
Il finanziere Raj Rajaratnam è accusato di aver guadagnato illegalmente milioni di dollari grazie a informazioni riservate per il suo fondo Galleon
Di Elena Molinari
Se il più grande collasso del credito degli ultimi 80 anni e la truffa miliardaria di Bernard Madoff (un grande beneficiario, Jeffry Picower, è appena stato trovato morto affogato) non sono bastati a fare imbrigliare gli hedge fund, a mettere la museruola alla finanza ipersofisticata potrebbe essere l’arresto di un avventuriero cingalese dei fondi d’investimento con amici fra le tigri tamil.
Mentre Madoff festeggiava con ragazze in topless e cocaina ogni cliente che cadeva nella sua frode da 65 miliardi di dollari, Raj Rajaratnam ogni mattina radunava i trader del suo hedge fund Galleon, per scambiare informazioni sulle società quotate in borsa. Rajaratnam non si aspettava solo modelli di analisi economica per decidere quali azioni vendere o comprare, ma soprattutto indiscrezioni barattate con consulenti, banchieri e dirigenti che avevano il polso dell’azione del momento.
Come i dirigenti ai vertici di McKinsey, Bear Stearns, Intel e Ibm che annoverava fra i suoi contatti. Insider trading è l’accusa per cui il 52enne milionario venuto dal nulla è stato arrestato a New York, mentre stava per fuggire a Londra. Dopo avere pagato una cauzione da 100 milioni di dollari, la più alta mai richiesta da un giudice negli Stati Uniti, Rajaratnam è tornato nel suo ufficio, in attesa di processo e intento a liquidare la Galleon, dalla quale i clienti sono scappati come topi da una nave che fa acqua. A suo dire, però, non ha fatto nulla di male, se non seguire la lezione del suo primo datore di lavoro, il tirannico George Needham.
L’unico modo di avere successo in finanza, gli insegnò il fondatore della banca d’affari, è sapere sempre quello che sta succedendo prima che succeda. Dopotutto il flusso d’informazioni su vendite, alleanze, profitti e perdite è il sangue di Wall Street. Chi ha buoni contatti non può essere biasimato per investire sulla base di quello che sa. I procuratori di Manhattan non sono d’accordo.
«Sarebbe saggio che i consulenti d’investimento guardassero bene questo caso» dice Robert Khuzami, capo del ramo legale della Sec, l’autorità della borsa Usa, «poi dessero un’occhiata al modo in cui fanno affari e sapessero che l’interesse della Sec e di altre agenzie per l’attività degli hedge fund sta crescendo ». Come dire: stiamo arrivando. Per una nicchia sopravvissuta alla decimazione dell’ultimo anno (1.000 fondi su circa 10 mila hanno chiuso durante la crisi), e che ha faticosamente scansato, lobbista dopo lobbista, le regolamentazioni auspicate dall’amministrazione Obama, ce n’è abbastanza per sentire un brivido lungo la schiena. Ormai sono in pochi a pensarla come Alan Greenspan, quando considerava «inutile e pericoloso» regolamentare i fondi che investono i capitali dei più ricchi: 1.500 miliardi di dollari in tutto.
Gli effetti dell’arresto di Rajaratnam e di cinque altre persone, in quello che è stato definito il più grande caso di insider trading americano, si stanno facendo sentire anche nella Silicon Valley, dove il fondatore del Galleon Group ha profondi legami. Quando, nel 1997, lasciò la Needham per mettersi in proprio, la sua reputazione nel mondo dell’high tech era così solida che decine di investitori lo seguirono. Era il nucleo di una rete che Rajaratnam avrebbe fatto crescere instancabilmente a suon di conferenze, aperitivi, partite di golf e telefonate quotidiane, e che avrebbe portato il suo fondo a gestire quasi 4 miliardi di dollari. Vincere sempre però ha i suoi rischi. Quando, nel luglio 2007, la Google rese noti profitti inferiori alle attese, il titolo calò del 5 per cento e centinaia di investitori persero denaro.
Invece Rajaratnam guadagnò 9 milioni di dollari. E le autorità s’insospettirono. Grazie a un «pentito», scoprirono che il cingalese aveva saputo i risultati in anticipo da un manager della società che alla Google si occupa delle pubbliche relazioni. Fu allora che l’Fbi si tolse i guanti. Per la prima volta in un’indagine su colletti bianchi il Bureau cominciò a intercettare tutte le telefonate dei sospetti. «Se parli mi fai finire in prigione. Se questo esce sono morta. La mia carriera è finita» dice in una registrazione Danielle Chiesi, manager del fondo New Castle. C’è poi un analista della Moody’s che passa una dritta sugli hotel Hilton; un vicepresidente della Ibm che spiffera tutto quello che sa sulla Sun Microsystems. E un direttore della McKinsey che rivela informazioni sul costruttore di semiconduttori Advanced Micro Devices. Triangolazioni che hanno fruttato a Rajaratnam più di 20 milioni di dollari.

Chicche succose ma difficili da provare in tribunale, dove di solito gli accusati di insider trading adottano la cosiddetta difesa mosaico: sostengono di avere ricevuto da persone diverse, nel corso di lecite conversazioni d’affari, piccole parti d’informazioni, senza sapere che fossero riservate. Ma questa volta l’Fbi è convinta di poter dimostrare che i sospettati sapevano che stavano violando un vincolo di fiducia o di segretezza. Non è finita. Il dipartimento alla Giustizia ha annunciato che altri casi verranno rivelati nei prossimi mesi e nel finesettimana ha interrogato un manager della Sac Capital Advisors, uno dei fondi più potenti di Wall Street, fondato da Steven Cohen.
Gli echi sono arrivati fino a Washington, dove la commissione Finanza della Camera ha ripreso in mano una legge che impone nuove regole al settore. L’associazione degli hedge fund è corsa ai ripari, promettendo di spingere i propri associati a registrarsi presso la Sec, consentendo così alle autorità di sapere come investono i loro soldi. Una soluzione, quella dell’autoregolamentazione, che per mesi era sembrata ideale anche a molti parlamentari. Almeno fino a due settimane fa. Poi sono scattate le manette per Raj Rajaratnam.
- Martedì 3 Novembre 2009




Commenti
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Il 3 Novembre 2009 alle 21:53 jane55 ha scritto:
Ce li vedo propio gli edge found che vanno spontaneamente a dire come investono i loro soldi.Mi sembra piuttosto giusto obbligare questa gente per legge a far chiarezza sui loro fondi di investimento.e mi chiedo; possibile che a livello internazionale non si trovi il modo di bloccare gente che per amore del guadagno e’ disposta a far crollare le borse di tutto il mondo.E ancora mi chiedo; com’e’ possibile che dopo la crisi da cui stiamo a malapena uscendo, ci sia ancora qualcuno, che piu’ o meno incontrollato, stia cercando di ricreare la stessa bolla finanziaria che ha fatto cadere le borse nel 2008.Questa non e’ una cosa inventata, ne ha parlato il presidente della confindustria circa 15 giorni fa.E allora diamoci delle regole, i governi usino tutti i mezzi legislativi a loro disposizione per fermare gente senza scrupoli, che per arricchirsi mette puntualmente a rischio la produttivita’e la capacita’ di risoparmio e di spesa di tanta altra gente onesta.
Il 6 Novembre 2009 alle 23:38 enrico fumagalli ha scritto:
jane55, è una questione molto semplice ne parlai con esperti, l’approvaroro ma dissero inattuabile. Dissi che naziche spandere miliardi in droni e spie spaziali con elagoratori in grado di analizzare 4 milioni di telefonate o messaggi telematici, si obbligassereo le banche tutte, dentro e fuori dai paradisi fisscali ad adottare un sistema di controllo dove ogni movimento di valuta sia giustificato da chi e perchi e per cosa e quando il sistema riscontra incongruuenze blocca l’operazione, per fare un esempio se uno vende carne che ne fa di tonnellate di ferro o chi trasfoema ferro come fa a vendere carne, ecco che movimenti sospetti e incerti come evasione, traffico d’armi , droga e sopratturro paradisi fiscali, sparirebbero. Possono esserci Stati che non accattono, bena si isolano nelle loro casse non entra più un cent e nemmeno esce e rendere diffile il trasporto in valigie munendo le banconote, per lo meno di grosso e medio taglio , di sensori che apparecchi di controllo rivelano. Ci sarebbe di più se si proibisse la speculazione e la legge di mercato che la provoca che è la cosa più assurda di sfruttamento con conseguente speculazione. E’ un’utopia ma stai tranquilla, la crisi non è ancora arrivata, è solo la boccata d’aria di chi sta per annegare non sapendo nuotare, riemerge per un attimo, magari un paio di volte ma poi annega. Il peggio deve ancora arrivare per gli USA, l’est se la sta cavando e noi sarebbe meglio agganciarci ai loro battelli di salvataggio.
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