
Persona anziana al bar (foto flickr/luiginter)
Una rendita pensionistica in più, oltre a quella di base, e non per vivere meglio, solo per vivere bene. Il problema riguarda migliaia di persone tra i 50 e i 65 anni: ci si ritrova prepensionati, spesso ancora giovani e con la necessità di ridurre le spese con una rendita Inps che, mediamente, fa calare di oltre un quarto le entrate mensili rispetto allo stipendio.
Ma il problema in futuro sarà ancora più forte. Dopo il 2015 chi andrà in pensione subirà infatti un doppio effetto negativo.
Il primo è che dovrà lavorare più a lungo, perché l’età della pensione di vecchiaia crescerà in base a un meccanismo automatico basato sulla probabilità di sopravvivenza: siccome si vive più a lungo si va in pensione più tardi.
Il secondo effetto è che gli assegni pensionistici saranno più bassi rispetto a quelli attuali, spesso almeno il 70 per cento dell’ultimo stipendio, arrivando nel 2040 a meno della metà per i lavoratori dipendenti e addirittura a meno di un terzo per i lavoratori autonomi. Un problema insolubile, se non si è costruito nel tempo un capitale da cui attingere per integrare la pensione di base.
Già, ma quanto costa farsi una rendita aggiuntiva, per esempio da 1.000 euro al mese? Tanti soldi: oggi, secondo i calcoli per Panorama della società di consulenza Progetica, un uomo di 60 anni deve disporre di un capitale di oltre 319 mila euro per avere vita natural durante quei 1.000 euro al mese, rivalutati ogni anno. Se ha 65 anni, invece, bastano circa 265 mila euro.
Ma attenzione: servono cifre più alte per le donne, che vivono più a lungo (oggi l’aspettativa di vita per una sessantenne supera i 90 anni, contro gli 86 anni e mezzo per un maschio di pari età) e quindi compagnie di assicurazione e fondi pensione non fanno sconti alle signore.
Serve un capitale maggiore per ottenere la stessa rendita di 1.000 euro al mese, se sei donna: 365 mila euro a 60 anni, 308 mila a 65 anni. In alternativa c’è l’opzione finanziaria, che apparentemente conviene. Per esempio: un sessantacinquenne potrebbe ottenere 1.000 euro al mese investendo 177 mila euro in un fondo azionario.
Attenzione, però: in primo luogo non c’è garanzia, dato l’andamento dei mercati, di avere sempre in futuro quella rendita; e soprattutto, dopo gli 87 anni, con le formule finanziarie (fondi o titoli di stato) il capitale è stato tutto «mangiato» e la rendita non c’è più.
Perciò Sergio Sorgi, vicepresidente della Progetica, invita a privilegiare le soluzioni assicurative e dei fondi pensione dove la rendita è garantita. «C’è il 50 per cento di probabilità di sopravvivere al proprio reddito, perciò servono vitalizi in particolare per garantire i consumi essenziali quali casa, vestiti, cibo, utenze, telefonia, spese sanitarie».
Invece, per i consumi non essenziali quali viaggi, sport, hobby, tempo libero, «la rendita può essere tranquillamente ottenuta con la finanza» aggiunge Sorgi.
Quanto costa, se si è più giovani, costruirsi quel capitale che porterà ad avere i famosi 1.000 euro al mese? Dipende dall’età in cui si comincia a versare. A 30 anni, puntando su un portafoglio azionario, possono bastare 1.300 euro all’anno (quindi poco più di 100 euro al mese) pensando di versare fino a 65 anni.
Ma se si hanno già 40 anni e si punta su un più prudente portafoglio bilanciato, occorrono 4 mila euro all’anno (quasi 350 euro al mese) per arrivare a 65 anni ad assicurarsi una rendita da 1.000 euro al mese.
«Alla pensione bisogna pensarci quando si è giovani, non quando si è anziani» sintetizza Elio Conti Nibali, presidente dell’Anasf, l’associazione dei promotori finanziari italiani. «Già pensarci a 41 anni anziché a 40 significa rimetterci fior di soldi. Soprattutto bisogna ricordare che nel risparmio previdenziale non si possono mettere gli spiccioli. Un giovane di trent’anni con 2 mila euro al mese di stipendio deve accantonare più del 10 per cento del suo reddito per stare tranquillo».
Ovvero per arrivare con un portafoglio bilanciato a un capitale adeguato a sessant’anni d’età. «Però, iniziando a versare a 40 anni, dovrà risparmiare quasi il doppio» avverte Conti Nibali. Infatti, secondo i calcoli di Panorama, un quarantenne che guadagni 3.500 euro al mese deve versare circa il 16 per cento del suo reddito per arrivare, con un portafoglio bilanciato, a godere la rendita di 1.000 euro al mese a sessant’anni.
E quali sono i prodotti da scegliere, nella fase di accumulo del capitale?
In primo luogo quelli specificamente previdenziali. Quindi i fondi pensione e i prodotti equiparati, i piani individuali pensionistici delle compagnie. Valutando anche i costi. Ma possono esserci alternative come i piani d’accumulo dei fondi comuni d’investimento, che sono tra gli strumenti finanziari la soluzione più adatta in ottica previdenziale. «Non c’è un investimento valido in assoluto.
Bisogna partire dalle esigenze dei clienti» sottolinea Conti Nibali. «Quando sei anziano e ci hai pensato per tempo, cioè se hai accumulato un discreto capitale, puoi trovare sia prodotti assicurativi, che danno una rendita immediata, sia prodotti finanziari, che però oggi danno rendimenti troppo bassi. E se percepisco una rendita non posso legarla all’andamento dei mercati, ho bisogno di certezze.
Ma naturalmente la certezza costa». L’incertezza oggi è data anche dalla difficoltà di gestirsi una rendita con i titoli di stato. «Dieci anni fa la gente era convinta di integrare la pensione con i Bot, che invece oggi sono a rendimento zero o quasi. E questo è un bel problema» aggiunge Conti Nibali. Che ricorda anche come la previdenza fai-da-te con gli affitti degli immobili sia diventata una strategia sempre più rischiosa. «Bisogna vedere se l’appartamento rimane sfitto e io, a più di 80 anni, posso permettermi di rinunciare per alcuni mesi a quei soldi».
Insomma, la certezza viene data solo da un prodotto assicurativo o da un fondo pensione che assicuri la rendita immediata. Eppure, questi prodotti in Italia non li sottoscrive quasi nessuno… «Alle compagnie non convengono e i risparmiatori non hanno cultura sulla longevità e sul vitalizio tutti speriamo nel Win for life» nota Sorgi. «Chissà se anche grazie alle lotterie gli italiani capiranno che i soldi servono a fare la spesa e non a metterli in bacheca».
(ha collaborato Lorenzo Corti)
- Lunedì 26 Ottobre 2009
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