
Ventitremila miliardi di dollari, per metà provenienti dagli Stati Uniti. È la strabiliante somma, calcolata dalla Bloomberg International, prima rete mondiale di notizie e analisi economiche, di quanto è stato stanziato dai governi di tutto il mondo per fronteggiare la crisi. Uno sforzo che fa impallidire quello sostenuto dai soli americani nella Seconda guerra mondiale: 3.600 miliardi di dollari ai valori odierni. O quello del New deal, il piano di Franklin Delano Roosevelt per uscire dalla Grande depressione: 500 miliardi.
Dunque se la luce in fondo al tunnel si inizia a intravedere, abbiamo però una certezza: anche se la crisi durerà meno delle precedenti sarà la più cara di tutte. Perciò la domanda decisiva a livello mondiale è già questa: che fine farà questa montagna di soldi messi in circolo? Potrà essere tenuta sotto controllo o, come dopo tutte le crisi del passato, genererà l’altro mostro che si chiama inflazione?
Europa sottozero nel 2009. Cominciamo dall’Italia. L’ultimo rapporto interno del ministero dell’Economia (16 marzo) prevede per il secondo trimestre un’inflazione in caduta: sotto l’1 per cento in media d’anno. E ciò per il calo di elettricità e gas che deve ancora scontare il deprezzamento del petrolio (tornato da settimane in risalita) e di prodotti legati alle materie prime, dalla pasta al cemento. Ancora più bassa l’inflazione stimata dalla Confindustria: 0,8.
La Germania viaggia sullo 0,4 per cento e secondo la Deutsche Bank si andrà sotto zero nel secondo semestre. Stessa situazione in Francia e soprattutto in Spagna, dove i prezzi sono già scesi a meno 0,1, minimo storico. Axel Weber, del consiglio dei governatori della Bce, prevede che i prezzi nell’intera zona euro non supereranno l’1 per cento. “L’Europa sarà in territorio negativo per un certo periodo” aggiunge Lucas Papademos, vicepresidente della banca centrale; che ha già all’ordine del giorno un altro taglio dei tassi rispetto all’1,5 attuale.
Dal 2010 prezzi in ripresa fino al 4 per cento. Tuttavia dalla fine dell’anno prossimo lo scenario cambierà. Dopo un biennio di piatta, è prevista una risalita che in un triennio potrebbe toccare il 4 per cento. Per la Confindustria i prezzi aumenteranno già nel 2010 all’1,5, il doppio rispetto a fine 2009. Secondo Norbert Walter, analista della Deutsche Bank, “la ripresa dell’inflazione è un dato certo, il problema è come controllarla”. E qui cominciano i dolori.
Perché, se la risalita dei prezzi sarà un segnale buono per l’economia, sulle politiche di controllo c’è da incrociare le dita. Un antipasto con largo anticipo c’è stato in Gran Bretagna il 24 marzo, quando sono stati diffusi i dati dell’inflazione di febbraio: un balzo inatteso al 3,2 per cento, il che ha tenuto gli investitori alla larga dall’ultima asta di titoli pubblici, con rendimenti non più appetibili di fronte alla ripresa del carovita. Risultato: il tesoro inglese non sa come finanziare il piano anticrisi, che secondo il Fondo monetario internazionale porterà nel 2010 a un deficit pubblico dell’11 per cento, quasi il triplo dell’Italia; mentre Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, afferma che “non vi sono più risorse per nuove misure”.
I timori per l’Italia. Fra i collaboratori di Giulio Tremonti l’ansia non è da meno. Già nel 2009 il rapporto tra deficit e pil supererà il 4 per cento. Uno sfondamento ancora fisiologico che potrà essere riassorbito dal 2010 se le aste di bot e btp continueranno ad andare bene. Il Tesoro ha portato i rendimenti a breve intorno all’1 per cento netto, quelli a medio termine intorno al 3 e quelli a 20 e 30 anni intorno al 5. “Il che” spiegano in via Venti Settembre “va bene per tutelare nell’immediato il capitale e in prospettiva per una ripresa dell’inflazione al 3-4 per cento”. Oltre queste soglie saranno guai: per l’Italia, ma anche per Francia (deficit oltre il 5 per cento), Germania, per non dire della Gran Bretagna.
Guerra Usa-Cina. Ai due estremi del mondo le strategie e la percezione dei fatti appaiono in contrasto. Negli Stati Uniti i nemici restano la crisi e la deflazione, cioè il contrario dell’inflazione. “Tutti gli sforzi vanno destinati a stimolare l’economia” afferma Janet Yellen, presidente della Federal reserve di San Francisco. “Per molto tempo a venire la disinflazione e la deflazione rappresenteranno rischi molto più alti dell’inflazione”.
La Fed ha la libertà di stampare dollari, anche se ora ha deciso di acquistare vecchie obbligazioni riciclandole come denaro liquido. Un primo, timido tentativo di frenare la massa monetaria in circolazione. Invece la Cina non la pensa affatto come gli americani. Dopo aver sottoscritto quasi un terzo del debito pubblico Usa, che ormai sfiora il 140 per cento del pil (Italia a 109 a fine 2009, secondo l’agenzia Standard & Poor’s), Pechino ha ingiunto alla Casa Bianca di smettere di gettare a piene mani sul mercato dollari destinati a svalutarsi. Fan Gang, della banca centrale cinese, è durissimo: “Come economia emergente temiamo moltissimo una ripresa dell’inflazione che erodendo il potere d’acquisto danneggerebbe i nostri commerci e la nostra crescita. Se gli Usa insistono dovremo pensare a una nuova unità di scambio, diversa dal dollaro”.
Come difendere il portafoglio. Nel frattempo, come difendere i risparmi? Come regolarsi per investimenti e mutui? Se finora i depositi sono stati garantiti dal governo, per i rendimenti bisognerà guardare ai tassi d’interesse determinati dalle decisioni della Bce. Dopo il prossimo taglio all’1 per cento è difficile che ve ne siano altri. È previsione comune che nel 2010 vi sia una risalita all’1,25-1,50. Poi la Banca centrale tornerà alla vecchia missione di combattere l’inflazione: più questa salirà, più aumenteranno i tassi. Un’opportunità per investire già oggi in titoli con cedole indicizzate all’inflazione in euro, come i BtI.
Chi deve stipulare o rinegoziare un mutuo, più che farsi ingolosire dai livelli minimi dell’Euribor, da cui dipendono i contratti a tasso variabile, farebbe meglio a optare almeno per le scadenze oltre 10 anni per i tassi fissi. L’indice Irs a cui questi sono legati offre mutui decennali al 3,4 per cento, più (come per i variabili) lo spread. Tenuto conto che l’Euribor è ormai all’1,5 per cento e che, dopo una risalita dell’inflazione al 3 per cento, gli interessi potranno addirittura triplicare. Un film già visto nel 2008: meglio evitare.
- Lunedì 6 Aprile 2009
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