I giornali non moriranno, ma il futuro è in rete. Parola di Arianna Huffington, che da quattro anni con il suo giornale ha sconvolto il panorama editoriale statunitense. L’Huffington Post, nello scorso novembre ha raccolto donazioni e finanziamenti per oltre 15 milioni di dollari senza contare i guadagni provenienti dalla pubblicità, che continuano a crescere inesorabilmente. La stessa cosa vale per i lettori, aumentati del 400 per cento nell’ultimo anno. Insomma, quello che si dice un’impresa editoriale solida e in salute. Con un piccolo, non trascurabile dettaglio: l’Huffington Post è un giornale online. Intervenendo qualche giorno fa a Roma durante il summit sull’informazione e la comunicazione organizzato dall’Upa, l’Unione pubblicità associati, la Huffington, il cui blog è stato incoronato lo scorso anno il più potente del mondo, ha avuto modo di dire la sua riguardo la crisi che sta attraversando globalmente il mondo dell’informazione tradizionale. “Il giornalismo su carta non scomparirà del tutto. Serve per l’approfondimento, è comodo e regala anche una sensazione romantica. È chiaro però: le notizie sono online. Ecco perché la tecnologia è così importante per l’informazione”, sottolinea la potente editrice. “Sponsorizzare testate online o blog come il mio ha costi inferiori rispetto alla carta stampata. Per esempio, in questo periodo, abbiamo la pubblicità della Toyota. Durante la crisi, il settore online rappresenta un’enorme possibilità per le imprese che vogliono continuare a presidiare il mercato”.
La storia di Arianna Huffington non è un fenomeno isolato. Negli Stati Uniti esistono diversi altri siti di news che non sono stati sfiorati dalla crisi e che hanno conosciuto negli ultimi anni percentuali di crescita e guadagni senza precedenti. E tutto questo mentre l’editoria tradizionale è in una fase di grande contrazione. Al punto che ieri il Financial Times apriva con un’articolata inchiesta sulla crisi dei quotidiani e dei periodici con un necrologio che, tradotto, suonava più o meno così: “Dopo una lunga battaglia con pubblicità in declino, età anagrafica dei lettori troppo avanzata, concorrenza di internet, sconsiderati livelli di indebitamento, costi inflessibili, ambizioni esagerate e crisi di nervi, l’industria dei giornali è passata a miglior vita”. Negli Stati Uniti i grandi giornali vanno in bancarotta uno dopo l’altro; tutti perdono copie e profitti e cercano di sopravvivere riducendo le spese e puntando su internet.
Ma è proprio vero che il quotidiano è morto, come suggerisce il Financial Times? Il New York Times ha venduto la nuova sede, disegnata da Renzo Piano, per pagare i debiti; il Philadelphia Enquirer, 180 anni di vita, è fallito; il Los Angeles Times ha ridotto i giornalisti da 1.300 a 700. E nel vecchio continente la musica non è diversa. Il paradosso, osserva Timothy Egan, esperto di media dell’Herald Tribune (l’edizione internazionale del New York Times), è che la crisi dei giornali arriva mentre la loro audience globale sta crescendo più velocemente che mai grazie alle edizioni online, che tuttavia nella maggior parte dei casi sono gratuite e generano entrate pubblicitarie ancora troppo basse. I siti dei quotidiani americani hanno attirato nell’ultimo trimestre del 2008 quasi 70 milioni di visitatori (+12 per cento sull’anno precedente) e il 40 per cento di coloro che navigano su internet si trovano sul sito di un giornale. In Europa, la tendenza è simile, ma la scelta di fornire contenuti gratuiti appare una strada non praticabile in futuro. Ecco allora che si fanno avanti ipotesi di “micro abbonamenti”: si paga pochi centesimi per avere anche un solo articolo sul proprio telefonino. Idea alla base di “MeeHive”, il quotidiano fai da te che si può leggere sul sito internet, ma anche sull’iPhone attraverso Twitter. Il principio di MeeHive (ancora allo stato Beta, cioè sperimentale) è molto semplice: dopo essersi iscritto alla comunità virtuale il lettore-redattore capo decide il suo settore di interesse e MeeHive gli propone una home page costruita su misura che viene aggiornata di continuo. Il tutto a cifre assolutamente competitive.
E se internet crescesse proprio grazie alla crisi? Ne sono convinti molti analisti. “C’è uno spostamento importante della comunicazione su internet. La rete permette un dialogo con il consumatore veloce e utile e renderà il messaggio pubblicitario più scientifico e credibile”, dice Manuel Andrès, presidente di Nestle Italia a cui fa eco Vittorio Lorenzoni, country manager della Trade Doubler Italia. “Il 2009 sembra raccogliere quanto lasciato dal vecchio anno anche nel campo della pubblicità. La perdita di fiducia nei media tradizionali è già un dato di fatto ed è probabile che i brand continuino a migrare parte delle loro campagne online o a spostare interamente la loro spesa sui media digitali”, scrive in un editoriale pubblicato nell’ultimo numero de “Il Corriere delle Comunicazioni”.
Non a caso, uno che di carta stampa se ne intende, Marco Benedetto, ex amministratore delegato del gruppo L’Espresso, ha annunciato la nascita di “Blitz”, non un vero e proprio giornale ma un aggregatore di notizie online con rimandi ai vari blog e commenti originali. Costerà 100 mila euro all’anno con una redazione costituita da studenti, precari e disoccupati.
I clienti, insomma, scommetteranno sull’online, ma non saranno altrettanto disponibili a farsi carico di eventuali insolvenze da parte dei loro partner. Aziende editoriali di grandi dimensioni e riconosciute rappresentano un terreno sicuro e molto conteso e saranno quelle che alla fine, secondo Lorenzoni, risulteranno vincenti in questo nuovo anno. Le crisi economiche non sono come i temporali. L’alternativa all’innovazione è trattenere il respiro, tirare la cinghia e aspettare che la crisi passi. Di fatto, si tratta di una condanna a morte: senza un cambiamento coraggioso e tempestivo verso nuove realtà, soprattutto digitali, quel giorno sarà troppo tardi.
- Mercoledì 18 Marzo 2009
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