
Redditi bassi, rischio povertà. E i padri di famiglia sempre più a rischio precarietà. Ma anche aziende che resistono e aumentano quote di mercato all’estero nella tempesta economica. Tra i tanti dati diffusi dall’Istat nel suo rapporto annuale sulla situazione del paese (più di 400 le pagine della 17esima edizione) a preoccupare di più è quello dell’esposizione al rischio di “vulnerabilità economica”: l’impossibilità o la difficoltà a fare fronte a spese impreviste. Che secondo l’istituto di statistica riguarda in Italia una persona su cinque. ”Rischi altrettanto elevati” si osservano in Spagna, Grecia, Romania, Regno Unito e nei paesi baltici. Pesano le differenze territoriali: se al nord le persone a rischio sono in media il 9%, al sud si arriva al 30-35%. La percentuale di popolazione a basso reddito nel Paese si attesta al 18,4%, sulla base di valori del 2006; l’incidenza risulta massima in Sicilia (41,2%), Campania (36,8%) e Calabria (36,4%). All’opposto, i valori meno elevati si registrano in Valle d’Aosta (6,8%) e nelle province autonome di Bolzano (6,6%) e Trento (3,8%).
Sul reddito disponibile medio, sempre con i dati al 2006, al nord è circa 20mila euro, mentre nel meridione scende a livelli più bassi, intorno ai 13mila euro.
Per il presidente dell’Istat Luigi Biggeri la crisi di quest’ultimo anno può essere un’occasione “per riflettere sugli errori commessi; per evitare di ripeterli nel futuro; per rilanciare lo sviluppo a partire da basi nuove, poiché la distruzione creativa delle imprese e dei settori più deboli e inefficienti apre - ha concluso - nuove opportunità di riqualificazione e di crescita del sistema produttivo”.
Alcune imprese, sottolinea l’Istituto, sono riuscite a sostenere l’impatto della crisi. Nel primo bimestre 2009 “più di una impresa esportatrice su quattro (quasi il 29%, circa 6.500 imprese) ha infatti registrato incrementi delle vendite all’estero, rispetto allo stesso periodo del 2008″. Il made in Italy continua a trainare fuori dai confini.
Ma nonostante la tenuta buona dell’export, la disoccupazione continua a crescere: per la prima volta dal 1995, infatti, la crescita degli occupati nel 2008, che sono aumentati di 183 mila unità rispetto al 2007, è risultata inferiore a quella dei disoccupati, saliti di 186 mila unità sempre rispetto all’anno prima. E tocca nuove figure: ”Un aspetto preoccupante” rileva infatti il rapporto “è la diminuzione del tasso di occupazione dei padri (dall’83,3% del 2007 all’82,7% del 2008), che contrasta con l’andamento crescente dei precedenti tre anni”. L’identikit del “nuovo disoccupato” secondo l’Istat è un uomo tra i 35 e i 54 anni, residente al centro-nord, con titolo di studio inferiore alla laurea. E nella maggior parte dei casi ha perso il lavoro nell’industria e si tratta di un padre di famiglia. Emerge poi una ”minore qualita’ dell’impiego”: tra il 2007 ed il 2008 i padri con una occupazione part-time, a termine o con una collaborazione sono 17 mila in più. Al contrario, quelli con un’occupazione a tempo pieno e con durata indeterminata risultano essere 107 mila in meno (73 mila tra i 35 ed i 44 anni).
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- Martedì 26 Maggio 2009

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Commenti
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Il 26 Maggio 2009 alle 15:17 vincenzo.m. ha scritto:
I NOMI SI POSSONO TOGLIERE.
L’occasione per riflettere sul persistere nella continuità operativa della dirigenza attuale, meglio definibile storica a causa degli avvicendamenti ciclici, è una necessità inderogabile affinchè all’Italia venga concessa una chance. Un patto sociale generazionale prevede che si tolga un diritto per coprire un buco derivante dall’insipienza generata dalla assoluta incapacità di visione nei confronti di una casta che si occupi realmente dei bisogni di una nazione. Sono recenti le posizioni di Istituti etici che si allontanano sempre più dalla condivisione delle scelte politiche, economiche o legislative dell’Italia.
I politici non possono permettersi di creare il panico pertanto, nell’interesse di tutti e per tutti è compreso il loro, sono “obbligati” a non divulgare la reale situazione economica e quindi per la coesione sociale sono “costretti” ad edulcorare la realtà. Le ragioni della crisi, ufficializzate in un orizzonte globale ed esterne al perimetro dei responsabili nazionali, convergono ad un consenso ad una generalizzata e diffusa deresponsabilizzazione di coloro che hanno detenuto il potere delle scelte che, sulla base delle stesse, hanno costruito il presente.
La miopia o l’interesse dell’eterno presente giunge persino a catalizzare l’attenzione verso quella che, definita da più giudizi, appare come la più grande acquisizione industriale , in realtà sembra profilarsi come una fusione al termine della quale il pacchetto azionario si trasformerà, sì che nella sua visibilità si concretizzerà in uno spostamento fisico e definitivo di una holding ristrutturata e simpaticamente straniera: un sogno aggrappato al passato ma che solo ora è in fase di realizzazione.
Resteranno le televisioni che continueranno a proporre la
privatizzazione della Scuola e della Sanità che, in virtù del rinnovarsi dell’eterno presente di una classe dirigente ma sempre nell’ottica di un patto generazionale, proporrà giornalmente di tuonare ed inveire contro la causa esterna ai problemi di casa nostra: al più si dirà che i danni e le risultanze delle inefficienze provengono da una eredità determinata da partiti che sono oramai inesistenti perché i nomi sono cambiati.
Ciò a testimonianza che i nomi si possono togliere, cambiare ed annullare, così come le proprietà e quasi ogni altra cosa.
Il 27 Maggio 2009 alle 9:48 Timori inflazionistici soffiano sull’Euribor « Pensiero finanziario indipendente ha scritto:
[...] Si, insomma… notizie non tanto carine per la futura rata del mutuo degli Italiani, soprattutto con l’aria che tira. [...]
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