
Quando si parla di lavoro in “outsourcing”, è facile immaginare l’esercito di giovani nei call center impegnati in telefonate commerciali per conto di aziende che propongono abbonamenti, offerte e altri servizi. Diventa meno intuitivo, invece, pensare ai manager.
Ma l’onda lunga della crisi cambia le carte in tavola anche ai piani alti delle aziende: la parola magica, adesso, è adattamento a uno scenario in continua trasformazione. Perché la crisi può diventare un’opportunità di crescita. Dopo anni di esperienza all’interno di multinazionali, tre manager milanesi hanno scelto la strada del lavoro in outsourcing: mettere le loro competenze al servizio di imprese differenti su progetti specifici.
La società che hanno fondato, eBit, punta a settori strategici nella gestione del cambiamento: marketing, ricerca e sviluppo, retail e commercio elettronico. L’idea è di collaborare ai processi decisionali all’interno dell’azienda, seguendo lo sviluppo dei progetti dall’ideazione fino alla valutazione dei risultati. Un tentativo, quindi, di superare barriere tradizionali rimesse in discussione da incertezze economiche che in questi mesi minacciano di allargarsi alle società di consulenza.
Uno studio di Enrico Finzi, presidente di Astra ricerche, rivela il calo di fiducia nel consulting: il 68 per cento dei 400 imprenditori intervistati si è dichiarato “drasticamente insoddisfatto della consulenza tradizionale”.
Eppure il bisogno di innovazioni non riguarda soltanto i cervelli. La globalizzazione e la diffusione di internet hanno alimentato la necessità di integrare in tempi rapidi esigenze gestionali attraverso le tecnologie informatiche: è il mondo dell’azienda 2.0, aperta alla collaborazione e al dialogo con i clienti. Attraverso blog, social network e forum. Spiega Peter Herzum, ideatore dell’approccio Cosm per l’unificazione dell’information technology: “Al web 2.0 bisogna aggiungere altre due tendenze che influenzano la gestione d’impresa e l’adozione di infrastrutture informatiche. Le tecnologie analitiche rese popolari da Google, infatti, hanno reso possibile una ‘real time enterprise’, sviluppando la capacità di estrarre in tempo reale informazioni da dati strutturati, semistrutturati e non strutturati”. Poi aggiunge: “Adesso, inoltre, i progetti informatici possono adeguarsi con maggiore aderenza alle esigenze d’impresa, favorendo la riduzione dei costi con il modello di adaptive enterprise”. Un’impresa, cioè, in grado di adattarsi in tempi rapidi ai cambiamenti del mercato.
Ma all’orizzonte appaiono i primi segnali di un mutamento di tendenza nella percezione della crisi economica. È da dieci anni che gli italiani sono diventati più pessimisti sul loro futuro: un lento declino nella fiducia che è ultimamente ha accelerato. Almeno fino al mese scorso, quando è stata registrata la prima inversione del “sentiment”. Come ha ricordato Finzi, secondo le ultime rilevazioni all’inizio del 2009, gli italiani ottimisti erano il 29 per cento (appena due anni prima erano il 51 per cento): a marzo, sono diventati il 33 per cento e il mese scorso sono arrivati al 37 per cento degli intervistati. “La crisi sarà lunga e deve ancora mostrare le sue conseguenze, ma il punto di svolta nella percezione degli italiani è alle nostre spalle” commenta con un sorriso Finzi.
- Mercoledì 22 Aprile 2009
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