di Alessandra Gerli
È il numero uno in Italia dei rotoli e dei fazzolettini di carta riciclata. Base in Toscana, quattro stabilimenti (più due in Francia), il gruppo Lucart voleva costruire una centrale a biomasse per smaltire i fanghi di scarto della sua cartiera di Borgo a Mozzano, in provincia di Lucca, e trasformarli in energia elettrica autoprodotta.
Dopo 6 anni di attese, di trafile e accertamenti, di confronti, scontri, contestazioni anche molto accese, ha gettato la spugna. Ha buttato al macero il progetto biomasse e i piani di investimento per lo stabilimento italiano, 70 milioni di euro, 30 dei quali per la centrale. E ha dirottato sviluppo e nuovi impianti in Francia.
“Avevamo tutti contro” si rammarica Massimo Pasquini, amministratore delegato della Lucart, fondata da suo padre 56 anni fa e diventata una multinazionale della carta con più di 1.000 dipendenti e oltre 300 milioni di fatturato. “Il comune si è messo di traverso subito e posso capirlo. Ma la provincia, che avrebbe dovuto verificare senza pregiudizi la sostenibilità della centrale, ha detto no a priori. Foss’anche passata la valutazione di impatto ambientale (l’analisi preventiva necessaria per dare il via a questi impianti, ndr), avrebbero fatto un altro gesto politico per stopparci” si sfoga Pasquini.
“Dopo 6 anni ci siamo rotti le scatole”.
Capita anche questo, nell’Italia in fermento da green economy. L’energia da fonti rinnovabili piace, però una centrale vicino a casa divide, preoccupa e dispiace. Considerare l’immondizia una risorsa è un imperativo condiviso.
Costruire impianti a biomasse, che producono energia bruciando i residui di pesca e agricoltura, nonché i rifiuti urbani e industriali biodegradabili, fanghi da cartiera compresi, è ogni volta un’impresa in salita.
Il gruppo Lucart credeva di avere le carte (in ogni senso) in regola: pioniere del recupero di carta usata, alfiere delle ecocertificazioni, ha puntato quasi tutto sull’ecologicamente corretto, dalla produzione al marketing.
Primo in Italia a fabbricare carta igienica, tovaglioli e fazzoletti di carta riciclata, è arrivato a sfornarne 200 mila tonnellate l’anno, pari a 350 mila alberi tagliati in meno, su 280 mila tonnellate di prodotti cartacei complessivi.
Per ogni tonnellata di macero, però, la metà se ne va in scarti, i cosiddetti fanghi. E liberarsene è impresa costosa: “I posti che li smaltiscono si contano sulle dita di una mano e sono tutti lontani dalla Toscana” spiega Pasquini. “Li portiamo in Veneto, Puglia e Piemonte sui camion, che fanno oltre 3 mila viaggi l’anno, e spendiamo da 35 a 70 euro la tonnellata”.
Produrre energia coi fanghi pareva la carta vincente. “Noi non abbiamo inventato niente, di centrali così è piena l’Europa. Quella della cartiera Burgo di Mantova ha preso il premio sviluppo sostenibile dell’Enea”.
Certo “le prime manifestazioni contro, che paventavano emissioni di diossina e pericoli di cancro, ci hanno preoccupato. Verificati i dettagli con istituti seri come il Mario Negri di Milano, ci siamo convinti che non c’erano rischi”.
Sfumato il progetto biomasse, la macchina per riciclare la carta di Borgo a Mozzano è stata fermata e ora si parla di 30-35 dipendenti in esubero. Parte della produzione è già stata spostata in Francia, dove i fanghi da cartiera finiscono nei campi: a fare da concime.
- Giovedì 22 Ottobre 2009
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