
Due immagini del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti
Quale destino per i Tremonti bond? Nelle ultime settimane sono in molti, nei blog e nei quotidiani, a chiederselo. A circa otto mesi dalla loro istituzione, infatti, solo due istituti di credito, il Banco Popolare Italiano (Bpi) e la Banca Popolare di Milano (Bpm), sono ricorsi ai T – bond, le obbligazioni bancarie “speciali” sottoscritte dal ministero dell’Economia e che hanno preso il nome dal titolare del dicastero, per rafforzare il proprio capitale di vigilanza (un indicatore che misura la solidità patrimoniale delle banche). Altri due, Monte di Paschi di Siena (Mps) e Credito Valtellinese (Creval), devono ancora concludere l’iter burocratico.
Tremonti, a inizio anno, aveva tirato fuori dal cilindro questi strumenti finanziari, inclusi nel decreto “anticrisi” e approvati dalla Ue, per sostenere le banche, affinché continuassero ad erogare prestiti alle imprese e alle famiglie. Un escamotage - non si tratta di aiuti di Stato, poiché il ministero dell’Economia compra delle obbligazioni che la banca si impegna a rimborsare dopo un periodo stabilito - che aveva entusiasmato imprese e finanza. Ma a settembre le due maggiori banche del paese, Intesa Sanpaolo e Unicredit, si sono chiamate fuori: niente T – bond, meglio altre soluzioni presenti sul mercato. E ora non sono pochi quelli che prevedono un flop di questi strumenti.
A lanciare l’allarme, a inizio novembre, sono stati due collaboratori della voce.info, Andrea Maltoni e Marco Palmieri, che hanno posto alcuni dubbi: i termini dei finanziamenti concessi non sono chiari, così come la garanzia del sostegno al credito per famiglie e piccole imprese. “La legge che ha introdotto questi strumenti finanziari e i successivi decreti ministeriali si limitano, infatti, a enunciazioni di principio, ma non indicano specifici impegni delle banche emittenti”, spiegano.
Si è aggiunta tra i detrattori, pochi giorni fa, anche La Stampa. Secondo un recente articolo, il vero problema è che i Tremonti bond, una volta chiesti, non arrivano proprio, “inceppati dalla farraginosa burocrazia italica”. Solo una banca su quattro, che hanno già avviato le pratiche, continua il quotidiano torinese, ha visto poi arrivare i soldi: il Banco Popolare a settembre, dopo aver emesso 1,45 miliardi di euro in T – bond. Bpm, invece, che ha emesso 500 milioni di euro in T – bond, sta ancora aspettando. Mps (1,9 miliardi) e Creval (200 milioni) sono in attesa di firmare il protocollo con il ministero.
Ma il quasi fallimento dei T- bond, può anche trasformarsi in successo. Almeno secondo Corrado Faissola. Per il presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi) questi strumenti, infatti, “sono utili per ricreare il clima di fiducia“. Sulla stessa linea d’onda, Piercamillo Falasca, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, che a ottobre sul blog “libertiamo” scrive:
“Più che liquidità essi hanno immesso fiducia nell’economia, perché hanno offerto un’opzione che le banche avrebbero potuto sfruttare in ogni momento. Alcune lo hanno fatto, le più grandi sono riuscite a farne a meno. Meglio così. D’altro canto, la crisi ha spinto probabilmente le banche a un comportamento più conservativo, meno orientato ai soldi facili, allineandosi sostanzialmente alla critica che Tremonti, prima di altri, fa da tempo al mondo della finanza”.
Insomma, probabilmente è ancora troppo presto per decretare il successo o il fallimento dei T - bond, anche perché per vedere i risultati, soprattutto sul versante dei prestiti effettivamente erogati alle famiglie e alle imprese, bisognerà aspettare il 2010.
- Mercoledì 25 Novembre 2009
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