L’Ocse: “Un terzo della spesa statale in pensioni”. Spesa da record

pensioni

Cambiare piano, se possibile non cambiare affatto. L’applicazione delle riforme delle pensioni in Italia, dice il capitolo dedicato al nostro paese del rapporto Ocse, avanza molto lentamente rispetto agli altri paesi dell’Ocse e inoltre molti dei cambiamenti “vitali” per la sostenibilità finanziaria dei costi del sistema previdenziale sono stati “ripetutamente rinviati”.

Italia maglia nera in Ue
Nel frattempo, vantiamo ormai un primato: l’Italia è il paese Ocse con il più alto livello di spesa pensionistica, pari al 14% del Prodotto interno lordo nel 2005. Nel decennio 1995-2005 la spesa previdenziale è aumentata del 23%. Solo paesi quali Giappone, Korea, Portogallo e Turchia, secondo l’Ocse, hanno avuto aumenti simili (o superiori).
Per questo l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo rinnova la “preoccupazione per il rinvio dell’adozione dei nuovi coefficienti di trasformazione contributiva che - sostiene - sono un importante fattore per calcolare l’importo della pensione”. La logica dei coefficienti è, a fronte dell’aumento dell’aspettativa di vita, di ridurre i benefici a parità dei tempi di uscita dal mercato del lavoro e di contributi versati. I coefficienti dovevano essere rivisti dopo 10 anni dall’avvio del nuovo sistema, quindi nel 2005. Le nuove regole stabiliscono che la revisione automatica parta nel 2010.

Un terzo della spesa statale in pensioni
La spesa pensionistica in Italia assorbe circa un terzo delle uscite statali complessive, ovvero quasi il doppio rispetto alla media degli altri paesi Ocse. La previdenza pesa per il 30% sul bilancio statale italiano, contro il 16% della media Ocse.
L’Ocse mette quindi in guardia dal “rischio” che un sistema così concepito induca a sottrarre risorse di spesa pubblica a altri settori “preferibili” quali il welfare e l’istruzione.
“L’aspettativa di vita in Italia, cosi’ come negli altri paesi - avverte l’Ocse - ha continuato a crescere in questo periodo e il rinvio dell’introduzione dei nuovi coefficienti ha avuto un impatto negativo sul sistema. Al tempo stesso, gli economisti parigini sottolineano che “ci sono stati di recente altri ritardi nell’introduzione dell’aumento dell’età minima di pensionamento per anzianità”.
La riforma Damiano ha introdotto gli scalini modificando lo scalone Maroni che prevedeva l’uscita per anzianita’ dal 2008 a 60 anni con 35 di contributi. La riforma Damiano, invece, fissava la possibilità di uscita nel 2008 con 58 anni e 35 di contributi (59 anni gli autonomi) arrivando a quota 95 solo dal primo luglio di quest’anno.

Da parte sua, il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta spiega che la proposta che il governo deve fare per adeguare l’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego a quella degli uomini, oggetto di una sentenza di condanna della Corte di giustizia (qui il testo del novembre scorso), per ora non verrà mandata a Bruxelles.
“Aspettiamo la messa in mora che dovrebbe arrivare” ha affermato il ministro “ma non c’è problema, la soluzione dovrebbe essere molto ‘light’”.

Commenti

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Il 4 Luglio 2009 alle 2:06 doncamillo ha scritto:

Salve! La cassa dei dipendenti usa l’attivo per risanare dirigenti, artigiani, contadini. Gli operai hanno una speranza di vita notevolmente inferiore ad altre categorie (attorno ai 75 anni). Perchè non si distingue mai? Si inizia a lavorare a 20 anni, se va bene, poi il precariato. In pensione ci si andrà con il contributivo (48%) solo con l’età, vista l’impossibilità di radunare 40 anni continuativi. I fondi pensioni sono stati maciullati dalla finanza. Perchè dovrei pagare 40 anni per una pensione sotto la soglia della povertà e per un residuo vita cortissimo? Ed in che condizioni di salute ed assistenziali, visti i continui tagli alla sanità? Grazie, buon lavoro e pensione

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