vogliono agevolare con leggi, così come dovrebbe succedere anche in Italia. Il senatore Francesco Casoli, fondatore della società Elica, ha presentato un disegno di legge, fatto proprio dal governo, che facilita il ricorso alla cassa integrazione anche per un solo giorno al mese e rende più semplice l’adozione della settimana corta. Che è l’unica risposta anti-recessione che trova tutti i partiti d’accordo. Anche Paolo Ferrero, leader di Rifondazione comunista, l’ha salutata con un sintetico: “Ben venga!”.

“Certamente è meglio così che stare a casa in cassa mesi interi” commenta Giovanni Cicchella della Irisbus, che si prepara a rientrare in fabbrica dopo un weekend durato quattro giorni. “Finalmente ho il tempo per fare sindacato, che è la mia passione, stare con gli amici, la famiglia e i figli. Insomma, le cose che davvero contano”. Gli effetti collaterali della crisi, dunque, per molti italiani possono essere meno traumatici. “La qualità della vita si è impennata” sostiene per esempio Pierluigi Floris, 50 anni, tre figli tirati su con il solo stipendio di turnista all’Alfa Acciai. Nell’azienda bresciana 740 su 850 dipendenti hanno ridotto drasticamente l’orario di lavoro: nove ore in meno a settimana, “e sono tutti contenti. Io finalmente ho tempo per stare in famiglia, se no se non segui i figli, poi si fanno grandi e non li riconosci più”.

Claudio Sandoni, 43 anni, dipendente dell’Mf Group in provincia di Bologna, parte per la montagna il giovedì sera: “Ne approfitto per dedicarmi all’arrampicata sportiva sull’Appennino o le Dolomiti, dormo di più e sto più tempo con la famiglia”. “È vero” conferma Maurizio Zipponi, leader della Fiom ed ex parlamentare eletto come indipendente nelle file di Rifondazione comunista, “la domanda latente di contratti di questo tipo è incredibile. E noi siamo assolutamente favorevoli”. “Sono la soluzione ideale” aggiunge Renata Polverini, segretario generale dell’Ugl, “perché così fabbriche e uffici restano aperti e le persone continuano a lavorare anche in periodi di crisi come questo”.

Ma non sempre è tutto facile. “Da noi succede che gli imprenditori siano favorevoli” puntualizza da Bologna Fabrizio Ungarelli, segretario confederale della Cisl, “però la Confindustria un po’ meno. Sostiene che accordi di questo tipo siano più rigidi della cassa integrazione. Il risultato è che nella nostra provincia, su 26 mila lavoratori che usufruiscono degli ammortizzatori sociali, solo 400, cioè l’1,5 per cento, hanno contratti di solidarietà”.
Già, quante sono le imprese con la settimana cortissima? Un calcolo appare impossibile perché spesso si tratta di aziende piccole che, non potendo accedere alla cassa integrazione, mandano i dipendenti in ferie o in permesso, oppure accedono al fondo nazionale per l’occupazione, una specie di surrogato della cassa. Fatto sta che, per dare un’idea, nella sola Brescia ad avere ridotto i giorni di lavoro sono quattro aziende: la Marzoli (280 dipendenti), la Fausti (32), la Inoxdep (24) e l’Alfa Acciai (850). “Contiamo che a breve altre sei imprese, anche molto importanti, decidano di fare altrettanto” anticipa Michela Spera, leader dei metalmeccanici Cgil bresciani.

Con modalità tutte da inventare. La fantasia in questo caso si spreca. All’Alfa Acciai 740 operai lavoreranno per due anni solo di notte e nei weekend (per risparmiare sulla bolletta dell’elettricità) per un totale di 31 ore la settimana invece di 40, ma pagate come se fossero 38. Alla Pramac, che produce mezzi per la movimentazione merci, e alla Itla (lamiere) di Siena si lavora quattro giorni e il venerdì si sta in cassa integrazione ricevendo sia i soldi dall’Inps sia un contributo salariale dall’azienda. Alla Piovan di Venezia l’accordo prevede che fino a 250 dipendenti lavorino anche solo due giorni a settimana per 13 mesi. Alle acciaierie della Lucchini, da ottobre, tutti i 700 impiegati e quadri delle sedi di Brescia, Piombino e Trieste stanno a casa il venerdì: chi le ha usa le ferie arretrate, se no va in cassa integrazione.

I 400 operai della Manifattura Val Brembana ormai da tre anni lavorano una settimana sì e una no. E Cesare Crescentini, titolare dell’azienda di abbigliamento intimo femminile Cotton Club di Fabriano, in provincia di Ancona, va oltre: ha fatto richiesta per poter accedere alla cassa integrazione e, se verrà accettata, da aprile 60 dei 90 dipendenti lavoreranno due ore al giorno dal lunedì al giovedì e il venerdì staranno a casa. “Manteniamo la fabbrica aperta, nessuno resta a casa e i concorrenti non ci soffiano i nostri operai specializzati” riassume.

Tutto bene, quindi? Bisogna considerare la perdita di salario. Facciamo due esempi. Un operaio con una busta paga netta mensile di 1.100 euro che lavori tre giorni la settimana con un contratto di solidarietà perde 64 euro la settimana invece dei 95 previsti se fosse messo in cassa integrazione cinque giorni su cinque. Un impiegato che ha una busta paga netta mensile di 1.600 euro che lavora tre giorni la settimana in base al contratto di solidarietà perde all’incirca 96 euro la settimana invece di 160. Con l’ulteriore vantaggio che nel primo caso il dipendente matura il 60 per cento della tredicesima e delle ferie riferite alle ore non lavorate.

“Da noi la settimana corta si sta facendo strada anche tra le maggiori industrie” riferisce Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana, “ma già ora ci sono diversi casi tra le piccole e medie”. Secondo Pippo Di Natale, segretario confederale della Cgil dell’isola, sarebbero una ventina le imprese che hanno tagliato i giorni di lavoro per un totale di 400 persone, “ma saliranno di molto, soprattutto tra quelle che non possono accedere alla cassa integrazione: servizi, turismo, commercio”. Il motivo è semplice: il fondo nazionale per l’occupazione integra il 50 per cento della retribuzione persa dal lavoratore, ma questa somma viene divisa a metà tra il dipendente stesso e l’azienda. In realtà, quindi, anche l’imprenditore ha una convenienza. “Sì, paghiamo i padroni” s’infuria Di Natale.

Questo però è anche il meccanismo che permette ad Adalberto Pasina di stare a casa per il 50 per cento del monte ore annuo e venire pagato come se ne perdesse il 38 per cento. Pasina, 56 anni e due figlie grandi, è uno dei 14 dipendenti della Inoxdep, nella Val Trompia, che accederà alla riduzione d’orario. E non si può dire che gli dispiaccia: “A parte il fatto che corro, ho l’orto e faccio collezione di francobolli, spero che presto una delle mie due figlie mi faccia diventare nonno”. Enrico Morettini è single, lavora da 20 anni alla Best di Ancona e sta in fabbrica quattro ore al giorno, eppure “lo stipendio cala solo del 15-16 per cento” spiega. Sindrome da tempo libero che non si sa come impiegare? Non nel suo caso: “Ricomincio a studiare, leggere, faccio collezione di dischi in vinile e una volta suonavo la batteria. Avrò più tempo per fare tutte queste cose” dice con il tono di voce di uno appena sbarcato a Disneyland. Dove la settimana corta non è ancora arrivata. (Ha collaborato Cristina Bassi)

LEGGI ANCHE: Ma è lo psicologo a lavorare di più

Commenti

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Il 10 Marzo 2009 alle 23:55 Flumeri – Flumeri.Irisbus-Intervista a Giovanni Cicchella ha scritto:

[...] Giovanni Cicchella della Irisbus di Flumeri Sempre meglio della cassa integrazione. Lavoro il martedi, il mercoledi e il giiovedi e nella busta paga a fine mese perdo circa 80/90 euro. Da Panorama Che ne direste di un finesettimana che inizia il giovedì sera e finisce il martedì mattina, ma rinunciando a 90 euro di stipendio al mese? Per Giovanni Cicchella è un affare. È uno degli 850 dipendenti della Irisbus (gruppo Fiat) dello stabilimento di Avellino che ha accettato la settimana cortissima: martedì, mercoledì e giovedì in fabbrica, da venerdì a lunedì a casa. I vantaggi? “Prima di tutto stare in cassa integrazione due giorni la settimana invece di cinque mi fa perdere 80-90 euro al mese invece di 160-170 e in più continuo a maturare tutte le indennità”. [...]

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