G20 anti crisi: entrare nei paradisi fiscali e riportarne i conti a terra

Cassaforte

Rare sono le volte in cui un vertice internazionale riesce ad attrarre l’attenzione dell’intero pianeta, e ancora più rare sono le volte in cui il medesimo vertice riesce a portare a casa almeno un risultato tangibile rispetto ai proclami sventolati tra i media alla sua vigilia. Su entrambi i fronti, il Summit del G20 in programma a Londra il 2 aprile per lanciare un’azione coordinata contro la crisi e rifondare il sistema finanziario, può già ritenersi un successo. Certo, è ancora troppo presto per dire se questo vertice entrerà di diritto nella Storia, ma è altrettanto certo che una vittoria i leader delle venti nazioni economicamente più potenti del mondo se la sono già aggiudicata. Al termine di un braccio di ferro durato settimane, Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno finito per mettere le mani su una realtà finanziaria diventata simbolo di tutte le derive dell’attuale sistema economico: i paradisi fiscali. In nome della concorrenza imprenditoriale, della libera circolazione dei capitali e della necessità di ridurre al minimo l’intervento dello Stato nell’economia di mercato, dagli anni ‘80 i paradisi fiscali sono diventati roccaforti inespugnabili. Ma con la crisi economica, i governi si sono accorti della necessità di regolare queste piazze finanziarie situate ai margini del sistema. Al di là dell’ostilità crescente dell’opinione pubblica, gli Stati occidentali attualmente costretti a prelevare centinaia di milioni di euro dalle casse pubbliche per rilanciare la loro economia, non possono più tollerare la presenza di “buchi neri fiscali” che alimentano la fuga di capitali consentendo a grandi fortune, banche e multinazionali di pagare meno tasse. Se per gli Stati Uniti il mancato guadagno ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari, l’evasione fiscale costerebbe alla Germania 30 miliardi di euro e 20 miliardi a testa a Francia e Regno Unito. Una bella botta, e meritata se è vero secondo quanto sostengono alcuni analisti che ognuno di questi paesi ha coltivato per anni legami stretti con paradisi fiscali: Isole Bermude e Stato del Delaware per gli USA, Andorra e Monaco per la Francia, le Isole anglo-normanne (Jersey e Guerseney) per la Gran Bretagna, Svizzera, Lichtenstein e Lussemburgo per la Germania, al quale si aggiungono Hong Kong e Singapore per la Cina. Ma l’affiliazione è per la verità molto più trasversale sul piano geografico. La maggioranza delle multinazionali quotate in borsa possiedono filiali in paradisi fiscali. È il caso delle grandi imprese francesi iscritte al CAC 40 (il listino borsistico di Parigi), che detengono 1.470 filiali in territori ‘extrafiscali’. In Italia, si calcola che oltre il 50% delle aziende iscritte sul listino di Piazza Affari, nonché il 25% dei gruppi bancari, possiedono una partecipata in un paradiso fiscale.

Di fronte all’entità del fenomeno, ecco un “viaggio” tra i paradisi fiscali per capirne meglio l’identità, la dimensione e il modo con cui combatterli.
Quanti sono. Secondo una Black List pubblicata a metà marzo dall’Organizzazione della cooperazione e dello sviluppo economico (Ocse), nel mondo ci sono 46 paradisi fiscali. Si va dai fazzoletti di terra noti per accogliere centri urbani ridotti a una via centrale costellata da migliaia di buste lettere (è il caso delle Isole Cayman) allo Stato del Delaware, passando per la Svizzera e paesi ‘insospettabili’ della zona UE (Belgio e Austria) che hanno fatto del segreto bancario uno strumento irresistibile per banche e multinazionali.
Peso finanziario. Il loro peso finanziario varia dai 1.700 miliardi di dollari calcolati nel 2000 dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) ai 11.500 miliardi stimati dalla Rete mondiale per la giustizia fiscale nel 2005. Questi attivi finanziari vedono in prima linea 4.000 banche, 2.000 fondi speculativi e circa 2 milioni di società fittizie. Si calcola che oltre il 50% dei flussi finanziari del pianeta transitano per i paradisi fiscali.
Cosa sono. Sotto questo vocabolo si nascondono non soltanto dei paesi dotati di un regime fiscale vantaggioso, se non addirittura inesistente, ma anche dei centri finanziari meglio noti come “offshore”. In senso stretto, appartengono alla categoria dei paradisi fiscali quei paesi e territori che accolgono non-residenti (individui, imprese) che vogliono fuggire alle tasse di un paese terzo. I non-residenti finiscono per ottenere un regime fiscale simile a quello dei residenti, se non più vantaggioso. Gli offshore (letteralmente “lontano dalle coste”) invece sono composti da Stati e territori che accolgono banche, compagnie di assicurazione e gestionari di fondi (special modo gli hedge funds, i fondi speculativi), senza disporre né imporre nessun tipo di regole fiscale. In questo caso, il regime amministrativo si applica all’attività economica prodotta sul territorio degli offshore. A un’impresa basta quindi aprire una semplice casella postale e creare cosi’ una società fittizia con lo scopo di nascondere il proprietario o il benefeciario di determinati beni con motivi che vanno dal riciclaggio di denaro sporco all’occultamento di proprietà. Riassumendo, come sottolinea Le Monde, “se i paradisi fiscali non sono tutti dei ‘paradisi regolamentari’, al contrario i centri finanziari offshore sono nella maggior parte del caso dei paradisi fiscali”.
Come identificarli. Secondo l’Ocse, tre parametri accomunano i paradisi fiscali: una tassazione nulla o molto bassa; la poca trasparenza e sopratutto la scarsa volontà di comunicare la benché minima informazione fiscale a un’autortià straniera. L’Ong Trasparency International ha aggiunta due altri parametri: i paradisi sono solitamente paesi dotati di una buona stabilità politica ed economica; hanno poi in comune un segreto bancario inviolabile, il che ne fa anche dei “paradisi giudiziari”.
Come colpirli. Questo il cuore del problema. Molti si sono sorpresi di vedere affiancati nella lista nera stilata dall’Ocse veri e propri buchi neri della finanza internazionale come le Isole Cayman, e la Svizzera, ardua difensore del segreto bancario ma irritata - e riprendiamo le parole del ministro degli Affari esteri svizzero, Micheline Calmy-Rey - all’idea di essere assimilata a “un paradiso fiscale”. In realtà, includendo nel gruppo dei paradisi fiscali quei paesi arroccati al segreto bancario, la presidenza britannica del G20 ha voluto colpire i governi europei che da sempre rifiutono qualsiasi collaborazione per lo scambio di informazioni fiscali con paesi terzi. In cambio della promessa di non essere iscritti sulla nuova Black list dei paesi “non cooperanti” che verrà pubblicata durante il Summit di Londra, prima il Belgio e l’Austria, e poi la Svizzera si sono piegati alle esigenze del G20 dicendosi aperti a collaborare (gli svizzeri solo “caso per caso”). Un altro successo è stato quello incassato con Andorra, il cui premier liberale, Albert Pintat si è impegnato a favore dell’approvazione entro novembre 2009 di un progetto di legge che prevede la fine del segreto bancario nel quadro di accordi bilaterali di scambi di informazioni fiscali con altri Stati. Ma per gli Stati Uniti non basta. A Londra, il presidente Barack Obama proporrà ai membri del G20 un sistema di valutazione sulla conformità di ogni paese alle regole internazionali in materia fiscale, di regulation e di riciclaggio di denaro sporco. “Tuttavia” ricorda Le Monde, “il G20 dovrà fare i conti con Brasile, India, Russia e Cina”, alcuni dei quali contrari alla creazione di una lista nera di ‘paesi canaglia’. La partita contro i paradisi fiscali non è ancora chiusa.

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Il 1 Aprile 2009 alle 16:51 G-20, scontri nella City: presi d’assalto i simboli del potere finanziario » Panorama.it - Mondo ha scritto:

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Il 1 Aprile 2009 alle 23:19 G-20 al via, le distanze rimangono. E Obama regala un I-pod a Elisabetta II » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Il secondo summit mondiale dei G-20 si è aperto a Londra tra le proteste dei manifestanti e i rituali della diplomazia. C’è chi è arrivato a muso duro, come Nicolas Sarkozy, che ha già minacciato di andarsene dal vertice se non verranno fuori dei risultati concreti, chi invece come Silvio Berlusconi pensa che “le decisioni più importanti si prenderanno al G8 in Italia”. Questa sera, a cena a casa Brown, al numero 10 di Downing street, i 29 (ai 20 iniziali si è aggiunto lo spagnolo Zapatero, poi ci sono anche i presidenti di organismi internazionali come il Fondo monetario internazionale o il Financial stability forum) commensali hanno iniziato a chiarirsi le idee faccia a faccia gustando il menu “british” preparato dallo chef Jamie Olivier. Sotto l’attenzione più di tutti è stato Barack Obama, impegnatissimo in questa sua prima visita europea da presidente. Barack e la moglie Michelle hanno bevuto il tè delle cinque con la regina Elisabetta e il marito, il principe Filippo duca di Edimburgo. Sua Maestà ha accolto la first couple d’America ricevendo in dono un I-pod con le foto della sua visita negli Stati Uniti. Regalo cui ha ricambiato con una fotografia sua e del consorte incorniciata che finirà dietro la scrivania di Obama. Ma per il presidente Usa l’esame vero comincia stasera: sul documento che sarà prodotto dal vertice l’accordo non è stato raggiunto. In generale sono due gli “schieramenti”: da una parte Usa e Gran Bretagna che chiedono di aumentare i piani di stimolo, dall’altra Francia e Germania che chiedono più controlli sulla finanza e sui paradisi fiscali. La bozza delle conclusioni ‘’non è sufficiente’’, le nuove regole del sistema finanziario mondiale vanno varate “ora e qui” e non sono ‘’negoziabili’’. Queste le dichiarazioni con cui Sarkozy e Angela Merkel si sono presentati in sintonia. Ma non va dimenticato il ruolo fondamentale della Cina e dell’India, che è poi il motivo per cui si è passati al G-20: senza le forti economie emergenti la ripresa è un miraggio. Toni più concilianti sono stati usati invece da Obama e Brown, che hanno invitato a “agire subito’’ e guardare ai punti che ‘’ci uniscono piuttosto che a quelli che ci dividono perché non possiamo trovare un’intesa su tutti i punti’’. Il premier britannico si è poi soffermato sulle banche: “è proprio giunta l’ora di ripulirle’’ ha detto. ‘’E’ uno dei test per misurare il successo di questo vertice: gli altri sono - ha spiegato Brown - il no al protezionismo, la creazione delle basi per un’economia a basse emissioni, il sostegno ai più bisognosi’’. [...]

Il 1 Aprile 2009 alle 23:32 G-20 al via, le distanze rimangono. E Obama regala un I-pod a Elisabetta II - GREG NOTIZIE ha scritto:

[...] Il secondo summit mondiale dei G-20 si è aperto a Londra tra le proteste dei manifestanti e i rituali della diplomazia. C’è chi è arrivato a muso duro, come Nicolas Sarkozy, che ha già minacciato di andarsene dal vertice se non verranno fuori dei risultati concreti, chi invece come Silvio Berlusconi pensa che “le decisioni più importanti si prenderanno al G8 in Italia”. Questa sera, a cena a casa Brown, al numero 10 di Downing street, i 29 (ai 20 iniziali si è aggiunto lo spagnolo Zapatero, poi ci sono anche i presidenti di organismi internazionali come il Fondo monetario internazionale o il Financial stability forum) commensali hanno iniziato a chiarirsi le idee faccia a faccia gustando il menu “british” preparato dallo chef Jamie Olivier. Sotto l’attenzione più di tutti è stato Barack Obama, impegnatissimo in questa sua prima visita europea da presidente. Barack e la moglie Michelle hanno bevuto il tè delle cinque con la regina Elisabetta e il marito, il principe Filippo duca di Edimburgo. Sua Maestà ha accolto la first couple d’America ricevendo in dono un I-pod con le foto della sua visita negli Stati Uniti. Regalo cui ha ricambiato con una fotografia sua e del consorte incorniciata che finirà dietro la scrivania di Obama. Ma per il presidente Usa l’esame vero comincia stasera: sul documento che sarà prodotto dal vertice l’accordo non è stato raggiunto. In generale sono due gli “schieramenti”: da una parte Usa e Gran Bretagna che chiedono di aumentare i piani di stimolo, dall’altra Francia e Germania che chiedono più controlli sulla finanza e sui paradisi fiscali. La bozza delle conclusioni ‘’non è sufficiente’’, le nuove regole del sistema finanziario mondiale vanno varate “ora e qui” e non sono ‘’negoziabili’’. Queste le dichiarazioni con cui Sarkozy e Angela Merkel si sono presentati in sintonia. Ma non va dimenticato il ruolo fondamentale della Cina e dell’India, che è poi il motivo per cui si è passati al G-20: senza le forti economie emergenti la ripresa è un miraggio. Toni [continua...] Per leggere tutto l’articolo vai al sito ufficale Notizie, Settimanali [...]

Il 2 Aprile 2009 alle 9:28 Londra: i nodi del G-20, Grandi Potenze ancora divise » Panorama.it - Mondo ha scritto:

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[...] Oltre al tema dei paradisi fiscali, la discussione è aperta anche sul rafforzamento dei soldi da destinare al Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e sulle misure per stimolare la crescita economica. Nonché sulla proposta di [continua...] Per leggere tutto l’articolo vai al sito ufficale Notizie, Settimanali [...]

Il 2 Aprile 2009 alle 18:09 5 mila miliardi per la ripresa. Il G20 dà l’addio ai paradisi fiscali » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: Voci da Londra - Rimangono le distanze tra le Grandi Potenze - Scotland Yard: un morto per gli scontri di ieri. “E’ stato un collasso” - G20, entrare nei paradisi fiscali e riportarne i conti a terra - Guarda la GALLERY degli scontri G-20: le news in tempo reale (fonte Google News)Police Attacked as They Try to Save Dying G20 Protester - FOXNewsG20:UK Timms:IMF Funds Likely To Reach Close To $750B - Wall Street JournalObama Strains to Drive Message, as Friction Builds at G20 - FOXNewsUS STOCKS SNAPSHOT-Wall St rises on G20 optimism - ForbesNYMEX-Crude up as equities rally on G20 optimism - Reuters [...]

Il 3 Aprile 2009 alle 21:38 francesco3000 ha scritto:

today Barack Obama together with China, EUropean leaders ( Sarkozy, Merkel) at G 20, finally decided to make actions to ” Stop Anarchy in Finance ”
we are working to this purpouse since more then one year…
This is the purpouse of of our cause
STOP ANARCHY IN FINANCE
http://apps.facebook.com/cause.....d=39157725
feel free to join !!
ciao
francesco

Il 4 Aprile 2009 alle 9:17 Paradisi fiscali, un forziere globale da 11mila miliardi di dollari » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: G20, entrare nei paradisi fiscali e riportarne i conti a terra [...]

Il 4 Aprile 2009 alle 18:52 Paradisi fiscali, un forziere globale da 11mila miliardi di dollari : BlogTecnico 2.0 ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: G20, entrare nei paradisi fiscali e riportarne i conti a terra [...]

Il 8 Aprile 2009 alle 1:41 Paradisi fiscali, un forziere globale da 11mila miliardi di dollari | Economia e diritto online: blogeconomia.net ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: G20, entrare nei paradisi fiscali e riportarne i conti a terra [...]

Il 21 Aprile 2009 alle 12:17 L’allarme di Pisanu: Attenti ai mafiosi della porta accanto » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Giuseppe Pisanu, senatore del Pdl, è stato capo della segreteria politica della Dc, sottosegretario alla Difesa e al Tesoro, ministro dell’Interno e oggi è presidente della commissione Antimafia. Un curriculum che lo iscrive fra i maggiori esperti nella lotta alla criminalità organizzata, che per Pisanu “È più pericolosa di quel che sembri quando non ammazza, perché significa che è concentrata sui grandi affari”. Per questo in cima all’agenda dei lavori della sua commissione c’è il contrasto all’espansione delle mafie nell’economia. È un pericolo tanto serio? Più che di serio pericolo parlerei di concreta realtà. L’esperienza dimostra che le mafie hanno una straordinaria capacità di adattarsi ai grandi mutamenti economici, sociali e politici e di sfruttarli a loro vantaggio. Prima ancora che il Muro di Berlino cadesse completamente i referenti di Cosa nostra e della ‘ndrangheta erano già dall’altra parte a comprare ristoranti, alberghi, magazzini e quant’altro capitava. Nello scorso numero di Panorama Gian Gaetano Bellavia, commercialista e importante consulente di diverse procure, ha dichiarato che molti aumenti di capitale di imprese del Nord stanno avvenendo con i soldi delle cosche. Ha segnali che confermano questa tendenza? Non posso dare indicazioni precise, ma posso assicurare che Bellavia dice il vero. In una fase di stretta creditizia come questa, le grandi organizzazioni criminali acquistano di tutto (partecipazioni azionarie, titoli calanti in borsa, esercizi commerciali in difficoltà, beni immobili) a condizioni di favore e finanziano nuove iniziative anche in settori avanzati come l’eolico e le energie alternative. C’è di più: alcune ‘ndrine calabresi hanno messo gli occhi sul coltan africano, un prezioso minerale utilizzato per tecnologie sofisticate (compresi i cellulari, ndr). A Panorama risulta che in questo periodo molte aziende italiane stiano ricevendo offerte di capitali da parte di misteriosi fondi canadesi. Ha notizie di questo flusso di denaro da oltreoceano? Le vostre informazioni sono quantomeno verosimili. I clan calabresi muovono e ripuliscono il denaro sporco con tale competenza che i cartelli sudamericani della droga li preferiscono ormai ai loro tradizionali servizi finanziari. Il procuratore Piero Grasso ha affermato che il primo problema da risolvere è quello dei paradisi societari. Che ne pensa? Sono d’accordo, perché i paradisi fiscali sono i principali centri di raccolta e ridistribuzione dei capitali sporchi che vi arrivano per vie diverse, più o meno occulte, da ogni angolo del pianeta. Il sistema bancario nazionale e internazionale vi è coinvolto. Non a caso nei paradisi fiscali si addensano nugoli di filiali bancarie di ogni parte del mondo. Sicuramente dopo le decisioni prese dai capi di stato e di governo al recente G20 di Londra i paradisi fiscali avranno vita più difficile e molti intrecci sporchi tra banca e finanza salteranno. A questo fine la Germania, la Francia e l’Italia hanno fatto un lavoro egregio e, nonostante le resistenze che vengono da diversi paesi, sono sicuro che non demorderanno. Le zone più coinvolte dallo shopping mafioso sarebbero quelle settentrionali, Lombardia anzitutto. Le risulta? In base alle sue informazioni, quali sono le regioni o le città più colpite dal fenomeno? Come il denaro pulito, anche quello sporco atterra nelle aree e nei settori più redditizi. Fare una graduatoria delle regioni e delle città più colpite sarebbe arbitrario, ma possiamo essere certi che essa coincide con quella del reddito pro capite. E infatti il denaro sporco di Cosa nostra, della ‘ndrangheta e della camorra ha risalito lo Stivale prima dei suoi proprietari e si è insediato dappertutto nel Centro-Nord, da Roma a Bologna, Milano, Genova e Torino. Nel recente passato, quando in Sicilia calava il prezzo degli agrumeti a Milano saliva il prezzo degli immobili. C’è un settore economico più esposto di altri all’assalto: edilizia, smaltimento dei rifiuti? I settori più esposti sono quelli più redditizi e, in generale, meno soggetti ai controlli di legalità. Peraltro le mafie sanno adeguarsi rapidamente a tutte le situazioni. Per esempio, ora che lo Stato intensifica la caccia ai capitali illeciti, loro affinano le tecniche di occultamento; e investono sempre più all’estero, dove non esistono normative antimafia stringenti come le nostre. In ogni caso conta soprattutto il business, vecchio o nuovo che sia e in qualsiasi angolo d’Italia e del mondo si presenti. E in quali paesi esteri investono maggiormente le cosche? In Europa direi Germania, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Romania e area balcanica. Oltreoceano, Canada, Stati Uniti, Messico, Australia, Colombia e Venezuela. Le ultime indagini dimostrano che la criminalità organizzata usa tecniche (soprattutto le false fatturazioni) che permettono di aggirare i controlli antimafia. Ha in mente nuove regole? Tra le nuove misure messe a punto in Sicilia per il controllo degli appalti pubblici, ricordo le stazioni uniche appaltanti e i conti correnti unici per singole opere pubbliche. In quest’ultimo caso tutte le operazioni di spesa concernenti un’opera pubblica verrebbero effettuate attraverso un solo conto corrente, in modo da poter individuare tutti i beneficiari, dal più grande al più piccolo. Il sostituto procuratore Antimafia Alberto Cisterna ha detto che il vero segreto degli affari della criminalità organizzata è il cosiddetto insider trading mafioso, ovvero la capacità delle cosche di conoscere con anticipo le scelte che le pubbliche amministrazioni faranno in campo economico, e di organizzarsi di conseguenza. Che cosa ne pensa e come si può risolvere il problema? Purtroppo le mafie sono entrate nella pubblica amministrazione e nel mondo politico e riescono a influenzarne le decisioni, specialmente a livello di enti locali e regioni. Per di più dispongono di organizzazioni aziendali con dirigenti, impiegati e consulenti esterni. La rottura del rapporto mafia-politica è condizione indispensabile per la vittoria definitiva dello Stato. In questo senso dobbiamo estendere e affinare la legislazione esistente. Il federalismo avvicina la gestione delle risorse pubbliche alle amministrazioni locali, meno impermeabili alle infiltrazioni delle cosche. Questo richiede compensazioni sul piano dei controlli: ci state lavorando? Lei ha ragione. Il potere decentrato è più vulnerabile e corruttibile. Pensi a quel che è successo dopo il passaggio delle competenze dalla benemerita Cassa per il Mezzogiorno alle regioni del Sud: più sprechi, più manomorta, minore quantità e qualità degli investimenti pubblici. Sorte analoga è toccata più tardi ai fondi europei per lo sviluppo. Ma l’esempio non tragga in inganno. Le mafie incombono su tutto il territorio nazionale e minacciano gravemente l’economia, la società e le istituzioni. Anche il federalismo deve temerle e prevenirle, al Sud, al Centro e al Nord. La ricostruzione post terremoto e il piano casa non rischiano di rivitalizzare l’edilizia mafiosa? Le indagini della magistratura hanno svelato che in Umbria, dopo il sisma del 1996, si trasferirono intere ‘ndrine per partecipare ai lavori di ricostruzione. Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra sono già arrivate in Abruzzo e certamente puntano sulla ricostruzione. Bisogna proteggere gli investimenti pubblici con una ferrea squadra antimafia. Amintore Fanfani diceva che “il denaro dei poveri si amministra in ginocchio”; in questo caso io aggiungerei: e con le armi spianate contro i malfattori. [...]

Il 7 Maggio 2009 alle 11:29 Paradisi fiscali, in Europa si litiga. Giro di vite in Italia » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] In Italia è in arrivo un giro di vite sull’evasione prodotta da chi porta i propri capitali in uno dei tanti paradisi fiscali. Tre le ipotesi principali su cui si sta già lavorando: l’inasprimento delle sanzioni, l’inversione dell’onere della prova, la messa a punto di una “lista nera” italiana dei cosiddetti centri offshore. Ad annunciare la stretta è stato a Bruxelles il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, al termine di una burrascosa riunione dell’Ecofin, in cui sulla delicata questione del segreto bancario si è sfiorato lo scontro. Da una parte il ministro tedesco, Peer Steinbrueck, ha provocatoriamente paragonato al Burkina Faso la Svizzera e i Paesi dell’Ue che praticano il segreto bancario (Austria, Belgio e Lussemburgo), facendo innanzitutto infuriare il premier del Granducato e presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. Dall’altra il presidente di turno dell’Ecofin, Miroslav Kalousek, ministro delle Finanze ceco, ha difeso gli stessi Paesi attaccati dal collega tedesco, sottolineando come sia stato un errore al G20 di Londra inserire tre Stati Ue nella “lista grigia” dei Paesi non cooperativi sul fronte del fisco. Proprio nel momento - ha aggiunto - in cui questi Paesi stanno ammorbidendo le proprie posizioni, lasciando intravedere una loro presa di posizione definitiva in favore della fine del segreto bancario. [...]

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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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