Archivio di Maggio, 2009

È una finanza senza regole quella che emerge dalle indagini sul paradiso fiscale San Marino. Una finanza alimentata dall’evasione fiscale di italiani, che viene sfruttata dalle banche sammarinesi per insinuarsi nell’economia nazionale in modo illecito. Questa è la prima conclusione dell’inchiesta condotta dai pm di Forlì Fabio Di Vizio e Marco Forte sulle attività della Cassa di risparmio di San Marino.
L’indagine è nata l’anno scorso, quando la squadra mobile di Forlì fermò un portavalori che trasportava nella microrepubblica 2,6 milioni di euro in contanti. Da quel sequestro sono partiti controlli che scuotono il segreto bancario del Monte Titano. Le indagini di Di Vizio hanno permesso di verificare, per esempio, che il 70 per cento degli assegni in arrivo a San Marino proviene da tre regioni ad alto tasso criminale: Campania, Calabria e Sicilia.
Il pm ha constatato che spesso anche le banche italiane aggiravano i sistemi informatici antiriciclaggio non segnalando i loro rapporti con le controparti sammarinesi. E soprattutto ha mostrato che la Cassa di risparmio di San Marino controllava illecitamente un gruppo bancario in Italia (ora commissariato) gestito senza seguire le regole bancarie.
Si chiama gruppo Delta e ha sede a Bologna. Suo compito era raccogliere soldi e trasferirli sul Titano, poi farli rientrare in Italia investendoli in attività formalmente legali. Da queste scoperte sono partiti gli ordini di arresto (e oltre 35 avvisi di garanzia) per tutto il top management della Cassa di risparmio di San Marino, il più grosso istituto del Titano. In carcere sono finiti il presidente Gilberto Ghiotti, il direttore Luca Simoni, l’amministratore delegato Mario Fantini, Gianluca Ghini, direttore generale della Carifin sa (controllata dalla cassa), e il consigliere della cassa Paola Stanzani.
Sulla Delta s’è anche appuntata l’attenzione della Banca d’Italia. Dal gruppo dipende una ragnatela di società attive pure nel credito al consumo attraverso la Carifin e la Plusvalore. Gli ispettori della Banca d’Italia, che hanno terminato il loro lavoro il 4 febbraio, hanno verificato che la Cassa di risparmio di San Marino era illecitamente il socio occulto di maggioranza della Delta.
Soprattutto, hanno rilevato che a chi chiedeva un mutuo le finanziarie fornivano informazioni apparentemente truffaldine. Il tasso, infatti, non inglobava le spese per l’incasso delle rate e, si legge nel rapporto, “ciò ha comportato il superamento del tasso soglia per un numero elevato di posizioni (dall’analisi ispettiva: 9.882 casi nel primo semestre 2008)”. Tradotto: prestiti a tassi d’usura.
Lo stesso viene imputato alla Plusvalore che, applicando lo stesso sistema, ha prestato danaro a tassi d’usura in 2.104 casi. Ma le persone raggirate possono essere molte di più, perché gli ispettori hanno considerato solo le posizioni che eccedono di 1 punto percentuale il tasso soglia.
Per prestare soldi a famiglie e imprese bisogna anche raccoglierli. Anche qui illeciti del gruppo Delta, secondo i verbali dei circa 70 interrogatori condotti dal pm Di Vizio. Uno di questi riguarda un imprenditore veneto (recidivo, in quanto già indagato dalla Guardia di finanza di Cremona sempre per evasione fiscale) che ammette: “In pratica acquistavo in nero e vendevo in nero” attraverso il pagamento di “fatture per operazioni inesistenti”. Il danaro veniva poi trasformato “sotto forma di assegni circolari non trasferibili che poi versavo alla Carifin”; “in due anni avrò portato circa 2 milioni di euro”. I magistrati e la squadra mobile di Forlì hanno però accertato che l’evasione dell’imprenditore non è inferiore ai 18 milioni.
La Carifin, ligia al segreto bancario, “non invia corrispondenza a domicilio e non telefona mai”. Con i dirigenti della finanziaria “abbiamo anche parlato delle cautele da adottare nel senso di non lasciare carte in giro, è per questo che distruggevo gli estratti conto”. L’interrogato aggiunge: “Tutto il mondo sa quello che si fa a San Marino, gli imprenditori dell’area geografica da cui provengo conoscono bene questa possibilità di operare il trasferimento irregolare di fondi e credo ormai che San Marino in questo abbia sostituito la Svizzera”.
Nella gran mole di carte che il pm forlivese ha raccolto emerge anche il sospetto che il Titano venga usato come bancomat da parte della criminalità organizzata. Sta di fatto che su 1,1 milioni di assegni esaminati il 70-75 per cento è stato emesso da banche delle regioni meridionali e questo allarga di molto l’ambito dell’indagine.
Da una parte si è mossa la direzione nazionale antimafia e dall’altra il Gafi: l’organismo dell’Ocse che si occupa di antiriciclaggio incaricato di redigere la lista nera dei paesi che coprono evasori fiscali e capitali illegali ha chiesto lumi. Con una lettera zeppa di domande rivolte alle autorità sammarinesi il Gafi vuole verificare la legislazione antiriciclaggio della repubblica. Probabilmente avrà la stessa delusione dei magistrati forlivesi: i poteri delle autorità di polizia a San Marino sono praticamente inesistenti, al punto che il corpo interforze della repubblica (una sorta di Guardia di finanza) non può effettuare ispezioni fiscali.
È per questo che San Marino potrebbe non uscire, come vorrebbe, dalla “lista grigia” dei paradisi fiscali per entrare in quella “bianca” che gli consentirebbe di intrattenere normali rapporti finanziari con il resto del mondo. Ecco perché l’inchiesta forlivese fa paura: è la dimostrazione che San Marino assomiglia molto a una lavanderia.

“La vita va avanti lo stesso”. Le parole di Sergio Marchionne sanno di addio, senza troppi rimpianti: “Di più non ci può essere richiesto”. La partita per Opel sembra ormai persa, tanto che gli emissari del Lingotto non partecipano alla riunione di oggi a Berlino del governo tedesco. “Siamo sorpresi negativamente dall’esito del precedente vertice di martedì notte” dice ancora Marchionne, “non correremo rischi irragionevoli”. La strada sembra quindi segnata e porta Opel nel gruppo austro-canadese Magna, l’unico rimasto in corsa dopo la prima “scrematura” del governo tedesco oltre a Fiat, con i suoi importanti soci russi, la banca Sberbank e il colosso energetico Gaz. Oppure verso l’insolvenza, una strada che il cancelliere Merkel non ha escluso, in un’intervista allo Spiegel, anche se “cercheremo di evitarla”, motivo per cui si attende a breve un accordo sul prestito ponte da parte dello Stato federale per tenere in vita la casa del fulmine. Gli esperti hanno esaminato una nuova ipotesi di accordo tra General Motors e Magna, che ha ottenuto il visto buono dai ministri dell’esecutivo tedesco: secondo l’agenzia France Presse sono già avviate le trattative per la cessione di una quota di Opel.
Nella partita è entrato anche il governo inglese, con il Business secretary Peter Mandelson a tenere alte le esigenze di Vauxhall, la controllata di Gm gemella di Opel nel regno unito:”Naturalmente intendo avere un incontro con Magna in tempi brevi” ha dichiarato “Cercherò di avere da loro un rafforzamento dell’impegno che mi hanno dato la scorsa settimana sul proseguimento della produzione della Vauxhall qui in Gran Bretagna”
Un portavoce del governo tedesco ha comunque precisato che, in questa fase, Magna è l’unico interlocutore con cui l’esecutivo sta trattando, aggiungendo però che Fiat non è fuori gioco e che potrebbe ritornare al tavolo negoziale. “Le condizioni finanziarie al momento rimangono ignote” ha ribadito Marchionne, ” possiamo trovare modi per venire incontro alle richieste di General Motors e del governo tedesco, ma l’emergenza della situazione non può forzare Fiat ad assumere rischi del tutto inusuali”.
Alla finestra, nell’attesa che si delinei la soluzione della trattative, resta la politica: quella tedesca, in cui pesa la scadenza elettorale legislativa di settembre, ma anche quella di casa nostra: l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, Pd, ha già incolpato il governo in caso di cattivo esito per Fiat: ”Il nostro paese anziché guidare il processo, come stanno facendo gli altri Stati coinvolti - ha detto - rischia di subire soluzioni di risulta che dipenderanno dal successo o meno degli accordi”. Mentre Pierluigi Bersani invita a difendere gli interessi dell’industria automobilistica tricolore in sede europea: ”Voglio almeno credere” dice il responsabile per l’economia del Pd “che, nel caso prevalesse la proposta Magna, ci sia da parte nostra una attenta verifica in sede comunitaria, mettendosi almeno al riparo da distorsioni di mercato”. Per il ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola, a Bruxelles proprio per discutere di Opel con gli omologhi europei, invece la partita nel pomeriggio era ancora aperta: ”L’ipotesi su cui si starebbe ragionando - ha spiegato - è quella della costituzione di una società, con un prestito ponte da 1,5 miliardi, che per sei mesi gestisce Opel e garantisce la permanenza dei siti nell’attesa che venga perfezionato l’accordo con l’acquirente, che potrà essere Fiat o Magna. Anche se per ora - ha aggiunto il ministro - General Motors sembra privilegiare Magna, pur in presenza di alcune parti un po’ oscure in mancanza di una valutazione complessiva su Opel”. Dalla riunione, l’Unione Europea ha dato il via libera alla possibilità di concedere aiuti di Stato per venire incontro alle difficoltà finanziarie delle filiali europee di General Motors, tra cui la tedesca Opel, la svedese Saab e la britannica Vauxhall. A patto però che ”nessuna misura nazionale sia presa in assenza di coordinamento” con tutti i paesi interessati e la Commissione Ue.
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Sedici pagine di testo, per le Considerazioni finali (qui il .pdf) del Governatore della Banca d’Italia, sono un record: di brevità. E questo la dice già lunga sul senso dell’appuntamento di quest’anno con Mario Draghi. Normalmente, poi, l’attesa per ciò che dice il numero uno di via Nazionale è concentrata sui cosiddetti motivi per il governo. Ma stavolta Draghi ha dovuto occuparsi principalmente di banche e di istituzioni finanziarie: sono loro le vere imputate per la crisi economica, e per la scarsa vigilanza e preveggenza su ciò che stava accadendo. E fatalmente il peso politico specifico della banca centrale, come per tutte le banche centrali del mondo, si è ridotto; la politica ha almeno temporaneamente ripres il proprio primato.
Comunque Draghi non ha mancato di recapitare le proprie terapie a Palazzo Chigi e dintorni. Partendo dalla considerazione che al termine della crisi l’Italia si ritrovera “non solo con più debito pubblico, ma anche con un capitale privato - fisico e umano - depauperato dal forte calo degli investimenti e dall’aumento della disoccupazione”, ha chiesto a Berlusconi e ai suoi ministri di impiegare il prossimo arco di legislatura per riforme che consentano di riequilibrare i conti e di rendere più competitiva l’economia.
Le riforme da fare
In particolare:
* riforma delle pensioni, innalzando l’età dell’andata a riposo anche per garantire redditi più adeguati;
* attuazione piena del federalismo fiscale per sostituire le attuali erogazioni dello Stato alle regioni, basate su parametri storici, con standard di equilibrio fra entrate ed uscite;
* riforma della Pubblica amministrazione;
* guerra all’economia sommersa, che Draghi ha stimato nel 15% del Pil, una valutazione in realtà più prudente rispetto a quella convenzionale del25% degli anni passati;
* completamento della riforma della scuola;
* avvio effettivo delle grandi opere attraverso una selezione mirata di quelle davvero prioritarie: 200 progetti, secondo Draghi, sono troppi.
Nel complesso una lezioncina accettabile per il governo. Anche perché il numero uno di Bankitalia ha apprezzato quanto fatto finora, dal sostegno al lavoro alla scuola, fino ai capitali messi a disposizione di banche e risparmiatori attraverso i cosiddetti Tremonti-bond.
Ed infatti Berlusconi ha subito definito la relazione “positiva e attenta all’ottimismo”. Quanto alle riforme: “Stiamo lavorando per questo, faremo presto ciò che è necessario”.
La platea degli economisti e dei politici (nessun esponente del governo partecipa per tradizione all’assemblea) si è egualmente divisa fra chi ha visto un Draghi bacchettatore e chi invece sostenitore dell’esecutivo. Né l’uno né l’altro. Semplicemente, un governatore con altri problemi da risolvere.
Draghi non poteva non partire dalla crisi finanziaria, “nata altrove”, cioè negli Usa, e in questo passaggio è apparso un po’ assolutorio verso quegli organismi internazionali - dal Fondo monetario alla Banca mondiale, dalle banche centrali ai vari forum di cui egli stesso fa parte - che dovevano vigilare e prevedere, e non l’hanno fatto. Ha dato la colpa alle banche e al mercato che “accecato, perdeva la propria capacità diagnostica”. Si è augurato un sistema finanziario “in cui si coniughino innovazione e solidità, profitto e sostegno alle famiglie e alle imprese, con più regole, più capitali, meno debito”.
Si tratta dei cossidetti “global legal standard”, le nuove regole di vigilanza che dovrebbero essere approvate dal prossimo G8 dell’Aquila.
Lo stato delle aziende
Il governatore è apparso più concreto quando ha riferito di un’inchiesta sullo stato delle industrie condotta sul territorio dal servizio studi di Bankitalia e dalle strutture locali. All’interno di una discesa del Pil di circa il 5% nel 2009, e con una disoccupazione tra l’8,5 ed il 10%, Dragi ha fornito queste cifre:
* cali di fatturato del 20% per moltre imprese; riduzione degli investimenti del 12% per il totale di industria e servizi, e del 20% per le manifatture;
* metà delle 65 mila imprese con almeno 20 addetti coinvolte in processi di ristrutturazione. In questa cifra, due situazioni opposte: “le aziende finanziariamente più solide attutiscono l’effetto della congiuntura conolidando il primato tecnologico e diversificando gli sbocchi di mercato. Non poche, stimiamo più di 5.000 con quasi un milione di addetti”. All’altro estremo, “imprese che si erano molto indebitate, per espandersi anche sui mercati esteri, ora alle prese con il prosciugarsi del credito; si tratta di almeno 6 mila aziende che impiegano anch’esse quasi un milione di lavoratori”.
* a risentire della crisi, secondo l’inchiesta di Bankitalia, “sono soprattutto le imprese sotto i 20 addetti, nella sola manifattura se ne contano quasi 500 mila. Per quelle che operano in qualità di sub-fornitrici di imprese maggiori è a volte a rischio la stessa sopravvivenza”.
* passaggio decisivo, ovviamente, i prossimi mesi.
Fare i banchieri quando va male
Poi il governatore è passato alle banche.
* “secondo la nostra indagine l’8 per cento delle imprese ha ricevuto un diniego alla richiesta di finanziamento; è il valore più elevato dalla metà degli anni Novanta; era meno del 3% un anno fa. Oltre il 10% delle imprese dichiara di aver ricevuto, da ottobre, richieste di rimborsi anticipati”.
* ma le banche come devono comportarsi? “Non si può chiedere chiedere loro di allentare la prudenza nell’erogare il credito, non è nell’interesse della nostra economia un sistema bancario che metta a rischio i bilanci e la fiducia di chi gli affida i propri risparmi. Quello che si può e si deve chiedere alle nostre banche è di affinare la capacità di riconoscere il merito di credito nelle presenti, eccezionali, circostanze”;
* più concretamente, Draghi ha chiesto alle banche di non applicare criteri automatici nell’erogazione di prestiti e fidi, ma di valutare caso per caso, soprattutto tornando al contatto diretto con i clienti, sul territorio.
* ma la sintesi del governatore è tutta in queste parole: “Occorre saper fare i banchieri anche quando va male”
Allarme-lavoro
Altrettanto preoccupanti i dati sull’occupazione.
“Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento. Tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato oltre 800 mila, l’8% dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore a 500 euro al mese”.
Draghi ha riconosciuto al governo di avere attuato meccanismi temporanei di sostengo al reddito. Ha chiesto però di approvare, tra le riforme, una revisione complessiva del sistema di welfare e degli ammortizzatori sociali. Cosa che è stata annunciata anche dal ministro Sacconi. E tuttavia proprio gli interventi pubblici per i disoccupati potrebbero portare il deficit di quest’anno al 4,5%, e nel 2010 al 5%.
L’importanza della fiducia
Un quadro tutto a tinte fosche? Draghi, che è certamente uomo pragmatico (era alla Gldman Sachs), non incline alla retorica, ha sottolineato l’importanza del fattore fiducia. Con un linguaggio quasi “berlusconiano” (come ha puntualmente sottolineato il premier). Ha infatti riassunto:”Occorre sanare la ferita che la crisi ha aperto nella fiducia collettiva: fiducia nei mercati, nei loro protagonisti, nel futuro di milioni di persone, nel contratto sociale che ci lega. Molto è stato fatto. Non è il lavoro di un giorno. Molto resta ancora da fare: per ricreare posti di lavoro, er restituire vigore alle imprese, per riparare i mercati finanziari, per meritare la fiducia dei cittadini”.
Ed ha concluso: “La fiducia non si ricostruisce con la falsa speranza, ma neanche senza speranza: uscire da questa crisi più forti, è possibile”.

Crisi-capestro, quella attuale. Che “rende le piccole imprese più esposte agli usura”. Nel 2008 sono state 15.000 quelle costrette a chiudere i battenti perché “sovraindebitate e spesso strozzate”. E poiché i primi dati del 2009 confermano questa tendenza, è partito l’allarme. A lanciarlo il presidente di Confesercenti Marco Venturi che chiede alle banche diverse modalità nell’erogazione del credito.
Nella sua relazione ieri all’assemblea della confederazione, dove sono intervenuti anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, Venturi ha parlato di imprenditori impauriti dalla criminalità e di “fallimenti e protesti” che “segnalano l’urgenza di contrastare la fragilità finanziaria delle piccole aziende”. “Dobbiamo evitare di rispondere alle difficoltà dando loro l’ombrello quando splende il sole e togliendolo quando comincia a piovere”, è la stoccata riservata alle banche che devono assumere “un ruolo diverso, più funzionale alle strategie di sviluppo del paese”.
“I piccoli imprenditori hanno paura, stretti tra la violenza della criminalità comune e la morsa di quella organizzata che gestisce un volume di ‘affarì di oltre 130 miliardi di euro. Buona parte di questi - dice Venturi - arrivano dal taglieggiamento imposto alle imprese e dall’usura che cresce in modo esponenziale a causa della crisi economica e delle difficoltà degli imprenditori ad accedere ai finanziamenti bancari. Se l’unica chance che ci rimane è quella del ricorso all’usuraio allora è meglio chiudere prima”. “Solo sostenendo i consorzi fidi, con adeguati finanziamenti finalizzati ad aiutare le piccole e medie imprese, si potranno evitare inutili sofferenze, minacce e ricatti”, secondo il presidente dei commercianti.
Inoltre, le Pmi “devono essere liberate anche da quell’economia sommersa, favorita da migliaia di immigrati clandestini e di furboni nostrani pronti ad alimentare la concorrenza sleale contro chi rispetta regole costose e spesso incomprensibili. è ora di dire basta a ogni illegalità e a ogni spreco del denaro pubblico versato dai cittadini e dalle imprese. La grande svolta che serve è quella di cambiare radicalmente il Paese, affrancandolo dagli sprechi e dalla pletora insopportabile di istituzioni e di nomine d’ogni tipo”. La riforma federale, che non deve servire in nessun modo a moltiplicare poltrone o aumentare la pressione fiscale, avverte Venturi, “prevede il taglio di circa 50.000 consiglieri ed assessori di Comuni, Province e Circoscrizioni. Bene, se son rose fioriranno”.
Sul fronte della crisi economica il presidente di Confesercenti fa una richiesta precisa al governo: un bonus fiscale alle imprese che non riducono gli occupati e uno sgravio ulteriore per chi aumenta i dipendenti. Una soluzione adottata in Spagna che si dovrebbe attuare all’interno della manovra già annunciata dall’esecutivo. “E non ci si venga a dire” ha incalzato “che non ci sono risorse. Servono soldi? Allora via le Province e le comunità montane, insomma via le troppe poltrone”. “È ora di dire basta a ogni illegalità e a ogni spreco di denaro pubblico”, ha detto, e serve una “grande svolta” per “cambiare radicalmente il Paese, affrancandolo dagli sprechi e dalla pletora insopportabile di istituzioni e di nomine d’ogni tipo. “Gli italiani sono stufi e le istituzioni devono prenderne coscienza”.

Negli ultimi mesi la credibilità della qualità delle produzioni cinesi è stata messa in discussione da diversi scandali. Tra tutti, hanno avuto più risalto a livello internazionale quelli dei giocattoli tossici, del latte alla melamina e dell’acqua al cloro.
Le vittime principali dei mancati controlli nelle diverse tappe delle catene di montaggio cinesi sono i bambini, e nonostante il governo di Pechino abbia tentato di rimediare ad alcune delle inefficienze del Paese, controlli a tappeto nella provincia meridionale del Guangdong hanno rivelato che seppure il 95% dei giocattoli e il 67,7% dei mobili per bambini messi sul mercato possa essere oggi considerato “sicuro”, il tasso di affidabilità dei prodotti crolla nel settore dell’abbigliamento, in cui poco meno del 50% degli articoli messi in vendita contiene una quantità di reagenti chimici talmente elevata che nel lungo periodo rischia di intossicare i neonati.
Le aziende coinvolte nell’inchiesta hanno cercato di difendersi accusando i rispettivi fornitori di filati che, per risparmiare, tenderebbero a colorare le rocche di filo grezzo con additivi ricchi di formaldeide, sostanzia potenzialmente cancerogena la cui ingestione o esposizione a quantità consistenti può risultare letale anche per gli adulti.
Gli stabilimenti in cui sono stati rintracciati i capi più pericolosi per la salute dei minori sono stati chiusi e i prodotti precedentemente messi sul mercato verranno al più presto ritirati, mentre i vestiti di tutte quelle aziende i cui standard qualitativi sono stati giudicati al di sotto della soglia di sicurezza sì, ma “non così tanto”, dovranno semplicemente essere sottoposti, più spesso, a controlli più seri.
In epoca di crisi, il lavoro flessibile produce effetti importanti sui livelli di occupazione: l’82 per cento dei lavoratori italiani ritiene infatti che possa favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, la conservazione dei posti esistenti e la reintegrazione di coloro che si riaffacciano al mondo del lavoro. Il dato emerge da uno studio indipendente commissionato da Avaya, società leader nei sistemi di convergenza voce e dati e nelle soluzioni di rete (leggi qui il Pdf) e realizzato dalla società di ricerca Dynamic Markets e che Panorama.it pubblica in anteprima e in esclusiva. Lo studio, denominato “Flexible Working 2009″, delinea uno scenario di oltre 3.500 lavoratori di tutta Europa, in particolare Francia, Spagna, Germania, Italia, Russia e Regno Unito.
Ai fini del presente studio, sottolinea l’ufficio stampa di Avaya a Panorama.it, si definisce lavoro flessibile “una situazione in cui i dipendenti non sono tenuti a lavorare durante ore prestabilite né essere fisicamente presenti in azienda, bensì liberi di decidere orario e luogo dove svolgere il proprio lavoro”. La convinzione che il lavoro flessibile possa contribuire ad un rafforzamento dei mercati del lavoro è particolarmente radicata in Russia (91 per cento), Spagna (87 per cento) e Regno Unito (88 per cento). Sul piano economico, il 33 per cento degli intervistati in Italia (più di tedeschi e francesi) ritiene che i lavoratori flessibili possano far risparmiare denaro alle aziende, visto che queste figure non sono costantemente presenti in ufficio. Viene inoltre considerata un’ottima opportunità, poiché permetterebbe di gestire più facilmente impegni di vario tipo (ad esempio in campo medico) senza sottrarre tempo al lavoro (secondo il 66 per cento degli intervistati), di lavorare in modo più soddisfacente e felice (51 per cento) e di essere più produttivi (48 per cento).
“Sarebbe troppo semplice affermare che il lavoro flessibile rappresenti la perfetta soluzione per l’Italia alle prese con i problemi della disoccupazione e della crisi, ma è sorprendente vedere quante persone lo ritengano un metodo fondamentale per creare posti di lavoro e far prosperare le economie” dice a Panorama.it, Gianluca Attura, amministratore delegato di Avaya Italia. “L’attuale crisi economica può portare le aziende a utilizzare la flessibilità come elemento pratico ed efficiente, in termini di costi, per fidelizzare il personale valido e di talento che si trova a dover equilibrare altre tipologie di impegno”.
Anche l’aspetto legislativo potrebbe rivelarsi determinante nell’applicazione del modello flessibile. Fra coloro che attualmente non lavorano secondo uno schema flessibile, il 66 per cento degli italiani ha ammesso nel questionario on line diffuso dalla Dynamic Market che supporterebbe questo approccio se fossero introdotte norme specifiche nel proprio paese, in particolare i genitori e coloro che sono in attesa del primo figlio. Inoltre, l’81 per cento dei dipendenti (più che in ogni altro paese in Europa) sarebbe disposto a prendere in considerazione una riduzione di stipendio a fronte della possibilità di lavorare con orari flessibili.
In media gli italiani sarebbero pronti a sacrificare il 12 per cento dello stipendio. A livello europeo, il 61 per cento dei lavoratori intervistati sarebbe disposto a sostenere tale approccio laddove fossero introdotti diritti al lavoro flessibile nelle legislazioni dei singoli Paesi. Il 67 per cento pensa che i lavoratori flessibili siano più soddisfatti, mentre il 51 per cento li ritiene più produttivi. Il 59 per cento, infine, crede che i principali elementi motivanti per le aziende a supporto della flessibilità lavorativa siano l’aumentata produttività e la capacità di equilibrare vita familiare e vita lavorativa.
“Avaya crede molto nel telelavoro come fonte di vantaggi economici e benefici personali sia per gli imprenditori che per gli impiegati”, conclude Attura. “Negli Stati Uniti è stato promosso uno specifico piano “green” interno: con più di 2.200 telelavoratori full-time e il 75 per cento della forza lavoro che opera da remoto durante la settimana, sono state ridotte le emissioni di CO2 fino a 6,750 tonnellate all’anno, diminuendo di oltre 15 milioni di chilometri all’anno gli spostamenti effettuati dai dipendenti per raggiungere l’ufficio”.

Non è bastata una maratona notturna di quasi 12 ore a Berlino per arrivare a una decisione sulla vendita di Opel. Come previsto il governo tedesco ha ristretto la rosa dei potenziali acquirenti alla Fiat e al gruppo Magna che entro domani dovranno comunque ‘ritoccare’ le loro offerte per sciogliere i nodi dell’amministrazione fiduciaria e dei finanziamenti ponte.
Nella riunione è emersa una richiesta di maggiore liquidità da parte della General Motors per la propria controllata tedesca: 300 milioni in più, rispetto agli 1,5 miliardi di euro che Berlino e i quattro Lander che ospitano gli impianti della Opel erano disposti a sborsare sotto forma di prestito ponte. Il totale arriva quindi 1,8 miliardi di euro necessari per far operare la casa tedesca finché non si troverà una soluzione definitiva, ma che verrebbero a gravare sull’acquirente.
Dopo il vertice nella cancelleria tedesca, cominciato alle 17 e terminato alle 4,30 del mattino, il Lingotto e il produttore di componenti d’auto austro-canadese partono alla pari. “E’ stata una notte notevole, una notte che ha dimostrato che abbiamo a che fare con un tema complesso”, ha commentato il superministro ministro dell’Economia Karl-Theodor Guttenberg (Csu), al termine del summit. Guttenberg ha spiegato che ci sarà bisogno di verifiche da parte del governo, “ma soprattutto degli investitori, che devono rielaborare le loro proposte” e non ha escluso uno scenario di insolvenza per Opel.
Il governo di Berlino è irritato per le nuove richieste della Gm: “Penso che possiamo dire chiaramente che una buona parte dei problemi questa notte siano derivati da una combinazione di fattori: i nuovi numeri della General Motors e una posizione negoziale non molto d’aiuto da parte degli americani, del Tesoro Usa”, ha spiegato Roland Koch (Cdu), il governatore dell’Assia, il Lander che ospita il principale impianto della Opel.
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