
Che succede in Iran? Da oggi il cortocircuito tra le proteste di piazza a Teheran e internet coinvolge direttamente anche due protagonisti del web. Google ha appena lanciato una pagina per tradurre dal persiano in inglese e viceversa. Dopo poche ore, l’annuncio di Facebook: è disponibile una versione nella lingua parlata in Iran, progettata in fretta grazie al contributo di “più di 400 persone madrelingua che hanno inviato migliaia di traduzioni individuali del sito”. Da giorni, poi, i mass media parlano di twitter, un microblog che con i suoi brevi messaggi ha fornito notizie delle proteste. Anzi, alcuni esultano per la “twitter revolution”.
Eppure i dubbi non mancano: perché da giorni la connessione a internet è stata rallentata o tagliata dalle autorità di Teheran: per vedere il motore di ricerca Google serve più un minuto. Facebook e twitter, poi, sono inaccessibili. A chi serviranno, allora, le pagine tradotte? Certo, esiste il modo di aggirare i filtri della censura: ma sono nelle mani di una sparuta minoranza di esperti del web. Che in queste settimane hanno dimostrato comunque una straordinaria capacità di farsi sentire nel resto del mondo.
Gli analisti di Foreign policy sono stati i primi a gettare acqua sul fuoco: twitter è servito soprattutto a diffondere i messaggi delle manifestazioni, ma probabilmente non è stato decisivo per organizzarle. Nessuno sa, infatti, quanti sono davvero gli utenti da Teheran: molti utenti online si limitano a ripetere quello che hanno letto altrove. Twitter, inoltre, ha conquistato i titoli dei giornali in tutto il mondo: se prima era noto soprattutto agli appassionati di tecnologia, adesso ha ricevuto una pubblicità gratuita sulle prime pagine dei quotidiani. In tempi di tagli alle spese in tecnologia, Google e Facebook offrono un servizio indubbiamente utile.
Ma che, nel frattempo, li riporterà sotto la luce dei riflettori dei mass media. E degli investitori.
- Venerdì 19 Giugno 2009
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