Archivio di Marzo, 2009

Dall’altro lato della crisi, c’è un’Italia che assume

operai in cantiere

di Raffaella Galvani

C’è un’Italia che taglia posti di lavoro, ma c’è anche un’Italia che potenzia gli organici. Come dimostra l’iniziativa di Panorama in collaborazione con la HrCommunity Academy, un network che raggruppa circa 5 mila persone fra amministratori delegati e responsabili delle risorse umane: 10 mila offerte di lavoro, raccolte in quattro inserti a partire da questa settimana. Prova che molte aziende non hanno perso la voglia di reagire.
Certo, è innegabile che la crisi comincia a mordere seriamente. L’Istat ha appena confermato che nel 2008, dopo 9 anni di continuo calo, la disoccupazione è salita al 6,7 per cento. E ogni giorno che passa il quadro si fa più scuro. Secondo l’Inps, tra gennaio e febbraio 370.561 lavoratori hanno perso il posto e hanno presentato la domanda di indennità di disoccupazione. Il 46 per cento in più rispetto allo scorso anno.
Ma esiste anche un’altra faccia della medaglia, più nascosta e difficile da identificare per ogni aspirante occupato, che Panorama ha scelto di mettere in luce, pubblicando un elenco dei posti in offerta, cui si aggiungono consigli pratici su come iniziare una nuova avventura professionale. Per esempio come scrivere correttamente un curriculum, o prepararsi al colloquio di lavoro.
Eccesso di ottimismo? Dice Giuseppe Roma, direttore del Censis: “L’economia di tutto il mondo vive tempi drammatici e questo oscura le aree positive che pure esistono. La struttura produttiva italiana, che comprende molte piccole aziende e una forte rete cooperativa, in qualche modo ci sta salvando rispetto ad altri paesi”.
Ci sono anche i numeri che lo provano. Conferma Nicola Rossi, country manager per l’Italia della Monster, specializzata nella ricerca di personale sul web: “Nei tempi d’oro sfioravamo le 35-40 mila proposte, ma ancora oggi, in piena recessione, abbiamo 25 mila offerte di impiego, dallo stagista al quadro”.
C’è un settore che cerca migliaia di operai specializzati e non li trova. Spiega Marco Colombo, presidente giovani imprenditori della Confartigianato, un universo di 150 mila aziende: “Nel 2008 le imprese guidate da titolari under 40 hanno creato 160 mila nuovi posti, altri 50 mila sono però rimasti scoperti e sarebbero ancora disponibili”. Motivo? “I giovani snobbano l’impresa artigiana, pensano ad esempio all’idraulico che aggiusta il rubinetto ignorando che oggi siamo al cyberidraulico, che sa di domotica e si occupa di impianti sofisticati e può guadagnare anche 1.800 euro netti al mese”.
Del resto, se il lavoro si può trovare, spesso bisogna scordarsi la grande azienda internazionale. Perché, come sottolinea Francesca Contardi della società di selezione Page Personnel, “a fermare le assunzioni sono soprattutto le filiali delle multinazionali estere”. In Italia magari vanno benino o bene, ma hanno problemi su altri mercati e così dalla casamadre è arrivato l’ordine di chiudere i cancelli.
Anche sul tipo di contratto c’è poco da fare i difficili. Sebbene la situazione stia confermando che gli assunti a tempo o come interinali sono i primi a essere lasciati a casa, spesso non c’è alternativa. “Ormai diplomi e lauree sono considerati una commodity, materia prima comune, mentre sempre più le aziende cercano la testa giusta, che significa cultura vincente, orientamento al risultato e non solo allo sforzo, spirito di adattamento. E prima di assumere, tanto più in una congiuntura difficile, vogliono conoscere le persone” avverte Marco Ceresa, amministratore della Randstad Italia, agenzia di lavoro interinale.
Quanto all’ipotesi che un contratto a tempo si trasformi in indeterminato, non sempre è una favola. Alla McDonald’s Italia, per esempio, il 17 per cento dei 13 mila addetti ha contratti di apprendistato che, sostiene la società, allo scadere vengono convertiti nel 99 per cento dei casi a tempo indeterminato.
Insomma, è difficile ma accade. Così come è difficile trovare una collocazione vicino a casa se si vive nel Nord-Est piuttosto che nel Milanese o in Piemonte, ma è relativamente più probabile se si guarda alle più vivaci Emilia-Romagna, Toscana e Lazio. Sostiene il presidente dell’Unione industriali romani Aurelio Regina, 2.500 aziende associate e 170 mila dipendenti: “Roma ha peculiarità che le consentono di soffrire meno della crisi. È prima in Italia nei servizi, e penso a quelli dell’alta tecnologia, come i treni; è prima nelle costruzioni, rappresenta il 30 per cento dell’industria multimediale in Italia, ha campi di eccellenza come l’aerospaziale, ospita i quartier generali dei principali operatori energetici”. Tutti settori, ricorda Regina, dove si continua a investire e ci sono prospettive di crescita anche per l’occupazione.
L’Eni per esempio ha pianificato di assumere circa 900 persone nel triennio 2009-2011: nel mirino soprattutto ingegneri, da collocare nella divisione esplorativa e produzione di petrolio nel mondo. Mentre l’Enel sempre nel triennio assumerà 3 mila persone, di cui 1.400 nelle sedi estere, selezionando personale italiano.
Aggiunge Pietro Valdes, direttore della società di ricerca del personale Michael Page: “L’energia, in particolare quella rinnovabile, è la star del momento, tanto che nei primi mesi del 2009 abbiamo raddoppiato le ricerche rispetto allo scorso anno. Però si sta muovendo anche il nucleare”. L’Enel, che è già attiva nel nucleare in Slovacchia, Francia e Spagna, sta iniziando infatti a reclutare professionalità per sviluppare progetti anche in Italia.
Non c’è solo l’energia a movimentare il mercato del lavoro. Secondo gli operatori della selezione, sono “compratori” di nuovi addetti a vari livelli anche la distribuzione discount, l’impiantistica industriale, la salute, la farmaceutica, la consulenza, il turismo. Alla Costa Crociere solo nel 2009, in vista del varo di due nuove navi, attraverso dei master gratuiti formeranno e quindi assumeranno 540 persone, con compiti di animatore, addetti al servizio clienti e alle escursioni, allievi cuochi e tecnici luci e suoni.
E se l’automotive, le macchine utensili e il tessile in generale segnano un profondo rosso, non mancano le eccezioni. “Nel 2009 apriremo 30 nuovi punti vendita e assumeremo un centinaio di persone, gestori di negozio e venditori, che si aggiungeranno ai circa 300 dipendenti” dichiara Fabio Candido, imprenditore siciliano titolare della Fenicia, che nel 2004 ha lanciato il progetto Camicissima, una rete di negozi dove le camicie sono vendute a pacchi di quattro a 99,9 euro.
Perché in questo momento anche in ambiti colpiti dal taglio dei consumi chi offre un prodotto-servizio di qualità a un prezzo contenuto riesce a cavarsela. È il caso della McDonald’s, che per il 2009 prevede 1.200 assunzioni, di cui 1.000 da nuove aperture. O della Decathlon, catena di abbigliamento e articoli sportivi (foto in alto). “Il posizionamento sul low cost ci consente di continuare a crescere” dice Fabio Sechi, responsabile risorse umane in Italia della società (51 negozi e 4 mila dipendenti), che nel 2009 conta di aprire altri 8 magazzini e va a caccia soprattutto di venditori e addetti alle casse. “Un’ottima opportunità per giovani universitari, che spesso dopo l’esperienza a tempo sono richiamati in via definitiva”.
Per i meno giovani, per esempio i manager sulla cinquantina, la situazione è molto più complessa. Ma anche qui c’è chi ha delle proposte. L’Unione industriali di Roma sta studiando con la Federmanager un piano per favorire il travaso dei dirigenti senior espulsi dalle grandi imprese verso le piccole e medie. E poi ci sono i contratti come manager a tempo. “Svariati fondi di private equity hanno rilevato aziende da rilanciare e cercano persone con esperienza, in particolare nella finanza e controllo” spiega Maurizia Villa, amministratore delegato della Heidrick & Struggles, società di cacciatori di teste che sta costituendo anche in Italia una nuova divisione “interim”.
Del resto, giovani o meno, ci sono due figure per le quali non manca la domanda: i venditori, o comunque le persone che ruotano attorno alla vendita, e i finanziari, dall’addetto al recupero crediti al controller, al direttore finanziario. Perché oggi più che mai i conti, quelli veri, devono tornare.

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Oltre la crisi: dieci ragioni per essere ottimisti

Borsa di New York
C’è luce in fondo al tunnel? Se a dirlo è Nouriel Roubini, l’economista della New York University che con largo anticipo aveva previsto la crisi finanziaria e che è noto per i suoi scenari apocalittici, qualche motivo di speranza c’è, al di là dell’ottimismo mostrato dai governi. Secondo Ben Bernanke, presidente della Federal reserve, la banca centrale Usa, la tempesta ha passato la fase acuta, la calma verrà a fine 2009 e la ripresa l’anno prossimo. Il suo collega della Bce Jean-Claude Trichet è appena più prudente: la crisi, sbarcata in Europa più tardi, se ne andrà un po’ dopo. Naturalmente non mancano i pessimisti: il loro guru è il premio Nobel Paul Krugman, critico con la Casa Bianca di Barack Obama. La sua sponda italiana è Alessandro Penati, docente alla Cattolica di Milano ed editorialista di Repubblica: a suo avviso “il peggio deve ancora arrivare”.
Eppure se alziamo lo sguardo dalle diatribe tra economisti e guardiamo ai mercati e all’economia reale, dieci fondati motivi per essere (cautamente) ottimisti ci sono.

Il piano di Geithner piace ai mercati

Il piano da 500 miliardi di dollari di Tim Geithner, segretario americano al Tesoro, è stato accolto dai rialzi in tutte le borse del mondo. Poi ci sono stati i ribassi, ma non come nei mesi scorsi. Soprattutto, è la prima volta che un progetto della nuova amministrazione Usa incontra il favore dei mercati. In che cosa si differenzia dai precedenti, che hanno già impegnato risorse per 787 miliardi? Nella strategia di fondo: anziché nazionalizzare banche, assicurazioni e agenzie di mutui, e concedere aiuti a pioggia ai settori in crisi (come l’auto), il piano Geithner si propone di ripulire dai titoli tossici i portafogli di aziende e famiglie. Coinvolgendo nell’opera i privati, generosamente protetti dai prestiti delle agenzie governative e dalla garanzia di ultima istanza della Fed.

La Federal reserve compra a piene mani
“La recessione negli Usa finirà nel 2009, la ripresa inizierà dal 2010, e nessun’altra grande banca americana fallirà”. È il verbo di Ben Bernanke, ripetuta nell’ultima settimana ben tre volte, a Phoenix, New York e Washington. Contemporaneamente la Federal reserve ha iniziato a comprare titoli pubblici a scadenze medie e lunghe. Con un doppio obiettivo: ridurre l’imponente debito americano e tenere sotto controllo i rendimenti, per mitigare il ritorno dell’inflazione, cioè il rischio maggiore della ripresa. Insomma, la Fed ha mostrato di non voler solo spegnere gli incendi, ma di puntare ad una “exit strategy”. Lo può fare perché non ha i vincoli di noi europei nello stampare e ritirare dollari, o addirittura attingere alle riserve come sta facendo in questi giorni. Né, come la Bce, deve mettere d’accordo 16 governi. A Bernanke basta agire in tandem con Obama, e pare che ci stia riuscendo.
Segnali positivi dall’industria
Ma ancora prima Wall Street e le borse mondiali hanno esibito una serie di rialzi concentrati su banche e assicurazioni: titoli paria fino a poche settimane fa. Che cosa fa sperare che non si tratti solo di speculazione? In primo luogo lo stabilizzarsi su un andamento piatto della produzione industriale mondiale, dopo i tonfi di tutto il 2008. Il segno meno aveva raggiunto il 31 per cento in Giappone, il 20,5 per cento in Spagna, il 19,5 per cento in Germania, il 15,5 per cento in Italia, il 14 per centoin Francia, l’11 per cento in Gran Bretagna e Usa. Gli indici generali sono ancora al ribasso, ma la produzione manifatturiera è ripresa tra dicembre e febbraio in Giappone e Stati Uniti. E ha arrestato il crollo in Europa: gli indicatori dei direttori acquisti (Purchasing Managers Index) pubblicati il 24 marzo sono meglio del previsto. Il Pmi manifatturiero è risalito leggermente a quota 34 da 33,5 di febbraio. Il Pmi dei servizi è passato a 40,1 da 39,2, contro previsioni di ulteriore peggioramento a 39,1.
Crescono le vendite di case
I dati più spiazzanti provenienti dagli Usa sono quelli del mercato immobiliare. Prima la costruzione di nuove case, aumentate a febbraio del 22,2 per cento, cioè 583 mila abitazioni, ben 150 mila più di quelle previste. Appena a gennaio la costruzione di case nuove si era ridotta del 10,2 per cento, toccando il minimo storico. Poi la vendita di immobili usati: più 5,1 rispetto a marzo, contro previsioni di meno 0,9 . Un mini-boom dovuto certo al calo dei prezzi del 15 per cento ed al fatto che la metà delle compravendite riguarda beni pignorati: ma è pur sempre dalla casa che tutto era partito.
Una crisi dura 18 mesi e siamo arrivati a 15
Siamo al 15mo mese di crisi, iniziata negli Usa a gennaio 2008 con il crac dei mutui subprime. Secondo le statistiche la durata media delle crisi, sempre più acute e brevi, è di 18 mesi. Se questa teoria verrà confermata, la fine del tunnel sarà a cavallo dell’estate. Ma c’è chi non è d’accordo, ed è proprio Roubini, stavolta nei suoi più congeniali panni di pessimista: “Questa non è una recessione a V, ma ad U, la ripresa non sarà veloce e verrà preceduta da alcuni mesi di economia piatta”. Comunque, già qualcosa.
L’Europa ha reagito con decisione
Dall’Europa, così come è arrivata dopo, la crisi se ne andrà in ritardo rispetto agli Usa. Tuttavia anche Trichet si sbilancia: “C’è una previsione generale di tutte le istituzioni pubbliche e private che il 2010 sarà l’anno della ripresa”. Fa ben sperare anche il decisionismo mostrato dai governi: l’Europa ha mobilitato risorse pari a quelle degli Usa. E, a differenza che in politica, stavolta ha reagito compatta.
Le materie prime stanno ripartendo
Il prezzo delle commodities - l’assieme di materie prime e servizi essenziali - sta ripartendo. In particolare di quelle “buone”, che individuano non beni rifugio (l’oro su tutti), ma i propellenti primari dell’economia: petrolio, cereali, metalli, carbone, noli marittimi. Il termometro-leader di queste voci si chiama Baltic dry index: nel 2008 tra giugno e dicembre era precipitato da 11.600 a 660 punti, perdendo il 94 per cento. Ora è ad un passo da quota 2.300, un rimbalzo del 250 per cento.
Meglio del previsto in Italia i bilanci aziendali
In Italia i consuntivi 2008 delle grandi aziende sono risultati migliori del previsto: Unicredit, Intesa SanPaolo, Mediaset, Mediolanum e Banco Popolare hanno in qualche modo sorpreso gli analisti, anche se ognuno ha poi seguito strategie diverse: l’Unicredit (2,6 miliardi di utile) non ha rinunciato al dividendo, sotto forma di azioni. Intesa (4 miliardi) ha deciso di mettere fieno in cascina, rinviando a tempi migliori. Forse, non ha escluso l’amministratore delegato Corrado Passera, già nel 2009.
Gli incentivi all’auto rianimano le vendite
Il mercato dell’auto europea si sta riprendendo. Gli incentivi, varati in Germania a gennaio e in Italia a febbraio, hanno già fatto volare del 40 per cento gli acquisti dei tedeschi, mentre da noi hanno ridotto le perdite: la Fiat ha ha registrato 70 mila ordini, il doppio rispetto a gennaio ed il 30 per cento in più ripetto a febbraio 2008.
Per marzo sia l’Unrae (l’associazione delle case estere in Italia), sia il centro studi Promotor vedono rosa: l’indice di affluenza negli show room è passato dal 4 per cento di gennaio ad oltre il 60 di marzo. Le vendite potrebbero raggiungere le 214 mila auto di un anno fa, con benefici soprattutto per Fiat e Ford. Il che rafforzerebbe Sergio Marchionne, amministratore delegato del Lingotto, nel piano di acquisto della Chrysler e di sbarco nel mercato Usa.
Migliora l’export verso l’Europa
I consumi negli Usa e Gran Bretagna sono in ripresa. La Cina segnala un aumento dell’8 per cento della produzione industriale. L’Italia, in attesa di rivedere file di clienti nei negozi e soprattutto più posti di lavoro, deve per ora accontentarsi di segni positivi davanti all’import e all’export verso i paesi europei: rispettivamente più 2,1 per cento e più 1,3 rispetto a gennaio. Non è moltissimo, ma qualcosa si muove. Forse la fine del tunnel non è davvero così lontana.

Nuove banche: immigrati, vi do credito

Bitjoka

di Paola Ciccioli

Gli immigrati hanno il loro istituto di credito: si chiama Extrabanca e la Banca d’Italia ha dato l’autorizzazione all’apertura dei suoi primi sportelli a Milano e in Lombardia, cioè nella zona di maggiore concentrazione degli stranieri nel Paese. La missione dichiarata è “intercettare e interpretare le aspettative del corpo immigrato”, “stabilire profittevoli, stabili e durature relazioni con le diverse comunità etniche”, offrire “supporto agli operatori economici multiculturali del territorio”. Tutto questo tenendo conto che i cittadini stranieri presenti in Lombardia erano oltre 953 mila al 31 dicembre 2007 (secondo le stime contenute nel dossier Caritas Migrantes), cioè il 23,9 per cento del totale nazionale, e che, con oltre 415 mila immigrati, la provincia di Milano ha tolto a quella di Roma il primato nazionale della multietnicità.
Presidente dell’Extrabanca è Andrea Orlandini. Nel consiglio di amministrazione siedono Paolo Morerio e Corrado Giammattei, in rappresentanza, rispettivamente, dei due soci istituzionali: Fondazione Cariplo e Assicurazioni Generali, principali azioniste del neonato istituto di credito. Che per il suo business pone particolare attenzione “alle dinamiche di sviluppo della popolazione immigrata”, la cui “crescita potenziale è stimata nel 9,1 per cento annuo” (elaborazione da dati Ismu, Iniziative e studi sulla multietnicità).
L’immagine innovativa della banca è affidata a Otto Bitjoka (nella foto), imprenditore camerunense plurilaureato che assume l’incarico di vicepresidente e diventa così il primo banchiere extracomunitario, anzi africano bantu, come è solito sottolineare, nella storia del credito in Italia.
Che i tempi per la nascita di una “banca degli immigrati” fossero maturi lo aveva lasciato intendere Bitjoka due mesi fa presentando il primo rapporto organico sull’imprenditoria degli stranieri in Italia, edito dalla sua fondazione Ethnoland. “Duecentomila imprese in più create dagli immigrati è l’obiettivo che è possibile raggiungere” ha scritto nel volume ImmigratImprenditori, curato in collaborazione con la Caritas Migrantes. “In Italia le attuali 165.114 aziende con titolari immigrati potrebbero raddoppiare, con il supporto di una strategia adeguata, già nel volgere di un decennio, con un impatto positivo sulla creazione della ricchezza e sulla crescita dell’occupazione” è un’altra previsione dello studio di Ethnoland.
I 44 soci dell’Extrabanca, il cui capitale sociale è di 23,6 milioni, sono in gran parte industriali del Centro-Nord con attività che vanno dalla meccanica al tessile, dall’alimentare alle costruzioni. Tra loro Mario Buzzella, presidente dell’Associazione degli industriali della provincia di Cremona e a capo della Coim, multinazionale della chimica. Rossella Sirtori, titolare della Sircatene di Missaglia, ha presieduto la Confindustria di Lecco. Mentre Pippo Puglisi è stato il numero uno della Sicindustria, presidente degli industriali di Messina e attualmente ricopre la carica di vicepresidente nazionale della Federturismo.
Unica donna presente nel consiglio di amministrazione dell’Extrabanca è Marina Pittini (rappresentante dei giovani imprenditori del Friuli-Venezia Giulia), dell’omonimo gruppo leader in Europa nel settore degli acciai elettrosaldati per l’edilizia. Altro socio di peso, e membro del cda, è Bruno Giglio, piacentino, titolare con il fratello Sergio dell’Ingegneria biomedica Santa Lucia, tra le maggiori aziende nazionali nel settore della logistica del farmaco.
La nuova banca “fonderà parte rilevante delle proprie politiche sull’interazione con i singoli soggetti e le comunità di loro appartenenza”, opportunità, questa, “che il sistema bancario tradizionale non ha pienamente colto”.
Del resto, ricerche recenti (Abi-Cespi) dimostrano che sempre più i migranti bussano agli sportelli degli istituti di credito, sia per affidare i propri risparmi sia per chiedere mutui per l’acquisto della prima casa o prestiti finalizzati all’avvio di una nuova attività. Il cosiddetto livello di bancarizzazione di questo target è cresciuto del 12 per cento in due anni. “La percentuale di conti correnti sul totale adulti non Ocse è infatti passata dal 60 per cento nel 2005 al 67 per cento nel 2007; il numero assoluto di conti correnti intestati a cittadini immigrati è cresciuto del 33,3 per cento” è sottolineato in ImmigratImprenditori.
Altro elemento che giustifica l’interesse del mondo creditizio verso i “nuovi italiani” è l’incremento crescente delle rimesse verso i paesi di origine. Negli ultimi cinque anni gli stranieri hanno raddoppiato l’ammontare dei soldi che riescono ad accantonare con il loro lavoro per poi mandarli a casa, “raggiungendo l’ammontare di 251 miliardi di dollari nel 2007: dimensione sottostimata, se si pensa ai flussi finanziari tramite canali formali e informali che sfuggono alla registrazione”.
Nel periodo 2004-2007 le rimesse dall’Italia sono passate da 2.706.104.000 euro a 6.044.060.000 euro. Gli asiatici nel loro complesso costituiscono l’etnia che più di altre invia soldi nei paesi di origine (47,1 per cento), seguiti dai lavoratori provenienti dall’Est europeo (25,7), dagli africani, specie dei paesi del Nord (15,1), seguiti dai latinoamericani (12 per cento).
La banca, che nelle intenzioni dei fondatori gli immigrati dovranno percepire come “loro”, assumerà personale in grado di esprimersi in diverse lingue e userà modulistica mirata e comprensibile anche a chi non ha ancora piena dimestichezza con l’italiano.

Riparte il “Circus” della F1: regole incerte, novità tante, soldi pochi

formula1

Rombano i motori a Melbourne, in Australia. Riparte la stagione di Formula uno, il grande “Circus”. Le prove hanno evidenziato due verità. La prima è che vanno forte le macchine contestate dagli avversari per i diffusori posteriori: Brawn GP, Williams e Toyota. Se ne riparlerà dopo il Gran premio della Malesia, quindi fino al 14 aprile si rischia di correre “sub iudice“.

Poi, seconda verità: i duellanti Ferrari e Mc Laren-Mercedes, che negli ultimi anni hanno battagliato per la vittoria finale, ora arrancano. In attesa della gara che scatterà domenica mattina quando in Italia saranno le 08,00 (qui la programmazione di Sky e della Rai), la stagione appena cominciata è stata definita da molti “l’anno zero della Formula uno”. Quella, per intenderci, del corposo taglio dei costi e della crisi economica. “Noi siamo in mezzo e dobbiamo contribuire al taglio delle spese”, dice Flavio Briatore, team manager Renault, uno che i conti è abituato a farli. Soprattutto davanti a un giochino che tra budget, ingaggi, diritti d’immagine, marketing, muove 2 miliardi di euro a stagione. Il team francese è stato il primo a rinegoziare gli stipendi dei propri piloti, Fernando Alonso e Nelsiño Piquet. Sull’entità del taglio c’è riserbo, ma Alonso non patirà troppo, visto che è il secondo pilota più pagato coi suoi 20 milioni di euro a stagione. Più sofferto si prospetta, invece, il taglio a Piquet jr, che guadagna poco meno di 4 milioni.

Del resto, quella dei costi da tagliare è storia vecchia. Va detto però che nell’ultimo anno le avvisaglie della crisi hanno costretto a riflessioni più serie. Nel 2008 è stata la Super Aguri, team satellite della Honda, a dare l’addio a stagione in corso e a dicembre il forfait è poi arrivato dalla casa madre che fino all’anno passato vantava il quarto budget del circus (314,9 milioni di dollari). L’addio della Honda è stato un duro colpo per l’ambiente. Da qui sono partite le nuove iniziative della Federazione internazionale automobilistica (Fia) volte a spendere meno. Si spiegano così il limite di 8 motori che ogni pilota potrà utilizzare nel corso dell’anno, le nuove norme sul congelamento nello sviluppo dei motori, i limiti all’uso delle gallerie del vento e la cancellazione dei test stagionali. Non va poi dimenticata la “trovata” di Max Mosley di aumentare del 500 per cento il costo della superlicenza che i piloti devono avere per correre. Oggi un pilota deve pagare 10 mila euro di base e 2 mila euro a punto conquistato. Prima i prezzi erano più abbordabili: 1.690 euro di base e 477 euro a punto. Da qui la richiesta dei piloti di adeguarsi alla crisi e la promessa di Mosley di calmierare i prezzi .Ma a partire dal 2010.

Ma quanto costa a un team vincere un mondiale? In media 135 milioni di euro, una cifra quattro volte più alta del budget deciso dalla Fia a partire dal 2010. Secondo l’analisi dell’agenzia bolognese StageUp-Sport&Leisure Business, nel 2008 è stata la Ferrari la scuderia più efficiente in termini di costi sulla base dei risultati ottenuti: le otto vittorie della stagione scorsa sono costate a Maranello 41 milioni l’una contro i 57,1 milioni spesi dalla McLaren e i 101,4 milioni della Toro Rosso. I 290 milioni spesi dalla Bmw Sauber sono valsi una sola vittoria. I 702 punti assegnati sono costati in media 3,5 milioni ciascuno. Anche in questo caso la Ferrari con 1,9 milioni a punto è stata la scuderia che ha speso meno. Seguono la Bmw Sauber con 2,1 milioni a punto e la McLaren con 2,3 milioni. Fra le maggiori delusioni della stagione scorsa in termini di efficienza costi - risultati si distinguono Honda e Toyota: la prima ha sostenuto una spesa di 22,5 milioni per punto, la seconda di 6,3 milioni. Le sponsorizzazioni che hanno contribuito maggiormente nel 2008 a coprire i costi di gestione provengono da aziende di telecomunicazione, capaci di spendere circa 180 milioni, e da quelle della finanza per oltre 100 milioni (maggiori informazioni nel documento in pdf).

Tra cambi regolamentari dell’ultimo minuto, soldi e ricorsi questa Formula uno è diventata davvero un “circo”: interessa ancora a qualcuno quello che succede in pista?

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Bentornata ora legale. Ci farà risparmiare 100 milioni di euro

oralegale

Lancette avanti di un’ora nella notte tra sabato 28 e domenica 29. Scatta l’ora legale, che resterà in vigore fino alla notte tra il 24 e il 25 ottobre. Termina così il periodo di ora solare che accompagna i cinque mesi invernali: l’obiettivo è di recuperare un’ora di luce a fine giornata. Ma anche risparmiare svariati milioni di euro in minor uso di energia elettrica. Secondo i dati di Terna, la società responsabile in Italia della trasmissione dell’energia elettrica sulla rete, i consumi saranno ridotti di 655 milioni di kWh, con un risparmio di oltre 342 mila tonnellate di CO2. A livello economico, considerando che un kilowattora costa in media al cliente finale 15 centesimi di euro al netto delle imposte, il risparmio economico relativo all’ora legale per il 2009 sarà di quasi 100 milioni di euro, sostanzialmente in linea con quanto l’Italia ha risparmiato l’anno precedente. Con l’ora legale, dal 2004 al 2008, il nostro paese ha risparmiato, complessivamente, 3,1 miliardi di kilowattora, pari a circa 400 milioni di euro. Il minor consumo di energia elettrica è stimato per aprile: oltre 169 milioni di kilowattora, pari al 26,2 per cento del totale. Ciò è dovuto al fatto che aprile ha giornate più corte in termini di luce naturale, rispetto ai mesi dell’intero periodo. Spostando in avanti le lancette di un’ora, quindi, si ritarda l’utilizzo della luce artificiale in un momento in cui le attività lavorative sono ancora in pieno funzionamento.
C’è chi si interroga sui vantaggi (o meno) dell’introduzione di questa consuetudine. Non farebbe risparmiare secondo uno studio dell’Università della California, che ha analizzato sette milioni di abitazioni nello Stato dell’Indiana, concludendo che l’ora legale ha aumentato i consumi annuali delle utenze domestiche tra l’1 e il 4 per cento, per una spesa aggiuntiva di 8,6 milioni di dollari l’anno. Un’indagine dell’Energy Institute australiano sostiene anch’esso che i risparmi sono solo apparenti. Secondo l’Istituto infatti, il risparmio viene sempre calcolato sulle ore interessate dalla maggiore quantità di luce (quelle pomeridiane), mentre se si fa il computo complessivo tra il risparmio pomeridiano e la maggiore richiesta di energia tra le 7 e le 8 del mattino e quella usata nelle ore più tarde perché, mediamente, si rimane svegli più a lungo, il risparmio risulta zero. Non tutti i risultati sono negativi. Nel rapporto stilato ad ottobre 2008 per il Congresso dal dipartimento dell’Energia, si conclude che l’aver anticipato di 4 settimane l’ora legale, usanza attuata dagli Stati Uniti dal 2005, ha fatto risparmiare globalmente lo 0,5 per cento dell’energia, che corrisponde a quella utilizzata da 100 mila appartamenti per un intero anno. Gli Usa prevedono di risparmiare abbastanza energia, tra il 2005 e il 2020, da poter fare a meno di costruire tre impianti di grandi dimensioni. Economicamente i vantaggi dell’anticipo dell’ora legale (che quest’anno durerà fino al 4 novembre, una settimana in più rispetto all’Europa) ammontano a 4,4 miliardi di dollari.
L’ora legale porterà a dormire di meno. La sua storia risale al Settecento, quando Benjamin Franklin la teorizzò per ottenere il risparmio energetico. Un orario convenzionale che seguisse la luce del sole sembrava idoneo a sostenere il minore consumo. Allora, ovviamente, non essendoci la luce elettrica, la teoria non fu molto seguita. Lo scienziato infatti pensava al risparmio su candele, lampade e torce. La norma prese invece slancio nel ‘900, all’epoca di quella rivoluzione industriale che, partita dalla Gran Bretagna alla fine del Seicento, scandì lo sviluppo economico del vecchio continente. Nel 1916 la Camera dei Comuni di Londra diede il via libera al “British Summer Time“, che implicava lo spostamento delle lancette un’ora in avanti durante l’estate. In Italia l’ora legale è stata adottata per la prima volta nel 1916, dal 3 giugno al 30 settembre. La norma rimase in vigore fino al 1920 e poi venne abbandonata. Nel 1940 Mussolini decretò che era necessaria, la riammise e vi rimase fino al 1948, anno in cui venne nuovamente abolita. L’adozione definitiva risale al 1966, durante gli anni della crisi energetica. Per i primi tredici anni venne stabilito che l’ora legale dovesse rimanere in vigore dalla fine di maggio alla fine di settembre. Dal 1981 al 1995, invece, si stabilì di estenderla dall’ultima domenica di marzo all’ultima di settembre. Il regime definitivo è entrato in vigore nel 1996 quando si stabilì di prolungarne ulteriormente la durata dall’ultima domenica di marzo all’ultima di ottobre.
Ormai quasi tutti i Paesi industrializzati hanno adottato l’ora legale, secondo date di inizio e fine il più possibile coincidenti, soprattutto per non complicare gli orari dei vettori aerei. Ma c’è anche qualcuno che, come il Giappone, non vi aderisce: a mettere i bastoni tra le ruote (come in passato anche in Francia) sono stati gli agricoltori, visto che è soprattutto nelle prime ore della mattina che è concentrato il lavoro nei campi ed è allora che serve più luce. Le lancette non si spostano anche in gran parte del resto dell’Asia, come in Africa. Tra gli effetti collaterali osservati si contano: meno crimini, meno incidenti stradali, migliore uso del tempo libero e una maggior produttività. Ma al di là dell’uso dell’energia c’è un altro elemento da considerare: le ricadute sulla salute. Nonostante si dica che un’ora in più di luce dovrebbe permettere maggiore possibilità di movimento per la gente, secondo il “New England Journal of Medicine“, durante la prima settimana della nuova ora vi è un aumento del 5 per cento di infarti a causa dell’alterazione che si viene a creare nei ritmi biologici e soprattutto in quelli del sonno. Risparmio sì, ma attenzione al cuore.

Allarme Cgil: salari fermi dal 1993 e tasse in crescita

Una busta paga

Buste paga che non lievitano. Salari netti fermi. Dal 1993.
È quanto evidenzia il nuovo rapporto dell’Ires-Cgil, secondo cui il fisco in 15 anni ha beneficiato di guadagni di produttività calcolati in 6.738 euro per ciascun lavoratore, in termini di potere d’acquisto, tra la mancata restituzione del fiscal drag (aumento delle tasse in relazione ala crescita dell’inflazione) e l’aumento della pressione fiscale. In totale allo Stato sono arrivati 112 miliardi di euro dal ‘93 al 2008.
Secondo la Cgil, se fosse stato applicato l’accordo separato sugli aspetti contrattuali del 22 gennaio scorso, dal 1993 al 2008, in aggiunta alla perdita fiscale i lavoratori avrebbero perso altri 6.587 euro di potere d’acquisto. La proposta del sindacato guidato da Guglielmo Epifani rivolta al governo è che vengano erogati 100 euro medi di aumento mensile in busta paga, aumentando le detrazioni fiscali per lavoratori dipendenti, pensionati e collaboratori. Ciò, dice la Cgil, dovrà avvenire da gennaio 2010 e dunque dovrà essere previsto nella prossima manovra economica. Sempre secondo i dati diffusi dall’istituto di ricerca della Cgil, dal 1995 al 2006 i profitti netti delle maggiori imprese industriali sono cresciuti di circa il 75% a fronte di un aumento delle retribuzioni di solo il 5%. E ancora: in base alle dichiarazioni dei redditi presso i Caf Cgil, si ha che circa 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 6,9 milioni meno di mille, di cui oltre il 60% sono donne. Oltre 7,5 milioni dei pensionati prende meno di mille euro netti mensili.
Il reddito disponibile famigliare fra il 2000-2008 registra così una perdita di circa 1.599 euro nelle famiglie di operai e 1.681 euro nelle famiglie con “capo famiglia” impiegato a fronte di un guadagno di 9.143 euro per professionisti e imprenditori. Riguardo alla cassa integrazione, un lavoratore a “zero ore” per un mese vede il suo stipendio abbassarsi dai 1.320 euro netti in busta paga ad appena 762 euro; una lavoratrice in Cig, sempre a zero ore, con uno stipendio mensile di 1.100 euro netti passerà a 634 euro netti. Dall’analisi dei dati Istat - sempre secondo la Cgil - emerge come le retribuzioni di fatto dal 2002 al 2008 abbiamo accumulato una perdita del potere di acquisto pari a 2.467 euro, di cui circa 1.182 di mancata restituzione del drenaggio fiscale.

Industria, crollano fatturato e ordinativi: mai così male dal ‘91

Metalmeccanico in una fabbrica

Crollano fatturato e ordini dell’industria a gennaio. L’indice del fatturato corretto per gli effetti del calendario, segnala l’Istat, ha registrato una diminuzione tendenziale del 19,9% (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 22 di gennaio 2008), mentre l’indice grezzo degli ordinativi ha segnato una riduzione tendenziale del 31,3%. Entrambi gli indicatori sono scesi del 2,1% rispetto a dicembre. Nel confronto su base trimestrale, il fatturato scende dell’8,8% e gli ordinativi del 14,2%.
Entrambi gli indici tendenziali rappresentano il peggior dato dal 1991. Nel dettaglio: gli indici destagionalizzati del fatturato per raggruppamenti principali di industrie hanno segnato variazioni congiunturali positive del 5,9% per l’energia e dello 0,1% per i beni di consumo (-3,1% per quelli durevoli e +0,8% per quelli non durevoli). Si sono registrate variazioni negative del 5,9% per i beni strumentali e del 2,5% per i beni intermedi. L’indice del fatturato, corretto per gli effetti di calendario, ha registrato a gennaio diminuzioni tendenziali del 28,4% per i beni intermedi, del 28,1% per l’energia, del 19,7% per i beni strumentali e del 4,8% per i beni di consumo (-21,2% per quelli durevoli e -2% per quelli non durevoli).
E continua la discesa per l’industria degli autoveicoli. A gennaio il fatturato ha segnato un crollo del 47,4% (26,3% a dicembre). L’Istat chiarisce che il calo è stato sul mercato interno del 42,8%, e su quello estero del 52,3% (a dicembre erano stati rispettivamente del 29,3% e del 21,3%. Si tratta di dati grezzi. Male anche gli ordinativi che hanno segnato un calo del 26,3%, dovuti ad un calo sul mercato interno del 30,5% e su quello estero del 26,3%.
A gennaio l’indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario ha segnato le diminuzioni tendenziali più significative nel settore della fabbricazione di mezzi di trasporto (-37,1%), della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-33,3%) e della fabbricazione di prodotti chimici (meno 29,2 per cento). Le variazioni negative più marcate dell’indice grezzo degli ordinativi hanno riguardato invece la fabbricazione di macchinari ed attrezzature n.c.a. (-41%), la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-40%) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (-39%).

Il VIDEO servizio:


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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