Archivio di Giugno, 2009

Che succede in Iran? Da oggi il cortocircuito tra le proteste di piazza a Teheran e internet coinvolge direttamente anche due protagonisti del web. Google ha appena lanciato una pagina per tradurre dal persiano in inglese e viceversa. Dopo poche ore, l’annuncio di Facebook: è disponibile una versione nella lingua parlata in Iran, progettata in fretta grazie al contributo di “più di 400 persone madrelingua che hanno inviato migliaia di traduzioni individuali del sito”. Da giorni, poi, i mass media parlano di twitter, un microblog che con i suoi brevi messaggi ha fornito notizie delle proteste. Anzi, alcuni esultano per la “twitter revolution”.
Eppure i dubbi non mancano: perché da giorni la connessione a internet è stata rallentata o tagliata dalle autorità di Teheran: per vedere il motore di ricerca Google serve più un minuto. Facebook e twitter, poi, sono inaccessibili. A chi serviranno, allora, le pagine tradotte? Certo, esiste il modo di aggirare i filtri della censura: ma sono nelle mani di una sparuta minoranza di esperti del web. Che in queste settimane hanno dimostrato comunque una straordinaria capacità di farsi sentire nel resto del mondo.
Gli analisti di Foreign policy sono stati i primi a gettare acqua sul fuoco: twitter è servito soprattutto a diffondere i messaggi delle manifestazioni, ma probabilmente non è stato decisivo per organizzarle. Nessuno sa, infatti, quanti sono davvero gli utenti da Teheran: molti utenti online si limitano a ripetere quello che hanno letto altrove. Twitter, inoltre, ha conquistato i titoli dei giornali in tutto il mondo: se prima era noto soprattutto agli appassionati di tecnologia, adesso ha ricevuto una pubblicità gratuita sulle prime pagine dei quotidiani. In tempi di tagli alle spese in tecnologia, Google e Facebook offrono un servizio indubbiamente utile.
Ma che, nel frattempo, li riporterà sotto la luce dei riflettori dei mass media. E degli investitori.

di Raffaella Galvani
MULTIMEDIA: Come si va a caccia di clienti
Che sia merito di una intelligente lettura dei nuovi bisogni dei clienti, o piuttosto dell’esigenza di attirare un consumatore sempre meno disposto a spendere, è un fatto che i signori della grande distribuzione nei punti vendita stanno organizzando di tutto.
All’ ipermercato si trovano idraulici e psicologi
Dal centro benessere A Estetica dell’iper Auchan di Mestre, dove, assicurano, ci si può coccolare a metà prezzo rispetto alle spa cittadine, al pronto intervento con tariffe convenzionate (22 euro l’uscita) e preventivo gratuito per idraulico e muratore proposto a Roma e dintorni dalla Coop, che in un Ipercoop di Milano ha persino aperto lo sportello di uno psicologo. Mentre alla Conad offrono la possibilità di pagare al super le tasse comunali: sono partiti con 10 punti vendita dei comuni di Prato, Livorno e Pisa, e progettano di allargarsi a tutta la rete.
Ma, senza nulla togliere alle originali trovate di marketing sul fronte dei servizi, è sul carrello della spesa che si sta combattendo la vera guerra, con tagli dei prezzi mai visti in passato sia sulle marche industriali sia, soprattutto, sui marchi della propria insegna.
“Se sommiamo le offerte promozionali della rete Coop del 2009 previste per tutti i clienti si arriva a 610 milioni, che salgono a 890 includendo quelle riservate ai soci” dice Vincenzo Tassinari, presidente del comitato di gestione della Coop Italia, leader di mercato con 12,7 miliardi di fatturato nel 2008. Punto di forza i quasi 2 mila prodotti alimentari a marchio Coop (si aggiungono 850 prodotti non food), una vera industria che vale 2,8 miliardi e continua a crescere. A fine mese sono in arrivo il vino da tavola Coop, un bianco e un rosso di produzione italiana di qualità venduto in confezione bric da 1 litro a 1 euro, una cola senza coloranti e una merendina per bambini a basso contenuto di grassi.
E se il leader si muove, i concorrenti non stanno a guardare. “Tra aprile 2008 e aprile 2009, tra fresco e confezionato, abbiamo offerto ai consumatori promozioni per circa 525 milioni, pari a una media di oltre 80 euro pro capite di risparmio” riferisce Camillo De Berardinis, amministratore delegato della Conad (8,7 miliardi di fatturato), più che mai deciso a continuare su questa strada, con sconti su oltre 1.500 prodotti che oscilleranno in media tra il 27 e il 35 per cento, sia sul largo consumo confezionato sia sul fresco. “E in offerta non proponiamo lo champagne, ma anche la confezione di sei uova da pochi centesimi” precisano alla Conad.
I re dell’hard discount costretti a rivedere i piani
Questa corsa generalizzata al ribasso, con al centro i già meno cari prodotti delle marche commerciali, ha costretto pure i re dell’hard discount a rivedere i piani. E i prezzi. “Da gennaio 2009 abbiamo tagliato in media del 30 per cento il cartellino di circa 200 prodotti. La campagna è iniziata lo scorso ottobre con 400 articoli e continuerà nei prossimi mesi” dice Andrea Vai, amministratore delegato della Lidl Italia, dove fanno notare come un terzo dei 1.250 prodotti offerti dalla catena abbia un prezzo unitario inferiore a 1 euro.
Se una volta gli sconti erano limitati nel tempo e nelle quantità, oggi sempre più spesso si va sulla promozione permanente. La Coop con “Dalla tua parte noi” ha lanciato a gennaio la vendita di 100 prodotti di prima necessità a marchio Coop ribassati del 20 per cento per tutto il 2009.
Mentre la Esselunga di Bernardo Caprotti (5,7 miliardi di fatturato nel 2008) ha messo sul piatto 70 milioni di euro solo per la campagna “Scendono le materie prime? Giù i prezzi”, che offrirà tutto l’anno sconti tra il 40 e il 50 per cento su un migliaio di referenze. “Un impegno che si aggiunge alle iniziative promozionali a rotazione con cui nel 2008 abbiamo garantito un risparmio per il consumatore di 700 milioni di euro” calcola Gabriele Villa, direttore commerciale.
Convenienza tutto l’anno
C’è chi va ben oltre il supersconto e cambia tutto, a partire dal nome. È il caso del Gruppo Sma, che fa capo al gruppo francese Auchan (4 miliardi di fatturato), dove entro il 2010 spariranno tutte le insegne Sma dei supermercati e Cityper degli iper per trasformarsi in Simply e Ipersimply, un marchio e un modello organizzativo che applica il principio della convenienza tutto l’anno e che, lanciato in via sperimentale a Milano nel 2005 da Antonello Sinigaglia, direttore generale Sma, oggi sta diventando la nuova formula adottata nel mondo da tutti i supermercati del Groupe Auchan.
“Grazie a una revisione totale di spazi, arredi, assortimento, politiche promozionali, e soprattutto del modello organizzativo che abbatte i costi, Simply può attuare una politica di prezzi molto aggressiva” spiega Sinigaglia. Per esempio, un paniere di prodotti di prima necessità a “Prezzo Simply”, ossia il più conveniente presente sul mercato e bloccato per tutto l’anno. Oggi sono 10, l’obiettivo è di preparare un carrello base di 30 prodotti entro il 2009.
Se la formula Simply non esclude l’uso di qualche offerta speciale, alla Unes, la società che gestisce i supermercati del gruppo Finiper (2,6 miliardi di fatturato), con il nuovo super “U2 prezzi bassi 365 giorni l’anno”, destinato a sostituire progressivamente i punti vendita Unes, l’hanno eliminato completamente. “Il cliente è frastornato dall’eccesso di promozioni e da un’offerta di prodotti pletorica, così noi per ogni articolo ci concentriamo su due sole tipologie, marca leader e marca privata, offrendo risparmi sulla spesa che nel caso della nostra private label arrivano al 50 per cento” spiega Mario Gasbarrino, amministratore delegato della Unes (600 milioni di fatturato e 104 punti vendita diretti su circa 170), che ai primi di giugno ha aperto a Milano il ventinovesimo supermercato U2.
Obiettivo: distinguersi nella marea delle offerte
Del resto, che ci si debba inventare altro per distinguersi nella marea delle offerte sono molti manager a pensarlo. Alla Interdis (6,2 miliardi di fatturato e 3 mila punti vendita) hanno stretto un accordo con La Piemontese del gruppo Reale Mutua e a luglio, a partire da 32 punti vendita DiMeglio e Sidis a Brescia, Latina, Bari e Ragusa, entreranno ufficialmente nel mercato con A-sicura, le prime polizze a marca commerciale (una per la casa e una per la responsabilità civile del capo famiglia) con l’obiettivo di coprire 1.000 punti vendita entro il 2010. Poche clausole scritte in caratteri leggibili, semplicità di acquisto (stipulato in un corner specializzato, il contratto in busta sigillata passa allo scanner della cassa e si paga con la spesa), costo competitivo (circa 50 euro). Spiega Giorgio Santambrogio, direttore generale marketing della Interdis: “Con le promozioni sui prodotti stiamo facendo tutti il massimo, la vera sfida oggi è proporre convenienza con la marca commerciale anche su nuovi servizi necessari per la famiglia”.
Nel carrello solo il necessario
La parola chiave è necessario, perché il consumatore con pochi soldi punta, confermano tutti gli operatori del settore, a un carrello dove entra solo ciò che costa poco e serve davvero. Così alla Coop, che ha aperto già 88 parafarmacie che fatturano 68 milioni, guardano alla salute. Accusa Tassinari: “È un’area importante nella spesa familiare ma si procede a fatica. Nel 2009 pensavamo di arrivare a produrre una decina di farmaci generici a marchio Coop, invece siamo indietro. Dopo l’acido acetilsalicilico (come dire aspirina) abbiamo appena lanciato il paracetamolo (tachipirina), con un taglio del 60 per cento sul prezzo dei prodotti equivalenti venduti in farmacia”.
E, sempre guardando alle spese necessarie della famiglia, per la prima volta la Coop sta studiando seriamente il progetto della benzina.
Anche la Conad, che ha al suo attivo una trentina di parafarmacie e quattro distributori, mette nella strategia del carrello la salute e il carburante.”A settembre 2009, sul modello del nostro partner francese negli iper E. Leclerc, apriremo quattro negozi sperimentali di ottica” anticipa De Berardinis, che ipotizza una rete di 50 punti vendita.
Per la benzina sono previste sei nuove pompe in Campania, Lazio, Emilia-Romagna e Sardegna. “La benzina potrebbe tranquillamente costare almeno 7-8 centesimi meno al litro, il problema è che tutta la filiera è in mano alle compagnie petrolifere” conclude De Berardinis.
C’è anche chi, come la Esselunga, non prevede invece diversificazioni. “Tutti i nostri sforzi vanno in direzione del carrello dei prodotti alimentari, in particolare freschi e freschissimi, che sono il 50 per cento delle nostre vendite” precisa Villa. Che anche per il 2009 offre un carrello base low cost di oltre 20 prodotti a meno di 20 euro.
Ridurre i passaggi della filiera
Tutti sono convinti che alla fine la guerra si vinca sulla spesa e per tagliare i prezzi lavorano sui costi, cercando di ridurre i passaggi della filiera. Alla Sma, grazie a un accordo sulla carne bovina e suina con la Aliprandi di Brescia, che si occupa di tutto, dall’allevamento al confezionamento, alla distribuzione nei 100 punti vendita del Nord-Est, si garantisce un risparmio al consumatore del 10 per cento. E iniziative simili copriranno l’intera rete di vendita entro il 2010.
Ma vista questa corsa al ribasso, come si spiegano le proteste di consumatori da un lato e della Coldiretti dall’altro, secondo i quali i prezzi di alcuni prodotti, vedi la pasta, non scendono come quelli delle materie prime alla produzione? I signori dei supermercati, deposta l’ascia di guerra, su questo punto fanno fronte comune. Persino Coop ed Esselunga si trovano concordi. “Con il 20 per cento di sconto previsto per tutto il 2009 su 100 prodotti, pasta compresa, siamo perfettamente allineati al calo dei prezzi. Anzi, sulla pasta proprio non guadagniamo, siamo a punto di pareggio” sostengono alla Coop. Alla Esselunga stessa musica. “Vendevamo la pasta Esselunga a 0,96 euro al kg, con il calo del grano siamo scesi a 72 centesimi, mentre la pasta primo prezzo è passata da 67 centesimi a 50″ ribadisce Villa.
A questo punto la parola, anzi la calcolatrice, passa ai clienti. Con una certezza: orientarsi in questa guerra di numeri sarà sempre più difficile.
MULTIMEDIA: Come si va a caccia di clienti
Le proteste in Iran hanno rivelato al mondo le potenzialità di twitter, il microblog che ha tenuto viva l’attenzione dei mass media occidentali sui cortei di Teheran, animati dai sostenitori di Mousavi, il rivale sconfitto di Ahmadinejad.
Eppure negli ultimi tempi anche i fondi di venture capital hanno puntato gli occhi sui messaggini di 140 lettere pubblicati online: una marea di informazioni gratuite che possono essere utilizzate in modo proficuo da semplici navigatori o da esperti. Perché gli utenti, spesso, sono sul posto in cui accadono gli eventi e sono in grado di segnalare risorse utili. Il passaparola sul web fa il resto.
Tanto che, secondo Chubbybrain, sono arrivati 23 milioni di dollari a 11 società che sviluppano progetti con twitter. Quali? Stocktwits riunisce notizie sulle società quotate: più rapido di un’agenzia stampa, segnala le voci che corrono online sulle aziende. Per chi cerca news possono essere utili i servizi di tre startup appena finanziate: tweetdeck, Bit.ly e Twitterfeed.
Il motore di ricerca Topsy, invece, aiuta a organizzare e semplificare i risultati delle ricerche tra i messaggini. Agli investitori è piaciuta anche l’idea di tipjoy: permette di inviare somme di denaro attraverso twitter. La posta in gioco è allettante: anche Google ha fiutato l’affare e si è precipitato a sviluppare un motore di ricerca che trova risultati in tempo reale come twitter.

Hai bisogno di avere a portata di mano testi, file musicali, fogli excel? Portare con sé una chiavetta usb o un computer non è più necessario: è sufficiente una connessione a internet. Perché per scrivere, ascoltare musica e fare calcoli basta accedere ad alcuni siti specializzati. E gratuiti. È una tendenza definita cloud computing: letteralmente, “compunting nuvolare” perché le persone possono accedere a servizi attraverso una “nuvola” di indirizzi web. Zoho.com, per esempio, è un ufficio online: sono disponibili testi, fogli di calcolo, calendari e applicazioni avanzate. I vantaggi sono tanti: è possibile condividere i file e collaborare a singoli progetti (un libro, un report, una relazione). Non c’è bisogno di spostare i documenti o inviarli attraverso posta elettronica: sono sempre accessibili dal web. E per le canzoni? Uno spazio online di cinque Gigabyte per archiviare mp3 è messo a disposizione da 4shared.com.
L’anno prossimo i servizi di cloud computing cresceranno fino a 9,6 miliardi dollari: Gartner prevede un incremento del 22 per cento rispetto al 2008, in una fase in cui le previsioni per il settore dell’information technology non sono positive. Il balzo maggiore è previsto per le suite office (documenti testuali o di calcolo), seguite da settori più specialistici: crm (customer relationship management) e erp (enterprise resource planning). In particolare, le ricadute principali riguardano piccole e medie imprese: McKinsey stima il che il risparmio dall’accesso ai software attraverso internet sarà tra il 10 e il 15 per cento per la spesa nelle infrastrutture. I principali vantaggi? Riduzione del consumo energetica, tagli alla manutenzione, scalabilità, flessibilità. Un’opportunità che alcune imprese cercano di cogliere. L’ultima è stata Salesforce che offre gratuitamente alcuni servizi per software d’impresa su Force.com: finora hanno sperimentato le applicazioni 85 aziende, dalle piccole imprese alle multinazionali. Ma i giganti dell’information technology non restano a guardare: Ibm ha di recente lanciato l’iniziativa “personal cloud” che garantisce la sicurezza nell’utilizzo del cloud computing.

Il conto l’hanno fatto subito i giornalisti di Madrid: Cristiano Ronaldo guadagnerà 25 euro al minuto. Che giochi a calcio, o dorma, o si diverta con Paris Hilton.
Circa 1 milione e 80 mila euro al mese. 13 milioni in un anno, netti. Il portoghese sarà dalla prossima stagione il calciatore più pagato del mondo. E di sempre. Potenza dei soldi di Florentino Pérez (e dei corposi crediti concessigli dalle banche amiche).
Ronopoly
Le premesse c’erano tutte: Ronaldo era già l’acquisto più caro di di sempre. Adesso è pure il calciatore che guadagna di più. Ha spodestato lo svedese dell’Inter Zlatan Ibrahimovic, pagato 12 milioni l’anno. Ma attenzione, stiamo parlando “solo” del salario, che rappresenta solo una parte degli introiti dei giocatori: i diritti di immagine in alcuni casi possono rendere il doppio. Lo dimostra la classifica dei “paperoni” elaborata da France Football e aggiornata annualmente che tiene conto degli ingressi di sponsor personali, campagne pubblicitarie, partecipazioni a eventi. Mentre invece per quanto riguarda i salari il riferimento è lo specialistico “futebol finance”, aggiornato alla stagione 2008/09. Come si vedrà, le due classifiche sono molto diverse.Milionari
Prima del terremoto Florentino, come già detto, era la Serie A a farla da padrona: Ibrahimovic (12) e Kakà (9 al Milan, saranno 9,5 al Real) ai primi posti. Poi la stella del Barcellona Lionel Messi (8,5 milioni all’anno) e l’asse portante del Chelsea: gli inglesi John Terry (7,5 milioni, il difensore più pagato) e Frank Lampard (7,5 milioni anche per lui), penalizzati dalla svalutazione della sterlina. Di seguito, gli altri due componenti dell’attacco del Barça tri-campione Samuel Eto’o e Thierry Henry, 7 milioni e mezzo per entrembi. Cristiano Ronaldo, in questa classifica, arrivava solo all’8° posto con i 7 milioni che gli dava il Manchester, poco davanti a Ronaldinho, cui il Milan paga 6,5 milioni. A chiudere la Top-ten, sembra incredibile pensando al suo campionato, Andriy Shevchenko, pagato come il brasiliano. Per quanto riguarda gli italiani, il più ricco era Fabio Cannavaro, che al Real guadagnava 5,8 milioni a stagione (ma adesso alla Juventus prenderà meno).
Facce da spot
La classifca, su base annua, dei più ricchi è invece diversa, anche se i nomi sono più o meno gli stessi. Tranne quello che sta al primo posto: David Beckham. Nessuno è ancora riuscito a scacciare l’inglese da questo trono, potenza più del suo fisico che dei suoi cross. Tra Milan, Los Angeles Galaxy, Armani, Gilette, Adidas e altre centinaia di aziende il numero 32 rossonero incamera 32,4 milioni di euro: che abbia scelto la maglia per ricordarsi quanto è ricco? Dietro di lui i meno telegenici ma più spettacolari Lionel Messi (28,6 milioni di euro), Ronaldinho (19,6 milioni), Cristiano Ronaldo (18,3 milioni, ma stiamo parlando di qualche mese fa), Thierry Henry (17 milioni). Cifre che includono stipendio, sponsor, premi vari.
Panchina d’oro
Per quanto riguarda gli allenatori, sono Roman Abramovich e Massimo Moratti i presidenti più munifici: l’oligarca russo ha sborsato 12 milioni a Felipe Scolari per fare metà stagione e 9 a Guus Hiddink (cifra che include lo stipendio come allenatore della nazionale russa). Risultato? Zero tituli, come direbbe il secondo coach più pagato: José Mourinho, con gli 11 milioni della panchina nerazzurra.
I VIDEO di Youtube delle stelle del calcio che guadagnano di più:

Giù le mani dai consumatori. Questo il monito che il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, lancia alle banche, perchè facciano passi avanti verso una trasparenza “compromessa” da contratti incomprensibili; al Parlamento, perchè si blocchi “lo stillicidio” di norme che “restaurano l’equilibrio del passato”; alle imprese, perchè “i costi della crisi non siano riversati sui consumatori” anche attraverso un pericoloso ritorno al protezionismo.
Nella sua relazione annuale al Parlamento, Catricalà mette al primo posto l’attenzione e la tutela dei consumatori, esposti oggi a rischi che arrivano da diverse direzioni. E richiama le banche a fare “ulteriori passi in avanti sulla strada della trasparenza, intrapresa solo ora con timidezza”. Perché la reputazione degli istituti di credito “oggi sembra compromessa più che in altri periodi”, anche a causa di “prassi contrattuali spesso troppo articolate e difficilmente comprensibili da parte dei risparmiatori”.
L’Abi invece rivendica passi in avanti sulla trasparenza “non timidi, ma molto coraggiosi”, anche se, ammette il presidente Faissola, “purtroppo la nostra reputazione, soprattutto per motivi mediatici, non è al massimo”.
Un richiamo forte arriva anche al Parlamento: “Va scoraggiato” ha spiegato il Garante “lo stillicidio di iniziative volte a restaurare gli equilibri del passato” e ridurre la spinta delle liberalizzazioni. Catricalà punta il dito contro le norme che riguardano l’abolizione delle parafarmacie (in 3 anni ne sono state aperte circa 3.000 con sconti su alcuni farmaci superiori al 22%), l’abrogazione della facoltà di recesso annuale nei contratti assicurativi e la cancellazione dei tetti antitrust per l’importazione di gas. In questo caso, Catricalà torna a proporre un tetto flessibile, che tenga conto dell’evoluzione futura del mercato italiano, ma l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ribadisce che “in nessun paese d’Europa ci sono tetti antitrust”.
Attenzione anche al ritorno del protezionismo, i cui venti soffiano forti in Europa e rischiano di pesare sulla ripresa: è per questo, avverte Catricalà, che “occorre vigilare affinchè i costi della crisi non siano riversati sui consumatori”.
Proprio in quest’ottica, l’Antitrust esprime preoccupazione per la scarsa considerazione che trova lo strumento della class action, anche per colpa degli interessi di pochi gruppi. E se il rinvio dell’entrata in vigore era stato visto dallo stesso Catricalà come un modo per “migliorarla, la soluzione che oggi si profila sembra di segno contrario”. L’Antitrust rivendica un ruolo maggiore nell’ambito di questo istituto, così come in quello della legge sul conflitto di interessi che al momento è “macchinosa”, limitando di fatto l’intervento dell’Autorità alla presenza di “un atto di governo”.
Commenti positivi sono arrivati dalle associazioni dei consumatori: se Adusbef e Federconsumatori vogliono più poteri per l’Antitrust, l’Adiconsum chiede che, insieme al pagamento delle sanzioni (pari a 82 milioni di euro dall’inizio del 2008), i colpevoli di infrazioni vengano obbligati al risarcimento dei consumatori penalizzati.

La prossima bolla finanziaria? Occhio al mercato obbligazionario. I maggiori pericoli, secondo molti esperti, si corrono con le obbligazioni societarie (corporate bond). Ma anche i titoli di stato non sono immuni da rischi. Perché? Con i tassi ai minimi storici, i prezzi di quelli già emessi sono saliti alle stelle: per esempio i Btp con cedola al 9 per cento e scadenza 2023 quotano circa 140 punti, mentre saranno rimborsati a 100. Questi titoli, in caso di rialzo atteso dell’1 per cento dei rendimenti, perderebbero oltre 10 punti di valore.
Al di là dei rischi che si corrono con i titoli a lungo termine, c’è un’incognita più in generale investendo sul debito pubblico? In Italia non emergono, per adesso, particolari problemi. Il ministero del Tesoro è da sempre un grosso emittente, dato che il debito pubblico italiano è molto alto e rinnovato a getto continuo, con in media oltre 12 nuove aste ogni mese. Finora la domanda è sempre stata superiore all’offerta, tanto che i titoli più redditizi, i Btp, danno poco più del 4 per cento lordo sulla durata decennale e circa il 5 per cento lordo sulla scadenza di 30 anni.
A inizio anno in Germania c’è stata qualche difficoltà di assorbimento per un’emissione con tassi troppo bassi, ora i titoli tedeschi a breve offrono meno dell’1 per cento lordo mentre i Bund a 10 anni danno intorno al 3,5 per cento lordo. Qualche preoccupazione sul mercato c’è per l’imponente debito pubblico del Regno Unito, che però mantiene per ora la tripla A: il voto dato ai debitori più affidabili dalle agenzie di rating. Mentre l’Irlanda ha avuto due tagli di rating nell’ultimo mese ed è stata più colpita di Grecia, Spagna e Portogallo, che hanno perso un solo gradino di affidabilità.
In fin dei conti, dal punto di vista dei risparmiatori, aumenta il rischio perché i governi sono sempre più indebitati, dato che per uscire dalla recessione devono sostenere i salvataggi delle aziende con soldi pubblici. Tanto è vero che nei prossimi mesi ci saranno emissioni a valanga di titoli di stato. Per gli esperti il problema si potrà presentare soprattutto negli Usa per le difficoltà che sta incontrando Barack Obama a uscire dalla crisi. “Oggi chi compra i bond governativi cerca sicurezza e si ritrova a guadagnare meno dell’inflazione” osserva Raimondo Marcialis, direttore generale della Mc gestioni. “Se la crisi dovesse essere scaricata sui titoli di stato, sarebbe un dramma, anche se i rischi sono soprattutto sui corporate bond”.
Dunque cosa conviene fare? “Se il petrolio continuasse ad apprezzarsi, nei prossimi mesi l’inflazione potrebbe tornare a crescere e i tassi dovrebbero aumentare di conseguenza” avverte Angelo Drusiani, esperto obbligazionario della Banca Albertini Syz. “Quindi in questo momento meglio evitare i titoli a lungo termine, conviene aspettare l’autunno per comprarli”.