Archivio di Maggio, 2009

Fiat-Opel, i tedeschi decidono oggi. Montezemolo: “Una lotteria”

fiat_opel
“Una lotteria”. Luca Cordero di Montezemolo riprende le parole del suo amministratore delegato Sergio Marchionne, dette ieri a caldo dopo l’incontro con Angela Merkel. Oggi è il giorno decisivo per l’affare Opel. Quello in cui si riuniranno i ministri competenti del governo tedesco, i governatori dei Laender interessati per le fabbriche, gli emissari della General Motors e del governo Usa che ormai è di fatto il proprietario del gigante di Detroit. Per decidere quale delle tre offerte (anzi quattro, ieri Berlino ha comunicato che anche la cinese Baiec - Beijing auto industry export corporation ha presentato un piano) avrà l’appoggio indispensabile del cancelliere Angela Merkel. Le variabili, politiche, economiche e sindacali, sono tante. Per questo per la Fiat è “una lotteria”. “Quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, e quindi c’è la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile. Adesso entrano in campo tutta una serie di componenti decisionali” ha detto Montezemolo.

Per il Financial Times “quello di Fiat è il piano migliore per Opel”, perché l’idea di condividere piattaforme e motori, che consentirebbe 1,2 miliardi di euro l’anno di sinergie, assieme alle vendite annue stimate in sei milioni di veicoli attraverso l’integrazione di Chrysler, potrebbe portare ad economie di scala ”vitali”. Mentre l’idea del principale concorrente, Magna, di puntare sul mercato russo attraverso l’appoggio di Sberbank. si scontra con la recessione che ha colpito duramente il paese di Putin. “Ma il miglior piano industriale” ammonisce il quotidiano finanziario, in periodo pre-elettorale “da solo potrebbe non bastare”: l’appoggio dei sindacati e dei politici locali potrebbe influire di più. E in questo senso è un colpo alle speranze di Fiat la dichiarazione di ieri del leader sindacale Opel Klaus Franz: “Per noi Magna è in pole position”.
Chiunque dovesse aggiudicarsi l’opzione per Opel, inoltre, beneficierà di un prestito ponte da parte del governo tedesco, secondo quanto ha detto in un’intervista alla rete pubblica Ard il ministro delle Finanze, il socialdemocratico Peer Steinbrueck. L’entità del prestito, che avrebbe lo scopo di permettere la continuità del lavoro nelle fabbriche dopo lo scorporo dell’azienda da GM, dovrebbe essere di 1,5 miliardi di euro. Il consiglio di supervisione dell’azienda teesca ha già approvato la separazione legale da General Motors, dalla quale era già autonoma finanziariamente. Passano quindi a Opel GmbH tutti gli impianti europei della compagnia, l’organizzazione commerciale e alcuni asset di General Motors. Klaus Franz ha spiegato che Opel sarà libera da debiti una volta che avvierà l’integrazione con il suo futuro partner.
Ma la partita non si gioca solo in Germania: anche il governo inglese si preoccupa degli impianti Vauxhall, la gemella di Opel nel Regno Unito: l’ipotesi di pochi tagli in Germania implica infatti ristrutturazioni più massicce in altri paesi e gli operai di Vauxhall, controllata Gm in Inghilterra, sono sul piede di guerra. Sempre secondo il Financial Times, il ministro britannico delle Attività Produttive, Peter Mandelson, ha parlato con l’ad di General Motors, Fritz Henderson, e il numero uno di Gm Europe, Peter Forster, allo scopo di “chiarire l’impegno del governo del Regno Unito per tutti gli impianti di Vauxhall”. Mandelson ha anche riferito di aver avuto dei colloqui con Fiat e Magna. Mentre il governo belga ha chiesto a Berlino di discutere di Opel anche in sede europea.

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Il web batte Playboy: conigliette in vendita per 300 mln di dollari

Marilyn su Playboy

In tempo di crisi, nell’era del web, neanche le patinate conigliette vendono più. Playboy Enterprises, l’impero dell’eros patinato fondato da Hugh Hefner nel 1953, è stato messo in vendita per 300 milioni di dollari ma potrebbe avere difficoltà a trovare un compratore.
L’azienda, che da anni fronteggia un continuo calo di vendite del magazine a causa della concorrenza di internet - fonte principale (gratuita o a pagamento) di materiale porno - può contare su una capitalizzazione di 100 milioni di dollari. Il Cda è ancora controllato dall’83enne Hefner, che detiene il 70 per cento delle azioni con diritto di voto e non sembra aver molta voglia di abbandonare le sue ragazze. In questo periodo i suoi manager sono impegnati in un deciso taglio dei costi per far fronte alle perdite, arrivate a 13,7 milioni di dollari solo nei primi tre mesi del 2009 .
Interpellato dal New York Post, che ha dato per primo la notizia, un portavoce dell’azienda ha ammesso che per ora non sono arrivate domande di acquisto, assicurando però che “qualunque proposta in grado di creare valore per i nostri azionisti verrà presa in considerazione”.
Dopo 56 anni di onorata carriera quindi, il mensile perde copie, perde pubblicità, perde soldi, nonostante continui ad essere la rivista maschile più venduta degli States (2,5 milioni di copie nell’ultimo semestre dell’anno scorso). “La rivista non chiuderà mai i battenti fino a quando Hugh Hefner sarà in vita”, scommette Samir Husni, capo del dipartimento di Giornalismo dell’università del Mississipi.
Ma chi subentrerà nella proprietà della storica rivista per adulti? Si parla del britannico sir Richard Branson fondatore della Virgin Media, dopo che altre società come Apollo Capital Partners e Providence Equity Partners si sono ritirate. Ma il vero ostacolo per la compravendita è rappresentato dal costo perché i 300 milioni di dollari richiesti appaiono troppi rispetto ai 100 milioni di capitalizzazione di borsa e alle prospettive di mercato. Secondo il New York Post il prezzo è stato infatti gonfiato per consentire a Hefner, in caso di vendita, di mantenere il suo lussuoso stile di vita.

La messa in vendita di Playboy segna certamente la fine di un’epoca. Quella di un certo modo (soft e non volagre) di mostrare il nudo femminile e di evocare l’erotismo. È sempre stato così, sin da quel famoso primo numero del ‘53, in cui si vedeva l’allora giovanissima Marilyn Monroe nuda, stesa su un tappeto rosso. E in un’America ancora tutta puritana, la rivista andò a ruba. Sulla rivista c’erano anche interviste a personaggi famosi, analisi e articoli seri sulla guerra del Vietnam, le leggi sulla droga o i diritti civili. Ma furono le foto di seni nudi e la malizia delle donne più belle e famose (Jane Mansfield, Sophia Loren o Ursula Andress) a catalizzare l’attenzione dei lettori. Ai quali Hefner cambiò rdicalmente la percezione del sesso.

Guarda la GALLERY delle conigliette più famose

Istat: “Una famiglia su 5 a rischio povertà”. Padri disoccupati le nuove vittime

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Redditi bassi, rischio povertà. E i padri di famiglia sempre più a rischio precarietà. Ma anche aziende che resistono e aumentano quote di mercato all’estero nella tempesta economica. Tra i tanti dati diffusi dall’Istat nel suo rapporto annuale sulla situazione del paese (più di 400 le pagine della 17esima edizione) a preoccupare di più è quello dell’esposizione al rischio di “vulnerabilità economica”: l’impossibilità o la difficoltà a fare fronte a spese impreviste. Che secondo l’istituto di statistica riguarda in Italia una persona su cinque. ”Rischi altrettanto elevati” si osservano in Spagna, Grecia, Romania, Regno Unito e nei paesi baltici. Pesano le differenze territoriali: se al nord le persone a rischio sono in media il 9%, al sud si arriva al 30-35%. La percentuale di popolazione a basso reddito nel Paese si attesta al 18,4%, sulla base di valori del 2006; l’incidenza risulta massima in Sicilia (41,2%), Campania (36,8%) e Calabria (36,4%). All’opposto, i valori meno elevati si registrano in Valle d’Aosta (6,8%) e nelle province autonome di Bolzano (6,6%) e Trento (3,8%).
Sul reddito disponibile medio, sempre con i dati al 2006, al nord è circa 20mila euro, mentre nel meridione scende a livelli più bassi, intorno ai 13mila euro.
Per il presidente dell’Istat Luigi Biggeri la crisi di quest’ultimo anno può essere un’occasione “per riflettere sugli errori commessi; per evitare di ripeterli nel futuro; per rilanciare lo sviluppo a partire da basi nuove, poiché la distruzione creativa delle imprese e dei settori più deboli e inefficienti apre - ha concluso - nuove opportunità di riqualificazione e di crescita del sistema produttivo”.
Alcune imprese, sottolinea l’Istituto, sono riuscite a sostenere l’impatto della crisi. Nel primo bimestre 2009 “più di una impresa esportatrice su quattro (quasi il 29%, circa 6.500 imprese) ha infatti registrato incrementi delle vendite all’estero, rispetto allo stesso periodo del 2008″. Il made in Italy continua a trainare fuori dai confini.
Ma nonostante la tenuta buona dell’export, la disoccupazione continua a crescere: per la prima volta dal 1995, infatti, la crescita degli occupati nel 2008, che sono aumentati di 183 mila unità rispetto al 2007, è risultata inferiore a quella dei disoccupati, saliti di 186 mila unità sempre rispetto all’anno prima. E tocca nuove figure: ”Un aspetto preoccupante” rileva infatti il rapporto “è la diminuzione del tasso di occupazione dei padri (dall’83,3% del 2007 all’82,7% del 2008), che contrasta con l’andamento crescente dei precedenti tre anni”. L’identikit del “nuovo disoccupato” secondo l’Istat è un uomo tra i 35 e i 54 anni, residente al centro-nord, con titolo di studio inferiore alla laurea. E nella maggior parte dei casi ha perso il lavoro nell’industria e si tratta di un padre di famiglia. Emerge poi una ”minore qualita’ dell’impiego”: tra il 2007 ed il 2008 i padri con una occupazione part-time, a termine o con una collaborazione sono 17 mila in più. Al contrario, quelli con un’occupazione a tempo pieno e con durata indeterminata risultano essere 107 mila in meno (73 mila tra i 35 ed i 44 anni).

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Fiat-Opel, mercoledì vertice decisivo. GM verso la bancarotta controllata

Sergio Marchionne

Mercoledì sarà il giorno della verità per le mire di Fiat su Opel: il governo tedesco si riunirà in un vertice definitivo e sceglierà l’offerta da appoggiare nelle trattative con la General Motors tra le tre pervenute: quella di Fiat, quella di Magna e quella del fondo Ripplewood. A questo appuntamento, scrive il Tagespiegel, saranno presenti - oltre a Marchionne e probabilmente John Elkann - i vertici della Magna e del fondo Ripplewood, la Merkel, i ministri tedeschi competenti, i rappresentanti del governo Usa e i governatori delle regioni in cui si trovano gli impianti della casa automobilistica. Non sarà una decisione facile, perché nella Grande Coalizione che sostiene l’esecutivo le divisioni interne sono più che mai accentuate a pochi mesi dalle elezioni. E anche i vari governatori dei Land dove si trovano le fabbriche Opel faranno sentire il loro peso politico. “L’offerta è chiara, ora dobbiamo solo parlare poco e aspettare” ha commentato il presidente del gruppo di Torino Luca Cordero di Montezemolo. Ma l’Ad Sergio Marchionne non resterà chiuso in una stanza a sperare nel verdetto favorevole: domani, secondo quanto detto da Montezemolo, “andrà direttamente dalla Merkel” insieme a John Elkann.
C’è da lavorare sul versante alleanze: gli austriaco canadesi di Magna hanno appoggi importanti in Russia con la banca Siberbank i cui vertici, secondo le rivelazioni della Bild, avrebbero incontrato Angela Merkel e Zu Guttemberg in un vertice segreto nel fine settimana. Ma a pesare sarà ancora di più il parere della General Motors, la casa madre americana, di cui Opel è l’emanazione in Europa. Per quella che per decenni fu la più grande casa automobilistica del mondo, la bancarotta sembra ormai inevitabile. Con il ricorso al Chapter 11, l’amministrazione controllata, già sperimentato dal governo Usa con la Chrysler. Il debito è gigantesco (in tutto sono 19,4 i miliardi di dollari investiti dallo Stato americano). Il termine fissato dalla Casa Bianca per la presentazione di un piano di ristrutturazione è il 1 giugno. Arriverà quindi dopo il vertice in Germania. Ma è chiaro che l’orientamento dell’amministrazione Obama conterà anche nella decisione sul destino di Opel.

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Dieci regole per uno scudo efficace

cassaforte

Il primo passo per il rientro dei capitali nascosti nei paradisi fiscali e la loro riemersione in un conto corrente italiano sarà la presentazione in banca di una dichiarazione riservata sulle attività finanziarie da rimpatriare. Sarà una domandina scritta in cui bisognerà specificare, in cambio dell’impegno a non trasferire l’informazione alle autorità, che cosa si possiede e dove. Lo prevedono i testi sui quali stanno lavorando gli esperti del governo in vista del terzo scudo fiscale, procedura che intende fare rientrare in Italia ricchezze nascoste all’estero grazie al pagamento di un’aliquota a forfait per la regolarizzazione.
L’iniziativa non è solo italiana. Fa parte di un più vasto intervento in materia di paradisi fiscali, condiviso da quasi tutti i governi dei più importanti paesi occidentali. A cominciare dagli Stati Uniti di Barack Obama, dalla Germania del cancelliere Angela Merkel, dalla Francia di Nicolas Sarkozy e dalla Gran Bretagna del premier Gordon Brown, un paese che fino a ieri ha trattato con benevolenza la trasformazione di tante piccole ex colonie in eden del segreto bancario.
L’obiettivo è duplice: obbligare gli “stati a fiscalità vantaggiosa” ad adottare regole di trasparenza che non consentano agli stranieri di nascondere i propri averi agli occhi del fisco e della magistratura del paese di provenienza; fare rientrare capitali ingenti nelle rispettive economie, contribuendo così ad alleviare la crisi e a fornire nuove risorse ai governi.
Il ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti, presidente di turno del G8 economico, sul tema della trasparenza ha avviato da mesi l’elaborazione di una tavola dei nuovi comandamenti, il cosiddetto global legal standard (vedere Panorama 7). Più in particolare, sullo scudo fiscale molti esperti sono al lavoro per preparare un provvedimento che sia in armonia con le scelte dei paesi partner. L’Italia non è costretta in via di principio ad attendere l’elaborazione di regole uguali per tutti, neppure in Europa. Però il governo non intende procedere senza il consenso e il coordinamento almeno informale con gli altri paesi. La prudenza è dettata dalla necessità di evitare ostacoli in sede internazionale e anche di coprirsi le spalle in vista di polemiche interne considerate già messe in conto.
Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, ha già detto che la proposta di fare rientrare i capitali detenuti all’estero illegalmente per reinvestirli in Italia “può considerarsi un vero e proprio riciclaggio di denaro sporco”. Pier Luigi Bersani, tra i leader del Pd, ha usato un altro linguaggio ma non è stato meno duro nella sostanza, ricordando l’esperienza già fatta con i precedenti provvedimenti di scudo fiscale varati dai governi Berlusconi.
Ecco perché il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha chiarito che lo scudo fiscale sarà attivato solo in collegamento con quanto faranno gli altri paesi industrializzati su questo tema. E i tempi, proprio per questa ragione, saranno legati ai prossimi vertici del G8 e del G20, a cominciare dagli incontri sui temi economici fissati per la fine di maggio.
Al di là dei collegamenti internazionali, lo stato di avanzamento del lavoro svolto dagli esperti consente già adesso di stimare in circa 500 miliardi di euro l’ammontare dei capitali potenzialmente interessati e di delineare quali potrebbero essere i dieci punti chiave del terzo scudo fiscale italiano allo studio delle autorità, dopo quelli varati nel 2001 e nel 2003.
1. Lo scudo potrà essere attivato da persone fisiche, enti non commerciali e società semplici residenti in Italia.
2. Il periodo in cui si potrà aderire andrà, se ci saranno i tempi e gli accordi per farlo, dal 1° luglio al 31 dicembre di quest’anno.
3. Potrà essere chiesto il rimpatrio solo di attività finanziarie (depositi, azioni, obbligazioni, fondi…) possedute fuori dal territorio nazionale già al 31 dicembre 2007.
4. Coloro che vorranno usufruire di questa possibilità dovranno presentare in banca una dichiarazione riservata, indicando una per una le attività finanziarie che intendono fare rientrare. Inoltre dovranno attestare che quelle risorse le possedevano all’estero almeno al 31 dicembre del 2007. La domanda dovrà essere scritta su un modello che l’Agenzia delle entrate dovrebbe mettere a punto entro pochi giorni dall’entrata in vigore della legge.

Lo scudo fiscale in Ue

5. Niente nomi: la banca dovrà rilasciare al cliente una copia della dichiarazione riservata. Ma allo Stato comunicherà soltanto l’entità della ricchezza rientrata e le somme versate a titolo di aliquota di regolarizzazione.
6. L’aliquota da versare allo Stato ancora non è stata fissata. Verrà decisa all’interno di una forchetta che va da un minimo del 5 per cento a un massimo del 10. Sarà un prelievo molto più pesante del 2,5 per cento degli scudi fiscali attuati in precedenza in Italia, anche perché la quota del passato verrebbe oggi considerata troppo bassa dai paesi partner europei.
7. Si potrà avere uno sconto sostanzioso, rispetto all’aliquota del prelievo di regolarizzazione, se chi fa rientrare i capitali in Italia prometterà, nella dichiarazione riservata, di investire tutto in depositi fruttiferi postali e in altri titoli pubblici indicati dal ministero dell’Economia. In sostanza, saranno emissioni destinate a finanziare investimenti. Se servirà, anche la ricostruzione dopo il devastante terremoto che ha colpito L’Aquila. Se per esempio l’aliquota normale fosse del 7 per cento, chi investe in questi titoli potrebbe pagare solo il 5 o anche il 4 per cento, e così via.
Ma attenzione: l’investimento dovrà essere fatto subito e durare almeno dieci anni. Se dunque i titoli non verranno sottoscritti con celerità o saranno venduti dopo poco tempo, la banca depositaria provvederà a trattenere direttamente anche la parte di aliquota relativa allo sconto goduto, girando i denari allo Stato.
8. Lo scudo proteggerà i cittadini che faranno rientrare i capitali in Italia da accertamenti tributari e contributivi ed estinguerà le sanzioni per non avere dichiarato le proprie disponibilità all’estero.
9. Lo scudo dovrebbe escludere, secondo buona parte dei testi finora elaborati, anche la punibilità di alcuni reati tributari, penali o previsti dalla legge fallimentare in relazione alle somme fatte rientrare in Italia.
10. Gli intermediari non dovranno comunicare allo Stato dati e notizie contenuti nelle dichiarazioni riservate se vi sarà un accertamento tributario e previdenziale. Le informazioni dovranno essere invece date tutte nei casi di accusa di riciclaggio o di reati connessi alla criminalità organizzata.
Infine, nel caso si ricorra allo scudo fiscale per fare tornare in Italia soldi provenienti da attività diverse da quelle per le quali il provvedimento dovrebbe sancire la non punibilità, ci potrà essere sanzione, secondo alcuni dei testi allo studio, con un’ammenda amministrativa pari al 100 per cento delle somme indicate nella dichiarazione riservata.

Lo scudo fiscale negli anni passati

Controllori di zanzare e modellatori di sopracciglia: ecco come i taiwanesi cercano di far fronte alla crisi

fila

Con il passare dei mesi, la morsa della crisi non si allenta, e in Asia, per la precisione sull’isola di Formosa, dove il crollo della produttività nel primo quadrimestre del 2009 ha superato il 10%, i taiwanesi si rimboccano le maniche e si inventano nuove originalissime occupazioni per far quadrare il bilancio familiare.

Chang You-wu, 35 anni, si è trasformato in un professionista nel “fare la fila per gli altri”. Aspetta pazientemente nelle boutiques di lusso il suo turno per acquistare gli accessori richiesti dai committenti, o nei teatri più in voga per ritirare i biglietti degli spettacoli più gettonati. Lo slogan con cui si auto-pubblicizza, “Sei occupato? Allora ci penso io!”, gli ha permesso di accumulare in un solo anno un migliaio di ore di lavoro, con una media di venti alla settimana, pagate, ognuna, quattro dollari e mezzo. Talvolta gli capita anche di essere ingaggiato da ragazze single per spingere il carrello della spesa al supermercato o addirittura per passeggiare in un parco. Ma per Chang You-wu tutto è lavoro: la crisi non gli permette di rifiutare nessun incarico.

Kao Shu-fang, 45 anni e madre di tre figli, per riempirsi la giornata ha risposto ad un annuncio governativo per “controllori di zanzare”. Si tratta di figure professionali a tempo determinato inserite in un programma nazionale di prevenzione della Dengue. Il compito di Kao Shu-fang e delle sue colleghe è infatti quello di bussare alle porte dei taiwanesi e ispezionarne le case per rimuovere tutte le impurità e gli accumuli di acqua stagnante che possono attirare le zanzare. Kao Shu-fang controlla in media un centinaio di case al giorno. Guadagnando solo 24 dollari.

Jenny Hsu, 33 anni, ex proprietaria di un salone di bellezza, ha dovuto liquidare tutto e ora mantiene una bancarella in affitto al mercato notturno di Taipei, dove mette in forma le sopracciglia delle clienti di passaggio: una media di cinquanta  a sera nei giorni feriali, che salgono a ottanta nei festivi. Il guadagno è di circa 152 dollari a notte.

Cheng Jun, ventinove anni, lavorava in una fabbrica che per abbattere i costi di produzione si è recentemente spostata in Cina. Dopo il licenziamento, ha iniziato a consegnare a domicilio ricette e medicine per i malati, che talvolta offrono anche una mancia un po’ più alta per essere accompagnati a passeggiare all’aria aperta. Ma si tratta in ogni caso di guadagni fin troppo miseri che non gli bastano per vivere. Tuttavia, Cheng Jun è consapevole che se fosse costretto a rinunciare anche a queste entrate la sua condizione diventerebbe davvero tragica.

Stipendi: dove guadagnare di più in un paese di paghe appiattite

stipendio

di Raffaella Galvani

Pagati poco? Soprattutto, pagati male. Cioè tutti uguale, con poca o nessuna attenzione ai diversi livelli di professionalità o al costo della vita che cambia nelle varie aree del Paese. Basti pensare che 10 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato su 15 sono ammassati in un pantano che li blocca fra i 21 mila e i 23 mila euro lordi annui. E che un operaio di reparto di un’azienda del Nord-Ovest nel 2008 ha portato a casa 1.175 euro netti mensili, appena 66 euro in più di quello del Centro e poco più di un centinaio rispetto al collega del Sud.
È quanto emerge da un’inchiesta che Panorama ha svolto con la Od&m, società di consulenza direzionale leader nelle indagini retributive che, sulla base di una banca dati di 859.036 profili retributivi di dipendenti privati raccolti tra il 2004 e il 2008 (in Italia sono complessivamente circa 15 milioni, su un totale di oltre 23 milioni di occupati), ha fatto i conti in tasca a circa 600 figure tra dirigenti, quadri, impiegati e operai, suddivisi per aree geografiche. Fotografando il livello, e l’andamento rispetto a due anni fa, delle buste paga che realmente vengono consegnate agli italiani, al netto di tasse, imposte e contributi.
Il tema dei bassi stipendi in Italia è stato rilanciato in questi giorni dall’Ocse, che ha messo a confronto, uniformandole a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni dei 30 paesi membri. E, con 21.374 dollari netti all’anno (pari a circa 1.200 euro al mese), ha piazzato il dipendente italiano single senza figli al ventitreesimo posto, davanti solo a portoghesi, cechi, turchi, polacchi, slovacchi, ungheresi e messicani. Ben sotto la media Ocse (25.739) e anche sotto la media Ue (24.552).
Conferma Mario Vavassori, docente al Mip-Politecnico di Milano e amministratore delegato della Od&m consulting: “In Italia siamo pagati poco e stiamo diventando tutti sempre più poveri. Basti pensare che nel 2008, con aumenti retributivi che hanno oscillato dallo 0,7 per cento degli operai e l’1,3 di impiegati e quadri al 2,1 dei dirigenti, nessuno ha tenuto dietro all’inflazione media, misurata dall’Istat con l’indice dei prezzi al consumo al 3,3 per cento, per non parlare dell’inflazione dei beni ad alta frequenza di consumo (come alimentari, benzina) che è stata del 4,9 per cento”.
Se le aziende, come confermano alla Od&m, non brillano per generosità con i loro dipendenti, il fisco e l’imposizione previdenziale danno la mazzata. Sotto la scure di tasse, imposte locali e contributi il dipendente medio privato, rispetto a uno stipendio lordo di 26.956 euro, nel 2008 si è visto amputare la busta paga del 28,9 per cento, con punte del 45,7 per una retribuzione dirigenziale di 103.424 euro.
Ma secondo Vavassori c’è una lettura dei dati ancora più preoccupante. “Il vero problema dell’Italia” sostiene deciso “non è tanto il basso livello delle retribuzioni, quanto l’appiattimento”.
Lo confermano i dati dello studio svolto dalla Od&m con l’Unioncamere sulle retribuzioni del 2007: solo 5 milioni di dipendenti su 15 superano la media dei 26.500 euro di stipendio medio lordo ed emerge una uniformità retributiva fra operai e impiegati, così come tra le figure operaie qualificate e quelle semispecializzate.
“È come se il lavoro avesse un valore univoco e le aziende avessero rinunciato a identificare e a premiare la professionalità” stigmatizza Vavassori “mentre il sindacato per troppi anni si è preoccupato solo di avere in mano il controllo della distribuzione quantitativa del reddito”.
Anche sul piano territoriale l’appiattimento sta creando problemi, in particolare là dove il costo della vita negli ultimi anni si è impennato (vedere Milano e il Nord in generale, ma anche le grandi città del Centro), al punto da rendere ardua la sussistenza con buste paga ritenute solo fino a ieri sufficienti. E infatti c’è chi intende rilanciare il tema delle gabbie salariali.
Gli esempi non mancano. Nel 2008, come risulta dalle tabelle di queste pagine, un responsabile acquisti nel Nord-Ovest, dove la vita è più cara, ha guadagnato 2.482 euro netti per 13 mensilità; il suo omologo al Centro ne ha presi 2.443, appena 39 euro in meno. Solo al Sud e nelle Isole si è avuta una differenza un poco più significativa, con 2.352 euro netti mensili e uno stacco di 130.
Se questo è il quadro, dove è meglio orientarsi? Fermo restando che non è così facile cambiare luogo di residenza o lavoro, dalle ricerche della Od&m emergono comunque delle indicazioni utili. La prima? A incidere in maniera significativa sono spesso le dimensioni aziendali. In altre parole, più è grande l’azienda, più si guadagna.
“Le dimensioni dell’impresa” si legge nel Decimo rapporto sulle retribuzioni della Od&m 2009 “determinano una significativa variabilità degli importi assoluti, che presentano valori costantemente in crescita all’aumentare dell’ampiezza delle imprese e scarti particolarmente elevati”.
In soldoni, un dirigente in una piccola impresa nel 2008 ha guadagnato 93.782 euro lordi annui, ovvero il 9,3 per cento in meno rispetto ai 103.424 euro incassati in media dal dirigente italiano, mentre il manager di una grande impresa ha preso 108.985, cioè il 5,4 per cento in più. E analoghi scarti riguardano la busta paga dell’operaio, che da un piccolo imprenditore prende 20.763 euro, il 4 per cento meno della media di categoria (21.626), mentre dalla grande industria incassa l’11,3 per cento in più (24.068).
Scarto meno forte invece per i quadri: dalla piccola alla grande impresa rispetto alla media ballano 6,7 punti percentuali in busta paga.
Da notare, dicono alla Od&m, che nel 2008 le retribuzioni nella grande azienda sono cresciute più che nelle altre dimensioni d’azienda per impiegati, quadri e operai, mentre i dirigenti hanno ottenuto una retribuzione inferiore a quella del 2007. Motivo? “La categoria ha pagato il peso maggiore dei sistemi retributivi più sofisticati legati ai risultati che le imprese hanno introdotto per i loro manager e stanno via via allargando ai quadri” dice Vavassori. “È probabile che il 2009 porterà quindi a questa categoria delusioni ancora maggiori visto l’andamento dell’economia, però è indubbio che è la via corretta da perseguire”.
Ma non è solo la dimensione a cui si deve guardare se si cerca di mettere al riparo la propria busta paga. Il settore è altrettanto importante, anche se non sempre tutti i lavoratori sono trattati con la stessa generosità.
L’industria conviene soprattutto agli impiegati (nel 2008 li ha pagati 27.474 euro lordi annui, il 7 per cento in più rispetto alla media di 25.679) e agli operai (più 5,4); in generale è quella che tra il 2007 e il 2008 ha mostrato i tassi di crescita degni di nota per tutte le categorie. “Si va dal più 4 per cento dei dirigenti al più 3,4 degli operai fino al più 2,1 dei quadri e al più 1,5 degli impiegati. E se sembra poco, va segnalato che commercio e servizi in media più spesso hanno registrato variazioni tra lo 0 e l’1 per cento” puntualizza Vavassori.
Banche e assicurazioni, nonostante le difficoltà, continuano invece a pagare bene soprattutto i dirigenti (5 per cento più della media), che invece sono sottopagati (meno 1 per cento sulla media di categoria) dal commercio.
La sorpresa? Le società di servizi del terziario avanzato, che appaiono avare con tutte le categorie, in particolare quelle più alte. Si va infatti, rispetto alle medie di categoria, da meno 7,5 per cento dei dirigenti a meno 6,2 dei quadri, fino a meno 2,1 degli impiegati. Sembra un autogol per un settore che dovrebbe attirare proprio i talenti di fascia alta, ma la spiegazione esiste. “In queste imprese sta prendendo sempre più importanza la parte non monetaria della retribuzione, dal corso prestigioso di formazione all’assicurazione sanitaria” spiega Vavassori. E vista l’aria che tira sembra una scelta da non sottovalutare.

Guarda i GRAFICI: ecco dove si guadaga di più


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