Archivio di Aprile, 2009
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I fondatori di Google, Sergey Brin (a destra) e Larry Page (a sinistra)
La spettacolare corsa di Google rallenta: per la prima volta il motore di ricerca deve annunciare un calo del fatturato, complice la crisi economica che investe i mercati globali. Ma i profitti di “Big G” sono cresciuti: adesso vale 1,4 miliardi di dollari la bussola che orienta i navigatori nel web . All’orizzonte, però, si addensano alcune nubi. Come il rischio di incappare in un’indagine dell’Antitrust negli Stati Uniti. Un pericolo finora evitato. Nel mirino degli ispettori è finita la proposta di accordo per la pubblicazione di libri in pubblico dominio o fuori commercio: Google è disposta a pagare 125 milioni di dollari ai detentori dei diritti. Ma, in cambio, si riserva i proventi derivanti commercializzazione delle opere. Potrebbe, quindi, trarre profitto per la pubblicità online o lavori derivati. Il concordato permette di evitare il processo per una causa lanciata contro Google dall’Associazione americana degli editori nel 2005. Ma l’idea non va giù a molti, come il gruppo di Internet Archive, un’organizzazione non profit che sta immagazzinando le pagine web nei suoi archivi: come una sorta di museo da visitare per trovare siti internet ormai scomparsi. E gli autori sono ancora scettici. “Big G”, però, può contare sui legami con l’entourage del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha nominato come consigliere per il neonato Comitato scienza e tecnologia Eric Schmidt, amministratore delegato di Google. Dall’Estremo Oriente, poi, arrivano rivali minacciosi: il motore di ricerca più usato in Cina, Baidu, ha dichiarato una crescita dei profitti del 24 per cento nella nazione con la popolazione sul web più numerosa. E al Nasdaq le sue azioni volano: sono aumentate del 72 per cento nell’ultimo anno. A rasserenare le prospettive arrivano i dati sulle vendite per il Googlefonino (G1), rivale dell’Iphone: a pochi mesi dal lancio è stato acquistato un milione di esemplari in Germania.
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L’appuntamento è per il 31 maggio. Entro quella data, per la prima volta nella loro storia, le società che non sono una banca ma offrono credito al consumo, prestiti personali, dilazioni di pagamento, fideiussioni, cambi, money transfer e mille altri servizi per l’uso del denaro dovranno fornire alla Banca d’Italia parecchie informazioni: statistiche su ciò che fanno, conto economico, conto patrimoniale, e pure le attività che non figurano nel bilancio. È una rivoluzione per quelli che i tecnici chiamano in modo burocratico “intermediari finanziari non bancari identificati nell’articolo 106 del testo unico bancario”. E non solo per loro.
L’accensione dei riflettori riguarda tutto il vasto esercito di persone e società, oltre 170 mila operatori, che a vario titolo hanno lavorato fino a oggi con il denaro degli italiani per larga parte fuori dalle luci della ribalta. Il cambiamento è cominciato nel 2008, quando tutto questo mondo è passato sotto la vigilanza della Banca d’Italia. Negli uffici di via Nazionale, a Roma, è apparsa subito chiara la diversità fra i controlli previsti sull’attività delle banche e quelli, assai meno stringenti, che la legge imponeva su questo altro tipo di intermediari del denaro, fino ad allora seguiti dall’Uic, Ufficio italiano cambi. Così, in attesa di norme più adeguate, proposte e già in discussione in Parlamento, è stato avviato un lavoro di verifica sul campo. In pochi mesi sono state spedite migliaia di raccomandate. Sono state intensificate le verifiche nei casellari giudiziari sull’onorabilità delle persone. Sono partite le prime ispezioni. Si è intensificata la collaborazione con la Guardia di finanza. E sono scattate anche operazioni di pulizia, come la cancellazione di oltre 10 mila “agenti in attività finanziaria”.
I risultati consentono oggi di andare alla scoperta di questo mondo poco conosciuto ma così importante nella gestione dei nostri soldi. La punta ben visibile è composta da pochi intermediari non bancari di grandi dimensioni, sottoposti a una vigilanza simile a quella delle aziende di credito e con obblighi patrimoniali e di informazione molto rigorosi. Sono appena 180 imprese (i tecnici vi si riferiscono citando l’articolo 107 del Testo unico bancario, Tub): offrono leasing, factoring, credito al consumo. Sono società anche importanti, come le finanziarie legate alle aziende produttrici di automobili. E in questo gruppo stanno per essere compresi i cosiddetti consorzi fidi. Anche se l’attività è la stessa, molto più lasco è il regime al quale devono sottostare tutti gli altri operatori, che sono davvero numerosi. Alla fine del 2008, per esempio, erano 1.189 le aziende che, inquadrate nell’articolo 106 del Tub, offrivano leasing, factoring, credito al consumo, prestiti, money transfer e servizi di pagamento.
Nei primi mesi del 2009 già sono arrivate domande per farne nascere altre 170. Eppure, nessuna di queste ha l’obbligo di avere un patrimonio adeguato al giro di affari. Basta avere un capitale minimo (600 mila euro). Pure i poteri della Banca d’Italia sono limitati. Da qui, la decisione di avviare quantomeno una verifica. Il 5 gennaio la banca centrale ha disposto l’obbligo di inviare informazioni statistiche ogni semestre. Una per una queste imprese sono state interpellate per raccomandata. Le risposte dovranno arrivare entro il 31 maggio. La Banca d’Italia le userà per creare un database che consenta di comprendere meglio che cosa fanno queste imprese, e come lo fanno. Ancora più deciso è stato l’intervento su una quarantina di aziende che, nell’ambito di questo stesso gruppo, offrono garanzie su prestiti e fideiussioni per partecipare a gare e appalti. La crisi incombe, alcune di queste imprese potrebbero essere chiamate a onorare gli impegni. Così è stato previsto che la natura di un’attività del genere comporti l’obbligo di avere un capitale più robusto e quantomeno un’adeguata disponibilità di liquidi sempre pronti.
È stato anche avviato un monitoraggio specifico. Tra i diversi intermediari di denaro i due gruppi più numerosi riguardano tuttavia gli “agenti in attività finanziaria” e i mediatori creditizi. L’elenco degli agenti comprende 49.366 persone fisiche e 4.284 società. Che cosa fanno? Per metà sono sub money transfer, cioè raccolgono il denaro degli immigrati per conto di un’azienda più grande e lo trasferiscono all’estero, per esempio con la piattaforma Western Union. L’altra metà degli agenti, grazie alla delega ottenuta da un’impresa del settore, commercializza prodotti bancari: mutui, credito al consumo, prestiti e altro. Nel 2008 la Banca d’Italia ha inviato a questi soggetti circa 60 mila lettere per chiedere l’esistenza dei requisiti di iscrizione. In base alla legge, per essere agenti e maneggiare il denaro dei clienti basta una fotocopia certificata del diploma di scuola media superiore; una fotocopia della carta di identità; l’autocertificazione sui requisiti di onorabilità. E il mandato della società per la quale lavorano. A settembre, accertato a più riprese che molte risposte non erano arrivate, e condotte molte verifiche presso i casellari giudiziari, la Banca d’Italia ha promosso la cancellazione di oltre 10 mila agenti (una piccola parte ha poi fatto domanda di reiscrizione). Ma ci vorrà poco a recuperare. Ogni anno, tra mediatori e agenti, fanno domanda 30 mila nuovi addetti. Ancora più numerosi sono i “mediatori creditizi”: 98.614 persone fisiche e 9.029 società. La differenza rispetto agli agenti è semplice: fanno lo stesso lavoro però sono liberi professionisti. Offrono ai propri clienti i prodotti bancari delle finanziarie e delle banche. Hanno obblighi di trasparenza e di segnalazione ai fini delle norme contro il riciclaggio del denaro sporco. La Guardia di finanza svolge molte verifiche, ma i mediatori sono così numerosi che è difficile condurre un esame di massa. Su segnalazione della Gdf, dal 2008 ne è stato cancellato qualche centinaio. Basta riflettere sul numero di questi intermediari (da non confondere con i promotori finanziari sottoposti al controllo della Consob) per capire il motivo che ha spinto Banca d’Italia e ministero dell’Economia a ipotizzare un irrobustimento delle norme di iscrizione, di vigilanza, di prudenza. Le novità sono state inserite in un disegno di legge che recepisce alcune direttive europee. Su diversi temi è stato registrato un consenso unanime, per esempio sull’irrobustimento dei criteri di iscrizione o sull’istituzione di un organismo di categoria. Su altri due punti c’è invece una forte resistenza delle categorie interessate.
Il primo riguarda la previsione di rendere incompatibili l’attività di agente e quella di mediatore. Sostiene Maurizio Del Vecchio, presidente della Fimec, una delle associazioni del settore: “Se vuoi trattare diversi prodotti, devi ricoprire tutti e due i ruoli, perché le grandi imprese di credito al consumo vogliono agire solo tramite agenti, mentre se vuoi vendere mutui o altre attività puoi farlo solo se sei mediatore. E allora: o non si prevede l’incompatibilità o si permette che le due figure facciano tutto”. Il secondo punto di scontro riguarda l’obbligo di costituirsi in società per i mediatori. Dice ancora Del Vecchio: “Va bene solo se ci permettono di fare una semplice snc, che costa poco”. Che cosa accadrà? Intanto i riflettori sono stati accesi. Il resto dipende dall’iter della legge con le nuove regole.
La mappa degli intermediari non bancari aggiornata al 31 dicembre 2008. La maggioranza è costituita dai mediatori creditizi, quasi 100 mila, seguiti da agenti.
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Compilare un bollettino postale e avere la sensazione di pagare alle Poste quel servizio un po’ troppo caro…
L’impressione ora è condivisa dall’Antitrust, che ha aperto un’istruttoria sull’operato di Poste Italiane per un possibile “abuso di posizione dominante nei servizi di incasso e pagamento”. Sotto accusa proprio i costi delle commissioni per il “bollettino postale”, un “prodotto esclusivo di Poste Italiane”.
I bollettini sono la forma di pagamento più usata dagli italiani per servizi che vanno dalle bollette delle utenze alle multe. Secondo quanto calcolato dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato con questo strumento sono state effettuate transazioni per una media mensile di poco meno di 47 milioni di pagamenti nel 2008. Molto più di strumenti alternativi come i “Mav” postali (37,5 milioni di operazioni nel 2007) o i bollettini bancari “Freccia” (2,5 milioni nel 2007). Nello stesso periodo il totale dei bollettini postali utilizzati era stato di oltre 600 milioni con una media mensile oltre i 50 milioni. Tutto ciò secondo l’authority costituisce una posizione dominante nel mercato dei servizi di pagamento grazie alla quale Poste è “in grado di applicare condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose agli utenti postali che devono pagare i bollettini postali, scaricando su di loro commissioni relative a servizi resi ai beneficiari dei pagamenti quali la rendicontazione”.
L’Antitrust si è mossa dopo la denuncia inviata da una associazione di consumatori dopo l’aumento di 10 centesimi (a 1,10 euro), dal primo ottobre 2008, della commissione per i bollettini postali. L’istruttoria contro Poste è stata aperta lo scorso 23 aprile e verrà chiusa entro fine aprile 2010. L’Antitrust rileva che Poste, con i bollettini postali, presta un servizio sia a chi paga sia a chi riceve il pagamento, ma con “una politica commerciale” che prevede “commissioni di incasso per i soggetti beneficiari anche nulle facendo invece gravare , sul lato del soggetto debitore, che esegue il versamento, una commissione di 1,10 euro a bollettino”. Quindi con “condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose” per i clienti che pagano i bollettini postali “scaricando su di loro commissioni relative a servizi resi ai beneficiari dei pagamenti”, come la rendicontazione.
È possibile, ipotizza l’Antitrust, grazie ad una “condotta abusiva”, una strategia per difendere la forza di mercato ed escludere servizi concorrenti: l’Autorità rileva per esempio che sui bollettini postali prestampati non viene indicato il codice Iban del beneficiario che consentirebbe di effettuare il pagamento anche tramite banca, e che così in pratica le uniche forme alternative di pagamento sono “riconducibili al conto BancoPosta (online o con carta di credito), quindi alla propria rete, e non alla rete interbancaria” usufruendo “di condizioni meno onerose”.
Per l’Antitrust “il potere di Poste Italiane di determinare gli standard del bollettino postale escludendone l’interoperabilità al di fuori della rete postale ostacola lo sviluppo di modalità di pagamento alternative offerte da altri operatori”.

Oltre 3 miliardi di euro. Tanto sono costate all’agricoltura e all’intera filiera agroalimentare italiana, in poco meno di 9 anni, le emergenze per Bse, l’aviaria e la mozzarella di bufala provocate da allarmismi ingiustificati e “gonfiati” da campagne mediatiche che hanno creato psicosi tra i cittadini, provocando un crollo verticale dei consumi. Un vero disastro che ha avuto conseguenze drammatiche per migliaia di imprenditori agricoli, agroindustriali e commerciali. È quanto sottolinea la Confederazione italiana agricoltori (Cia), che in una nota esprime “preoccupazione per vicende del genere, che potevano essere evitate solo se ci fosse stata un’informazione più chiara e responsabile da parte di tutti. Vicende che oggi rischiano di ripetersi per l`influenza suina, con effetti deleteri per un settore che già vive un momento di grande crisi”.
Per la Cia “in pochi anni, cioé da quando esplose il caso della Bse, si sono mandate in fumo moltissime risorse economiche che potevano essere destinate allo sviluppo e alla crescita non solo dell`apparato agroalimentare. Un danno enorme” sottolinea la Confederazione “che continuerà a far sentire i suoi effetti negativi per ancora molto tempo. L`influenza suina corre il pericolo di divenire l`ultimo anello di una serie di emergenze alimentari frutto di notizie allarmistiche prive di qualsiasi fondamento”.
“Basta citare che nel nostro Paese i casi di aviaria riscontrati sono stati nulli e che per la Bse è stata messa in piedi una macchina tra controlli, verifiche e interventi che ha da subito sgombrato il campo da eventuali contaminazioni. Stesso discorso per la mozzarella di bufala. Sono stati sufficienti poco meno di quindici giorni di allarmismi e di speculazioni per causare una situazione drammatica per gli allevamenti, per i caseifici, per tutta la catena commerciale. La psicosi diffusa tra la gente si è trasformata in un`onda devastante”.
La Cia invita i consumatori italiani ad acquistare carne suina e tutti i prodotti della salumeria: “Pericoli non ci sono assolutamente. Gli allevamenti nazionali sono sicuri e supercontrollati. E ogni allarmismo è, dunque, completamente fuori luogo. C`è bisogno di un`informazione corretta per scongiurare psicosi collettive che avrebbero solo un effetto disastroso per la nostra suinicoltura”.
Evitare l’insorgere di una psicosi da influenza suinaè anche l’invito dell’Adoc che chiede con urgenza la stesura di una norma sulla tracciabilità delle carni suine. “Va assolutamente evitato l’effetto psicosi, che potrebbe danneggiare l’economia delle famiglie e delle imprese del settore” dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc “l’allarme dell’influenza suina potrebbe spingere verso una speculazione sul prezzo dei prodotti suini e sulla percentuale di vendite degli stessi, con ripercussioni economiche nell’ordine di milioni di euro per tutto il settore”.
L’Adoc avverte anche i turisti in partenza per il Messico che è possibile chiedere il cambio del viaggio o la restituzione della somma versata. “Avvisiamo tutti coloro che sono in procinto di recarsi in Messico che è legittimo chiedere il cambio o il rinvio del viaggio” aggiunge Pileri “o la restituzione della somma già pagata. In caso di rinuncia al viaggio non si dovrà pagare alcuna penale dato che, secondo il Codice del Consumo, in presenza di emergenza sanitaria, politica, eventi naturali e, infine, di instabilità dovuta ad atti terroristici, i consumatori hanno diritto di recedere dal contratto senza preavviso, allorché la vacanza consista nel soggiorno in uno dei Paesi o in una delle località incluse nella lista del Ministero degli Esteri, senza alcuna decurtazione a titolo di penale”.
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La MAPPA globale aggiornata con el ultime notizie e segnalazioni dell’Oms (in inglese. Parole chiave: “H1N1″, “swine flu”)
La MAPPA con le segnalazioni raccolte da un ricercatore biomedico di Pittsburg
Dopo il disco verde anche da parte dei sindacati Usa, manca ancora la chiusura del tavolo con le banche e quindi si apre una settimana decisiva per la conclusione della trattativa fra la Fiat e la Chrysler. Scade infatti giovedì 30 aprile il termine posto dal presidente Barack Obama per la definizione dell’intesa che consenta la concessione di nuovi aiuti di Stato alla casa automobilistica di Detroit. Il sindacato Uaw (united autoworker) ha raggiunto un accordo con Fiat, Chrysler e il governo americano sulle concessioni alla più piccola delle case automobilistiche di Detroit per il taglio dei costi in base alle richieste dell’amministrazione Usa. L’accordo è definito dai sindacati “doloroso”, ma “consente di sfruttare la seconda chance per la sopravvivenza di Chrysler”.
La rappresentanza sindacale si augura che gli sforzi richiesti agli attuali dipendenti e ai pensionati della casa automobilistica americana “facciano sì che anche gli altri protagonisti della trattativa si adoperino per una conclusione positiva” della vicenda.
Per Sergio Marchionne, protagonista della partita, ci sono però ancora da affrontare nodi complicati. Da Barhain, dove si svolge il Campionato di Formula 1, il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, è in stretto contatto con l’amministratore delegato. “In questi momenti” afferma “bisogna parlare poco e lasciare lavorare su questo progetto che potrebbe essere molto importante per la Fiat e logicamente per la Chrysler. Siamo ottimisti e realisti. Poche parole, molto lavoro”.
E al Lingotto ribadisce il sostegno di Intesa Sanpaolo, l’amministratore delegato Corrado Passera: “La Fiat ha tutto il nostro appoggio appassionato. Ogni volta che c’è stata data la possibilità di dimostrare il nostro sostegno a progetti della Fiat lo abbiamo sempre dato con convinzione”.
Rimane sempre aperto il fronte della ristrutturazione del debito contratto dalla casa di Detroit. Ed è ancora in piedi l’ipotesi di bancarotta pilotata, alla quale starebbe lavorando il Tesoro statunitense e che, pur entrando subito in vigore, non dovrebbe ostacolare l’alleanza con la Fiat. Permetterebbe a Chrysler di liberarsi di alcune voci di bilancio in passivo e al Lingotto di scegliere le parti più redditizie della casa d’auto statunitense, ma Marchionne non ha mai nascosto il suo scarso entusiasmo.
Il consigliere economico della Casa Bianca, Lawrence Summers, esprime la speranza che Chrysler possa tornare in forma, ma evita di rispondere direttamente in merito alla possibilità della bancarotta pilotata attraverso la procedura di Chapter 11.
“Abbiamo la speranza” dice Summers intervistato dal canale tv Fox “che i negoziati, che vengono portati avanti con tanta energia, riescano. È nell’interesse di tutti che queste trattative vadano in porto”. Summers spiega che non è il fallimento l’obiettivo principale: “L’accento non è su quel punto. In certe circostanze un fallimento non è affatto una liquidazione, ma si tratta di un cambiamento di statuto giuridico che protegge la società e le permette di funzionare in modo piu’ efficace. Lo sforzo è sull’economia americana, sui posti di lavoro”.
E ai creditori arrivano sollecitazioni da alcuni membri del gruppo democratico del Michigan al Congresso, che invitano a fare concessioni alla casa automobilistica. “I sindacati” afferma il senatore Debbie Stabenow in un incontro politico a Detroit “sono tornati più volte al tavolo e hanno accettato tagli imponenti. Spetta ora ai creditori, in particolare quelli che hanno ricevuto fondi pubblici, fare alcune concessioni e contribuire ad una soluzione”.
Intanto i tedeschi di Daimler hanno optato per separarsi definitivamente dalla casa americana, cedendo la loro quota del 19,9%. L’accordo prevede che Daimler non esiga i prestiti estesi a Chrysler quando ha ceduto gran parte della società a Cerberus nel 2007. La casa tedesca si è inoltre accordata per versare 200 milioni nel fondo pensione per i dipendenti ex DaimlerChrysler non appena l’accordo entrerà in vigore e per ognuno dei prossimi due anni.
Il VIDEO servizio:
I riccioli sono quelli, ma ci sono tanti modi di essere un Tronchetti Provera. Si può anche essere laziali e preferire treno e metropolitane al trasporto su gomma. E questo è il modo di Nino Tronchetti Provera, cugino di Marco (”Mister Pirelli”) e presidente e fondatore del fondo Ambienta, in Italia il primo specializzato nel settore ambientale. Nino Tronchetti Provera discute con il principe di Galles della prima lobby del green al mondo e alla famiglia ha già dato il Gecam, il “gasolio ecologico” con cui la Cam (controllata dalla Pirelli Technologies) fa metà cento del fatturato. Se ci mettiamo anche una tesi di laurea profetica nel 1992, la prima sul tema del business green, che gli valse la lode e l’ingresso in McKinsey, le credenziali aumentano. E sentirgli dire che l’Italia rischia di perdere il treno verde non fa piacere. Soprattutto se in mano ha 175 milioni da investire.
“Sulle fonti rinnovabili abbiamo un sistema di incentivi molto avanzato, però green economy non vuol dire soltanto questo. Nel mondo c’è fermento, mentre in Italia il valore del settore ambientale non è ancora stato compreso. Eppure, il grande interesse che si è creato sulle energie rinnovabili e sulla tutela dell’ambiente non è una bolla: se internet significa comunicare, il green vuol dire sopravvivere”. I 150 miliardi messi a disposizione da Barack Obama e la svolta ambientalista annunciata dal premier spagnolo José Luis Zapatero sono due esempi di quel piano organico nazionale che in Italia ancora manca. “Gli spazi nell’eolico e nel solare sono ormai pochi” continua Tronchetti Provera. “Nel mondo esistono 13 società che in questi settori fatturano oltre il miliardo ed è difficile competere con giganti come Vestas, Gamesa, Q-Cells. Possiamo ancora giocarci la partita nei settori dell’efficienza energetica e della componentistica. Anche dell’auto elettrica. Su quest’ultimo fronte, la filiera asiatica è già partita ma abbiamo un know-how nel settore dell’auto o nel settore delle batterie che ci permette di sperare”.
Tronchetti Provera tace sulle voci di contatti che avrebbe avviato nella Ue e in Cina proprio per l’auto elettrica; e sulla ventilata trattativa con la bresciana Turboden, azienda che produce turbogeneratori che utilizzano scarti industriali. Gli preme di più dare la sveglia all’imprenditoria italiana. “Il web è nato lontano, nella Silicon Valley californiana. Il green invece ha molti pionieri in Italia: pochi sanno per esempio che i biocarburanti nascono con la Novaoil dei Ferruzzi”. Purtroppo, lamenta, l’inventiva italiana si è scontrata spesso “con il protezionismo delle grandi imprese dell’energia e con gli errori di un certo nostro ambientalismo, troppo politicizzato e spesso soltanto contro”. E se lo dice uno che è tra i fondatori del Kyoto club…In gioco ci sono i posti di lavoro promessi dalla green economy, che le due società nel portafoglio del fondo Ambienta non smentiscono: “La Icq (eolico) e l’Italiana Pellets (biomasse) fatturavano 24 milioni nel 2006 e ne prevediamo 90 nel 2010. Totalizzavano 53 dipendenti, ne avranno 175″.
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Se si guardano i numeri il destino della Tiscali appare segnato. E, dato che i revisori dei conti della Ernst & Young solo a quelli guardano, si capisce perché non abbiano certificato il bilancio del 2008, mettendo in dubbio la capacità della società fondata 12 anni fa da Renato Soru di continuare a esistere. La Tiscali ha 600 milioni di debiti, il triplo dell‘ebitda (un indicatore simile al margine operativo lordo, che pure è cresciuto a 197 milioni); nel 2008 ha perso 242,7 milioni (65,3 nel 2007) di euro e in cassa ne ha appena 37. Anche se i ricavi sono aumentati a 983,6 milioni, il pareggio di bilancio che doveva essere raggiunto nel 2008 resta un sogno.
Però non ci sono solo i numeri, ci sono anche le convenienze, ed è grazie a queste se la società sarda, ex reginetta della new economy, quella che ha fatto conoscere agli italiani l’internet gratis, sta ancora in piedi. Da una parte le banche (Intesa Sanpaolo e Jp Morgan) non possono permettersi di veder sfumare i 500 milioni di prestiti che hanno elargito e hanno sospeso il pagamento delle rate fino alla fine di giugno. Dall’altra la Telecom non spinge per ottenere il pagamento dei debiti per l’affitto delle linee: non può permettersi di veder evaporare un concorrente che ha il 5,3 per cento del mercato dell’accesso alla rete in banda larga, altrimenti incorrerebbe probabilmente nelle reprimende dell’Antitrust, che mal sopporta la restrizione della concorrenza.
C’è dell’altro. I revisori hanno infatti posto l’accento sul fatto che presso i tribunali olandesi pende una causa contro la Tiscali intentata dagli ex azionisti di minoranza della World Online, ex big di internet acquistata anni fa. La Corte d’appello di Amsterdam aveva accertato alcune responsabilità della Tiscali ritenendo il prospetto usato per la quotazione in borsa incompleto, ma gli eventuali danni non sono stati quantificati.
Contro questa sentenza sono pendenti presso la corte suprema olandese un ricorso e un controricorso. I revisori affermano che gli amministratori hanno ritenuto che “non sussistano elementi sufficientemente definitivi per quantificare la passività potenziale” e che, quindi, non hanno effettuato accantonamenti. Il problema è che se la sentenza fosse nuovamente sfavorevole alla Tiscali, occorrerebbe definire i danni e reperire le risorse necessarie. Per tutti questi motivi è probabile che all’assemblea dei soci Tiscali, il 29 aprile, venga proposto un aumento di capitale a copertura delle perdite (che hanno intaccato il capitale).
Nel frattempo il gruppo cerca di vendere i suoi ex gioielli. Nel perimetro delle attività in vendita è entrata la piattaforma Iptv, ovvero la tv via internet che era stata lanciata a dicembre 2007 con grande enfasi. Il servizio, basato sulla piattaforma inglese Vnl, non è mai davvero decollato anche per il mancato accordo con la Sky ed è stato chiuso il primo gennaio 2009. In vendita sono la tecnologia e gli abbonati. Languono, invece, le trattative per la vendita delle attività britanniche. Se Soru riuscisse a cederle la Tiscali ridurrebbe il suo fatturato del 70 per cento. La logica, secondo gli analisti, vorrebbe che a essere vendute fossero le attività italiane, che valgono il 30 per cento dei ricavi, e che si trasferisse il baricentro del gruppo a Londra. Ma per un imprenditore che non ha mai voluto spostare la sede dalla Sardegna a Milano l’eventualità di spostarla a Londra appare quantomeno improbabile.